Quest'anno è Alice che mi parla di te e ti parla di me,
piccolè.
(con ogni ricordo che ho)
con tutta la pace che avrò
(con quello che ho dato e darò)
io quindi dimenticherò
(con ogni speranza che ho)
coi sogni che ho fatto e farò
se il dolore fosse conforto
starei bene qua all'inferno
capire che il paradiso non sei te
Cambio casa
penso a te
Cambio ancora
penso a te
che stupida
ho lasciato la nostra casa
per una pugnalata a morte annunciata
è solo che
quando più niente ha un senso
soffro, prego, penso
Io
(con ogni ricordo che ho)
con tutta la pace che avrò
(con quello che ho dato e darò)
io quindi dimenticherò
(con ogni speranza che ho)
coi sogni che ho fatto e farò
se il dolore fosse conforto
starei bene qua all'inferno
capire che il paradiso non sei te
Che stupida
ho lasciato la vita al caso
per colpa di un sorriso
che non hai condiviso
ma è vero che il dolore comanda
prova, stanca, cambia
E penso e penso e quindi ancora penso
e quante cose dette non volendo
periodi un po' a caso in balia di ogni peso
in cui non so che fare d'improvviso
Io
(con ogni ricordo che ho)
con tutta la pace che avrò
(con quello che ho dato e darò)
io quindi dimenticherò
(con ogni speranza che ho)
coi sogni che ho fatto e farò
se il dolore fosse conforto
starei bene qua all'inferno
capire che il paradiso non sei te
No, no, no, non ascoltarmi
se dovessi chiederti di andare via
C'è tutto in una lacrima
c'è gioia e c'è terrore
ciò che non mi riesce
ciò che so fare bene
e in tutti questi anni di lucidità scomposta
l'antidoto a tutto il rumore è l'amore
Io
(con ogni ricordo che ho)
con tutta la pace che avrò
(con quello che ho dato e darò)
io quindi dimenticherò
(con ogni speranza che ho)
coi sogni che ho fatto e farò
se il dolore fosse conforto
starei bene qua all'inferno
capire che il paradiso non sei te
Io
(con ogni ricordo che ho)
con tutta la pace che avrò
(con quello che ho dato e darò)
io quindi dimenticherò
(con ogni speranza che ho)
coi sogni che ho fatto e farò
se il dolore fosse conforto
starei bene ma
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
4 febbraio 2013
17 febbraio 2012
Oggi la Marchesa m'è venuta a trovare!
E' un po' che non parlo di Lei, qui almeno. Con gli amici mi capita ancora spesso.
Il fatto che non ne parli qui non vuol dire che non ci pensi. Anzi non è giusto nemmeno dire che ci penso. Frances è in me, sempre. In tutto il percorso di vita che ho fatto con lei. Per quel cammino io, almeno un poco, sono Frances.
Quando dico che la penso intendo dire che per un dettaglio anche minimo del presente mi torna in mente un momento del nostro passato assieme.
A volte il ricordo improvviso è tenero e mesto, altre impetuoso e devastante.
Così l'altro giorno, mentre camminavo per andare a teatro, vedo il manifesto pubblicitario di uno spettacolo dal titolo Bambole non c'è un euro! mutuato evidentemente da un glorioso spettacolo tv dal titolo Bambole, non c'è una Lira!, con Tino Scotti. Frances avrebbe voluto rivederlo ma non siamo mai riusciti a trovarlo in rete. E con un effetto improvviso e devastante l'angoscia mi assale mentre constato che, ormai, Frances quel programma non lo rivedrà mai... Sono rare però le volte che la memoria di Frances irrompe a gamba tesa ricordandomi della sua assenza, del fatto che non ci sia più. Non c'è più non è un giro di parole per non dire è morta, è che la parola morte non esprime davvero quello che succede alla gente quando muore, che cioè sparisce, viene cancellata, le viene impedito di continuare a vedere il mondo che tu vedi ancora...
Spessissimo mi accade di sentire una canzone, vedere un film, un quadro, leggere un libro, un articolo e pensare che sicuramente quello a Frances sarebbe (o no) piaciuto. Con tenera convinzione mi verrebbe voglia di chiederglielo se fosse possibile.
Anzi spesso ho pensato di inaugurare una rubrica, qui su Paesaniniland, dal titolo quel che non hai visto perchè non ci sei più (o qualcosa del genere) dove elencavo tutte le cose del mondo che notavo mentre lo guardavo coi suoi occhi.
Mai inaugurata.
Stamani, mentre aspetto che il caffè americano scenda nella caraffa, sì quel caffè che scopersi a Parigi con lei nel 1987, e che da allora non ho mai abbandonato, apro come di consueto Facebook e fra gli amici che potrei conoscere che ogni giorno faccialibro mi propone chi fa capolino?
Frances!
Cucù.
Toh. Su Faccialibro io e Frances non siamo amici! Questo dovrebbe dire una parola definitiva sull'attendibilità di questo social network che è comodo per rimanere in contatto con le persone che non frequenti altrimenti ma che nulla dice della vita reale con le persone che vedi... Infatti io Frances la vedevo non ci chattavo sulla rete...
Certo mantenere attivo un profilo dopo più di tre anni di inattività... complimenti Facebook! Fra qualche decennio quando i più attempati dei tuoi iscritti, come me, non ci saranno più, a girare fra i tuoi profili non bisognerà più difendersi solo dai fake...
Ciao bella marchesa! Ci manchi tanto! Un saluto commosso a te e a tutti gli altri, tutte le altre, cui manchi e, lo sappiamo, siamo in tante!
Quando dico che la penso intendo dire che per un dettaglio anche minimo del presente mi torna in mente un momento del nostro passato assieme.
A volte il ricordo improvviso è tenero e mesto, altre impetuoso e devastante.
Così l'altro giorno, mentre camminavo per andare a teatro, vedo il manifesto pubblicitario di uno spettacolo dal titolo Bambole non c'è un euro! mutuato evidentemente da un glorioso spettacolo tv dal titolo Bambole, non c'è una Lira!, con Tino Scotti. Frances avrebbe voluto rivederlo ma non siamo mai riusciti a trovarlo in rete. E con un effetto improvviso e devastante l'angoscia mi assale mentre constato che, ormai, Frances quel programma non lo rivedrà mai... Sono rare però le volte che la memoria di Frances irrompe a gamba tesa ricordandomi della sua assenza, del fatto che non ci sia più. Non c'è più non è un giro di parole per non dire è morta, è che la parola morte non esprime davvero quello che succede alla gente quando muore, che cioè sparisce, viene cancellata, le viene impedito di continuare a vedere il mondo che tu vedi ancora...
Spessissimo mi accade di sentire una canzone, vedere un film, un quadro, leggere un libro, un articolo e pensare che sicuramente quello a Frances sarebbe (o no) piaciuto. Con tenera convinzione mi verrebbe voglia di chiederglielo se fosse possibile.
Anzi spesso ho pensato di inaugurare una rubrica, qui su Paesaniniland, dal titolo quel che non hai visto perchè non ci sei più (o qualcosa del genere) dove elencavo tutte le cose del mondo che notavo mentre lo guardavo coi suoi occhi.
Mai inaugurata.
Stamani, mentre aspetto che il caffè americano scenda nella caraffa, sì quel caffè che scopersi a Parigi con lei nel 1987, e che da allora non ho mai abbandonato, apro come di consueto Facebook e fra gli amici che potrei conoscere che ogni giorno faccialibro mi propone chi fa capolino?
Frances!
Cucù.
Toh. Su Faccialibro io e Frances non siamo amici! Questo dovrebbe dire una parola definitiva sull'attendibilità di questo social network che è comodo per rimanere in contatto con le persone che non frequenti altrimenti ma che nulla dice della vita reale con le persone che vedi... Infatti io Frances la vedevo non ci chattavo sulla rete...
Certo mantenere attivo un profilo dopo più di tre anni di inattività... complimenti Facebook! Fra qualche decennio quando i più attempati dei tuoi iscritti, come me, non ci saranno più, a girare fra i tuoi profili non bisognerà più difendersi solo dai fake...
Ciao bella marchesa! Ci manchi tanto! Un saluto commosso a te e a tutti gli altri, tutte le altre, cui manchi e, lo sappiamo, siamo in tante!
24 agosto 2011
Le feste laiche non si toccano
| dal sito dell'ANPI |
Facciamoci sentire!!!
8 agosto 2011
I buoni divulgatori sono solo quelli di una volta. Su uno splendido articolo di Piero Bianucci su La Stampa
Ho avuto il pallino dell'astrofisica sin da quando ero un bambino, guardare le stelle mi faceva provare una sensazione di mistero e rammarico. Mistero per tutto quello che ancora non sappiamo sull'universo le sue origini e la sua evoluzione e rammarico per non essere lì il giorno che scopriremo come stanno davvero le cose (cioè mai in un futuro potenzialmente infinito...). Osservare le stele (sono stato anche astrofilo...) considerare l'enorme immensità dell'universo, il suo vuoto, il suo freddo silenzio (nello spazio non 'è aria quindi non si sente alcun rumore) la sua maestosa indifferenza per le umane vicende non mi hanno mai fato sentire piccolo e insignificante come vuole il cliché. Al contrario la mia autoconsapevolezza, il fatto che fossi un essere senziente che sapeva di stare osservando un universo che non sapeva la mia esistenza e la ignorava sfacciatamente mi facevano sentire ancora più importante perchè le stelle c'erano solo perchè ci sono gli uomini a studiarle, a osservarle, a contemplarle. Ho in mente anche adesso che scrivo una immagine precisa di un universo immenso e privo di vita percorso da uno sguardo indagatore, non necessariamente umano, che riempie con la sua curiosità e sete di conoscenza quegli spazi vuoti freddi altrimenti inermi. Mi è mancata la costanza e la determinazione per proseguire i miei studi astrofisici all'università. Ho però letto molti anzi direi tutti i testi divulgativi pubblicati approssimativamente dal 1975 al 1990. Poi ho smesso di aggiornarmi per cui so poco di quel che si è scoperto negli ultimi vent'anni, trovo il problema della materia oscura, che conosco poco, una evidenza incontrovertibile che ci stiamo sbagliando su qualcosa (il 90% della materia non può semplicemente essere mancante) ma le solide basi da amatore che mi sono costruito leggendo i migliori libri della divulgazione scientifica le porto ancora con me: Steven Winberg, Paul Davies, Margherita Hack, Franco Potenza, Piero Bianucci, Tullio regge, Livio Gratton (che ho avuto l'onore di vedere in una conferenza sulle basi della scienza memorabile tenua al CIDI di Roma) Leopold Infeld, più le ottime riviste di divulgazione scientifiche Test, poi diventata Scienza 2000, che custodisco ancora gelosamente, Science Digest, Le scienze, e, L'Astronomia, di cui comperai il primo numero all'età di 14 anni, mi hanno formato alla scienza in una maniera imprescindibile per quello che sono diventato oggi. Sono grato a tutti loro per quello che mi hanno insegnato.
Oggi le cose sono cambiate di molto. I nuovi divulgatori sono approssimativi, o caldeggiano una propria teoria senza inserirla nel quadro generale dei problemi della fisica ma proponendola nemmeno come la più probabile o quella che spiega più cose ma semplicemente come l'unica possibile. Le riviste non sono più quelle di una volta, Persino Le Scienze ha un approccio apocalittico e iperbolico (delle pseudo-riviste come Focus e affini che però vendono molto più perchè non considerate serie e noiose) nel raccontare delle forze misteriose e terribili della natura. L'involuzione di un paese la si nota anche dalla qualità della sua divulgazione scientifica e l'Italia oggi è pessima anche su questo versante.
Per questo capirete la mia meraviglia quando stamane sono incappato in un articolo pubblicato su La Stampa scritto bene, con rigore, qualità informativa, addirittura riferimenti per ulteriori approfondimenti. Così quando sono andato a vederne l'autore e ho scoperto trattarsi di Piero Bianucci (che all'epoca delle mie letture giovanili era un giovane divulgatore della nuova generazione rispetto a Hack e Gratton) non mi sno meravigliato, la buona stoffa è sempre quella della generazione precedente e oggi non ci sono buoni divulgatori italiani, o, forse, più semplicemente, non mi è ma capitato di leggerli.
E ora godetevi l'articolo, ne vale davvero la pena.
Oggi le cose sono cambiate di molto. I nuovi divulgatori sono approssimativi, o caldeggiano una propria teoria senza inserirla nel quadro generale dei problemi della fisica ma proponendola nemmeno come la più probabile o quella che spiega più cose ma semplicemente come l'unica possibile. Le riviste non sono più quelle di una volta, Persino Le Scienze ha un approccio apocalittico e iperbolico (delle pseudo-riviste come Focus e affini che però vendono molto più perchè non considerate serie e noiose) nel raccontare delle forze misteriose e terribili della natura. L'involuzione di un paese la si nota anche dalla qualità della sua divulgazione scientifica e l'Italia oggi è pessima anche su questo versante.
Per questo capirete la mia meraviglia quando stamane sono incappato in un articolo pubblicato su La Stampa scritto bene, con rigore, qualità informativa, addirittura riferimenti per ulteriori approfondimenti. Così quando sono andato a vederne l'autore e ho scoperto trattarsi di Piero Bianucci (che all'epoca delle mie letture giovanili era un giovane divulgatore della nuova generazione rispetto a Hack e Gratton) non mi sno meravigliato, la buona stoffa è sempre quella della generazione precedente e oggi non ci sono buoni divulgatori italiani, o, forse, più semplicemente, non mi è ma capitato di leggerli.
E ora godetevi l'articolo, ne vale davvero la pena.
Il cielo08/08/2011 - La StampaSonde spaziali "Juno" e "Dawn":
si campa di rendita
di Piero Bianucci
Con lo Shuttle in disarmo e i finanziamenti della Nasa al minimo storico (0,5 per cento del prodotto interno lordo Usa), la ricerca spaziale americana vive ancora di rendita. Cioè di progetti varati in anni, se non di vacche grasse, almeno non così magre.
Il 5 agosto da Cape Canaveral alle 18,23 italiane è partita verso Giove la navicella “Juno”. Venti giorni prima, il 16 luglio, la navicella “Dawn” si era inserita in orbita intorno al pianetino Vesta e da quel giorno sta inviando “cartoline” molto interessanti e per certi versi sorprendenti.
Incominciamo da “Juno”. Perfetto il lancio, avvenuto con un razzo Atlas 5 - 551. Il viaggio è iniziato sotto i migliori auspici. Adesso però ci vorrà qualche anno di pazienza. “Juno”, la Giunone dei latini e la dea Era nella mitologia greca, sorella e moglie di Giove (i miti sono spesso incestuosi) arriverà a destinazione nel luglio 2016.
Quando sarà alla giusta distanza, la navicella si lascerà docilmente catturare dal campo gravitazionale di Giove, ne diventerà un satellite artificiale (come già fece la navicella “Galileo”) e studierà il pianeta più grande e massiccio del Sistema Solare per un anno. Alla fine si tufferà a capofitto nella sua densa coltre di gas in un ultimo esperimento suicida.
Su “Juno” viaggiano 10 strumenti e una targa che riproduce uno scritto e un ritratto di Galileo. L’investimento è stato di 1,1 miliardi di dollari provenienti dal programma New Horizon. Il principale compito della sonda consiste nello studio del campo magnetico e della struttura interna del pianeta: dovrà accertare se contenga un nucleo roccioso e di quali dimensioni.
Studiare il campo magnetico significa anche osservare le aurore polari gioviane e seguire la vivace dinamica meteorologica del pianeta. Il tutto con l’obiettivo di comprendere l’origine e l’evoluzione di Giove che, oltre ad essere una mini-stella mancata per scarsità di materia prima, è anche il prototipo di una categoria di oggetti celesti che oggi sappiamo essere molto numerosa. Sono centinaia, infatti, i pianeti gassosi simili a Giove scoperti negli ultimi anni intorno ad altre stelle.
Due i contributi italiani alla sonda della Nasa. Angioletta Coradini (Inaf di Roma) è responsabile scientifico dello strumento Jiram (Jovian InfraRed Auroral Mapper), finanziato dall'Agenzia spaziale italiana e realizzato dalla Selex Galileo. Si tratta di uno spettrometro ad immagine con una camera infrarossa, in contro-rotazione per compensare il moto rotatorio del satellite e servirà per osservare le aurore polari di Giove. Altro contributo italiano è uno strumento realizzato da Thales Alenia Space Italia con il supporto dell’Università di Roma “La Sapienza”: ci darà informazioni sulla composizione interna di Giove e sul campo gravitazionale del pianeta tramite esperimenti di radio-scienza.
Nel frattempo, in orbita intorno al pianetino Vesta dal 16 luglio, la navicella “Dawn” è in piena attività: sta inviando immagini in alta definizione, che rivelano un oggetto inatteso anche per gli addetti ai lavori e tale forse da costituire una specifica classe di corpi primitivi del Sistema Solare in formazione.
Molto utili per comprendere la natura di Vesta si dimostrano le immagini raccolte dallo strumento VIR-MS, Spettrometro per il visibile e l’infrarosso, di realizzazione italiana. Le riprese da 100 chilometri di quota hanno una risoluzione di 25 metri per pixel (foto).
“Le immagini e i dati che abbiamo ricevuto ci stanno facendo scoprire un nuovo mondo. Vesta non sembra proprio essere una grande roccia come gli altri asteroidi finora osservati, ma è un corpo complesso, con formazioni geologiche differenziate e alcune strutture superficiali mai viste prima su altri satelliti del nostro Sistema solare. Il nostro strumento – dice Enrico Flamini, il coordinatore scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana, a proposito di VIR-MS – così come gli altri a bordo di Dawn, sta funzionando perfettamente. Nelle prossime settimane, a mano a mano che l’orbita si abbassa, avremo sicuramente altre sorprese”.
Vesta sta rivelando l’aspetto di un corpo planetario primitivo ma bene strutturato, un vero pianeta roccioso mancato, con una sporgenza costituisce un grande massiccio montuoso (foto).
Per celebrare l’inizio dell’anno di osservazioni che “Dawn” passerà intorno all’asteroide, da 5 al 7 agosto in tutti gli Stati Uniti si svolgerà la “Vesta Fiesta”, iniziativa interattiva del JPL.
Vesta fu scoperto da Olbers nel 1804, ha un diametro di 530 chilometri e concentra in sé circa il 20 per cento della massa di tutti i pianetini. Per la prima volta possiamo osservare così bene un oggetto di queste dimensioni. Ne abbiamo però qualche campione nei laboratori terrestri: alcune meteoriti sembrano infatti provenire da questo asteroide. Dopo lo studio accurato di Vesta la navicella “Dawn” (che significa alba, aurora) punterà su Cerere, 970 chilometri di diametro, il più grande degli asteroidi, ora classificato come “pianeta nano”.
Vesta è attualmente nelle condizioni più favorevoli per l’osservazione dalla Terra: è stato infatti in opposizione il 5 agosto, nella costellazione del Capricorno, a una distanza di circa 200 milioni di chilometri. Con una magnitudine di 5,6, teoricamente sarebbe visibile a occhio nudo.
Per altre informazioni: www.nasa.gov/mission_pages/juno/main/index.html
dawn.jpl.nasa.gov
7 marzo 2011
Star Trek New Voyages: Blood and fire (thru Buzz intercultura)
Sono ancora con le lacrime agli occhi per questo CAPOLAVORO che mi ha commosso per l'amore per Star Trek, per l'enorme conoscenza della serie e per la storia struggente tra due ragazzi, due membri dell'equipaggio dell'Enterprise.
Un'amore tributato anche dagli attori delle altre serie, in questo episodio Denise Crosby, Tasha Yar di TNG, che qui interpreta Jenna, la nonna (?) di Tasha.
Solo un Trekker può apprezzare fino in fondo ogni elemento di questo doppio episodio.
GRAZIE A BUZZ INTERCULTURA che lo ha postato.
L'episodio negli States ha ingenerato diverse critiche da parte dei fan etero (e omofobici) come riportato da Michael Jensen nel suo blog After Elton (mi dispiace per voi che non leggete l'inglese...)
Quando mi sarò ripreso dalle lacrime tonerò a scriverne...
QUESTO POST COMPARE IDENTICO SU ENTRAMBI I MIEI BLOG
Un'amore tributato anche dagli attori delle altre serie, in questo episodio Denise Crosby, Tasha Yar di TNG, che qui interpreta Jenna, la nonna (?) di Tasha.
Solo un Trekker può apprezzare fino in fondo ogni elemento di questo doppio episodio.
GRAZIE A BUZZ INTERCULTURA che lo ha postato.
L'episodio negli States ha ingenerato diverse critiche da parte dei fan etero (e omofobici) come riportato da Michael Jensen nel suo blog After Elton (mi dispiace per voi che non leggete l'inglese...)
Quando mi sarò ripreso dalle lacrime tonerò a scriverne...
QUESTO POST COMPARE IDENTICO SU ENTRAMBI I MIEI BLOG
Etichette:
altri blog,
cinema,
cultura,
diario,
politiche del corpo,
ricordi,
tv,
video
3 febbraio 2011
Pauline Ester, encore!
Nel 2007 (!!!, mi sembra ieri!!!) parlai, in un post, di questa cantante francese e di un brano che mi aveva accompagnato, nel 200o, durante la preparazione della mia tesi.
Allora la canzone in questione Oui, j'l'adore ! non era disponibile in youtube. Oggi sì.
Il brano è del 1989!!!
Pauline Ester, vero nome Sabrina Ocon, nata il 18 dicembre 1963 a Toulouse, dopo i successi del primo album (del quale è anche co-autrice dei brani) Le monde est fou, che dal 1989 arrivano fino al 1991 Oui je l'adore, Il fait chaud e Une fenêtre ouverte pubblica un secondo album De l'autre côté nel 91 e poi sparisce dalla scena musicale(ma leggete le note biografiche sul suo sito ufficiale).
Vi fa ritorno nel 2006 pubblicando un best-of cin tre brani inediti.
Nel 2008 quel brano torna come Jingle di un gruppo assicurativo francese...
L'anno scorso Pauline ritrova Fred Loizeau col quale ha scritto i brani del primo album e decidono di fare un nuovo tour (dopo quello del 2006 per lanciare il best of) stavolta acustico.
Ecco qualche chicca video...
Allora la canzone in questione Oui, j'l'adore ! non era disponibile in youtube. Oggi sì.
Il brano è del 1989!!!
Pauline Ester, vero nome Sabrina Ocon, nata il 18 dicembre 1963 a Toulouse, dopo i successi del primo album (del quale è anche co-autrice dei brani) Le monde est fou, che dal 1989 arrivano fino al 1991 Oui je l'adore, Il fait chaud e Une fenêtre ouverte pubblica un secondo album De l'autre côté nel 91 e poi sparisce dalla scena musicale(ma leggete le note biografiche sul suo sito ufficiale).
Vi fa ritorno nel 2006 pubblicando un best-of cin tre brani inediti.
Nel 2008 quel brano torna come Jingle di un gruppo assicurativo francese...
L'anno scorso Pauline ritrova Fred Loizeau col quale ha scritto i brani del primo album e decidono di fare un nuovo tour (dopo quello del 2006 per lanciare il best of) stavolta acustico.
Ecco qualche chicca video...
28 gennaio 2011
Hitler Rap
Anche se la canzone non fa parte del film Mel Brooks azzeccò questo singolo che ebbe un certo successo.
la canzone allora mi piaceva molto. Oggi me ne ero dimenticato.
ecco il testo, spassosissimo
Però che nostalgia gli anni 80!!!
la canzone allora mi piaceva molto. Oggi me ne ero dimenticato.
ecco il testo, spassosissimo
Well
hi there people
you know me
I used to run a little joint called Germany.
I was number one
the people's choice
And everybody listened to my mighty voice.
My name is Adolf
I'm on the mike.
I'm gonna hip you to the story of the New Third Reich.
It all began down in Munich town and pretty soon
The word started gettin' around.
So I said to Martin Boorman
I said
Hey Marty, why don't we throw a little nazi party?
We had an election
well
kinda sorta
And before you knew it hello
new order.
To all those mothers in the fatherland I said
Achtung, Baby, I got me a plan
.
'YVhatcha got Adolf? Whatcha gonna do?"
I said "how about this one
World War Two?"
To be or not to be
oh baby
can't you see
We're gonna take it to the top.
You're making history
And it feels so good to me
ooh darlin' please don't ever stop.
Don't be stupid; be a smarty
come on and join the nazi party.
Like humpty dumpty offa that wall
All the little countries they began to fall
Holland
Belgium
Denmark
Poland-
The troops were rockin' and the tanks were rollin'
We were swingin' along with a song in our hearts.
And "Deutschland uber alles" was making the charts
We had a new step called a goosestep we were marching to.
Well
it's sorta kinda like a German boogaloo
I was gettin' what I wanted
but it wasn't enough.
So I called the boys
I said boys
get though
Now I surrounded myself with some unusual cats.
There was skinny little Goebbles and G�ring mister fats
And let's not forget ole Himmler and Hess.
You'd better believe we made a hell of a mess
Say Heil - Heil - siegety Heil
we gonna whip it on the people teutonic style
To be or not to be
oh baby can't you see
We're gonna make it to the top.
You are our destiny
This thing was meant to be
why don't we do it till we drop?
Say you boots ain't black and shirt ainY brown?
Well
get back Jack
you can't get down.
Do it
Adolf
do it.
I drank wine from the Rhine with the finest ladies
And we did it in the back of my black Mercedes.
I was on a roll
I couldn't lose
then came D-day
the birth of the blues.
The Yanks and the Brits started raising cain
Those guys were the pits
I was goin' insane.
People all around me started swallowing pills
Let's face it
folks
we was going downhill.
Berlin was crumbling
we was under the gun
Time to look out for number one.
So I grabbed a blonde and a case of beer
Say the Russians are commin'
lets get out of here.
To be or not to be
oh honey
can't you see
We had to take it to the top. You sure made history
And it felt so good to me
oh schatze
Please don't ever stop.
Auf wiedersehn
good to've seen ya
I got a one way ticket to Argentina.
To be or not to be
oh baby
can't you see
We've got to take it to the top. You're makin' history
And it feels so good to me
Why don't we do it till we drop?
We have ways of making you dance . . .
- Sprechen Sie Argentinian ?
Però che nostalgia gli anni 80!!!
27 gennaio 2011
Giornata della memoria
C'è una scena in Essere o non essere (Usa, 1983) di Mel Brooks che mi ha sempre stretto il cuore. Il film, il remake di un film di Ernst Lubitsch, (Vogliamo vivere!) (Usa, 1942) racconta sotto forma di commedia l'invasione nazista della Polonia e la deportazione degli ebrei dal punto di vista di una scalcinata compagnia di teatro.
La scena che vi voglio far vedere è subito prima della fine del film.
nel teatro ormai chiuso ai polacchi in una serata dedicata solo alle truppe naziste, la compagnia riesce a far scappare alcuni arrestati destinati ai campi di concentramento (tra i quali, oltre agli ebrei, anche una checca che nella scena ha un ruolo cruciale) sotto il naso dei nazisti camuffandoli tra gli attori. Fingono di essere tutti dei clown guadagnando l'uscita del teatro (e la libertà). Quando una vecchietta si trova davanti a tutti i nazisti sclera (lo avrei fatto anche io...) rischiando di smascherare l'inghippo. La checca se ne accorge e con un colpo di genio salva la situazione.
Vidi per la prima volta questo film nel 1984 a Massenzio (le proiezioni estive delle prime estati romane). La scena mi colpì al punto che cercai tra i titoli di coda il nome dell'attrice: Eda Reiss Merin. Non ho mai dimenticato quel nome.
La sua interpretazione e, in generale, una scena del genere in un film comico ha l'effetto di una doccia fredda e ricorda la follia collettiva dei nazisti (e di noi fascisti che eravamo con loro alleati) anche in un film che ti fa sorridere. Non amo di solito sorridere su temi seri, ho odiato a morte Train de vie ma il film di Mel Brooks è un film serio anche se è una commedia. E non dimentica i gay. Questa scena lo dimostra. Spero che vi emozioni come ha emozionato me.
Per non dimenticare. MAI
La scena che vi voglio far vedere è subito prima della fine del film.
nel teatro ormai chiuso ai polacchi in una serata dedicata solo alle truppe naziste, la compagnia riesce a far scappare alcuni arrestati destinati ai campi di concentramento (tra i quali, oltre agli ebrei, anche una checca che nella scena ha un ruolo cruciale) sotto il naso dei nazisti camuffandoli tra gli attori. Fingono di essere tutti dei clown guadagnando l'uscita del teatro (e la libertà). Quando una vecchietta si trova davanti a tutti i nazisti sclera (lo avrei fatto anche io...) rischiando di smascherare l'inghippo. La checca se ne accorge e con un colpo di genio salva la situazione.
Vidi per la prima volta questo film nel 1984 a Massenzio (le proiezioni estive delle prime estati romane). La scena mi colpì al punto che cercai tra i titoli di coda il nome dell'attrice: Eda Reiss Merin. Non ho mai dimenticato quel nome.
La sua interpretazione e, in generale, una scena del genere in un film comico ha l'effetto di una doccia fredda e ricorda la follia collettiva dei nazisti (e di noi fascisti che eravamo con loro alleati) anche in un film che ti fa sorridere. Non amo di solito sorridere su temi seri, ho odiato a morte Train de vie ma il film di Mel Brooks è un film serio anche se è una commedia. E non dimentica i gay. Questa scena lo dimostra. Spero che vi emozioni come ha emozionato me.
Per non dimenticare. MAI
Etichette:
cinema,
ricordi,
ricorrenze,
storia,
teatro
24 dicembre 2010
ventiquattro dicembre duemiladieci
Doveva essere il 1978. Ricordo perfettamente il piccolo albero di natale che stava in un angolo di camera mia, su una libreria bassa, che, allora, mi arrivava al petto. Mentre dell'albero della casa, che stava all'ingresso, quello grande e vero, i cui capelli d'angelo sarebbero entrati qualche anno dopo nella ...dieta di Buio, il mio primo gatto, mi interessava poco, ci tenevo molto a quell'albero di dimensioni ridotte che avevo chez moi mi faceva sentire già piccolo adulto, che ha le sue cose. Le piccole dimensioni ribadivano al contempo che del natale non mi interessava molto e che avevo già un natale tutto mio. Ero orgoglioso di quel piccolo albero la cui simbologia era modificata in quella mia, privata e personalissima. Nell'albero c'erano delle luci mie di quelle grosse, a forma di orsacchiotto (evidentemente la vita sa dove vai molto prima di te...) credo le abbia ancora mia sorella e le metta ancora nel suo di albero.
Quell'albero chez moi mi ricordava del natale anche quando stavo per conto mio, a cantare sopra i 45 giri (Noi noi di Sandra Mondaini... ma poteva anche essere Mettiamo che tu di Loretta Goggi) quando, sopraffatto dall'energia natalizia, mi ritiravo nei penetralia della casa (la mia stanza era la più lontana dall'ingresso e dalla camera da pranzo) lontano dal rumore, dal troppo sfoggiare, dalle troppe persone (le zie e relativi mariti e figli) che avevano da dire la loro una loro smepre omologa ed equipollente, così' distante dalla mia. Ricordo intere giornate natalizie trascorse in camera mia, dietro le quinte, dove pur presnete mi sentivo assente, sottratto alla scena, al palco, alla recita del natale.
Ho tanti ricordi legati al natale, da bambino, come tutti. Quei ricordi che sono in parte riaffiorati dopo aver visto l'ultima Istallazione drammaturgica di Ricci Forte, alla Fondazione Fendi, giusto due giorni prima di partire per quel di Napoli. Ricordi sparsi, contraddittori.
Natale del 1977 quando, la mattina della vigilia, convinco mia madre e mia sorella ad accompagnarmi alla stanza ai colli portuensi (la più distante da casa) per acquistare il 45 giri di Ombretta Colli Luna quadrata (ce l'ho ancora). Ho un vago ricordo di noi tre (io Silvia e mamma) sull'autobus, in una mattina dai colori stranamente estivi (vatti a fidare dei ricordi...). Ricordo dello stesso natale quando mamma aveva disseminato l'albero di regali epr me e mia sorella e io, che già sapevo che babbo Natale non esiste, mi preoccupavo dello sforzo economico che mamma aveva fatto (sforzo economico che non apprezzavo, l'importante era il clima natalizio non i regali, ma come dire a un genitore che si p svenato grazie ma di tutti questi regali non so cosa farmene l'importante è che sie felice tu, anzi noi?)...
Molto meglio il regalo assai laico (Anche se l'aggettivo all'epoca non lo conoscevo) che mi faceva nonna per capodanno e per la befana. Invece di farmi il regalo a Natale nonna mi regalava qualcosa di costoso per il primo dell'anno. Un disco, un libro, una radiolina. E' da nonna che ho preso l'abitudine di ascoltare la radio, il gr piuttosto che il tg... Il vero regalo era quello del primo dell'anno.
Poi cera la befana che però, per un patto stabilito tra me e lei, richiedeva un regalo economico, simbolico, un piccolo giocattolo, una rivista, qualche oggetto epr la mia camera, dei dolciumi. Era nonna che mi aveva chiesto di scegliere se avere il regalo più cospicuo per il primo dell'anno o per l'epifania. E io avevo scelto la festa più laica, senza saperlo.
Oggi finalmente all'età di 45 anni posso dire che il natale non abita più in me, nemmeno che non mi interessa (rimarcare un non interesse vuol dire comunque accorgersi della mancanza). Il natale mi è proprio indifferente. Non mi danno nemmeno più fastidio le luminarie o chi lo festeggia. So solo che io sono libero e che, in fondo, lo sono smepre stato, che per me il natale è smepre stata una recita, una sciarada, un modo che la chiesa e lo stato hanno per coglionarci per illuderci che siamo unti e felici mentre in realtà decidono persone come dobbiamo morire figuriamoci se possiamo scegliere come vivere. Una festa talmente assurda che viene percepita come la più importante di quelle religiose (anche le vacanze scolastiche sono le più lunghe) mentre non lo è assolutamente (eppure, da cattivo cattolico, ma almeno io non credo... l'ho creduto per anni), lo è la Pasqua.
Credo però che il ricordo cui sia più legato di quegli antichi natali scolastici è il senso di angoscia per le vacanze che finivano e che mi strappavano a quell'intimità solitaria della casa e mi rispedivano dritto all'inferno, quello che ho vissuto alle medie e soprattutto al Liceo perchè a scuola andavo male e me ne vergognavo da morire senza riuscire a fare nulla per cambiare quello stato.
Quando le emozioni le subivo e non le vivevo.
Quell'albero chez moi mi ricordava del natale anche quando stavo per conto mio, a cantare sopra i 45 giri (Noi noi di Sandra Mondaini... ma poteva anche essere Mettiamo che tu di Loretta Goggi) quando, sopraffatto dall'energia natalizia, mi ritiravo nei penetralia della casa (la mia stanza era la più lontana dall'ingresso e dalla camera da pranzo) lontano dal rumore, dal troppo sfoggiare, dalle troppe persone (le zie e relativi mariti e figli) che avevano da dire la loro una loro smepre omologa ed equipollente, così' distante dalla mia. Ricordo intere giornate natalizie trascorse in camera mia, dietro le quinte, dove pur presnete mi sentivo assente, sottratto alla scena, al palco, alla recita del natale.
Ho tanti ricordi legati al natale, da bambino, come tutti. Quei ricordi che sono in parte riaffiorati dopo aver visto l'ultima Istallazione drammaturgica di Ricci Forte, alla Fondazione Fendi, giusto due giorni prima di partire per quel di Napoli. Ricordi sparsi, contraddittori.
Natale del 1977 quando, la mattina della vigilia, convinco mia madre e mia sorella ad accompagnarmi alla stanza ai colli portuensi (la più distante da casa) per acquistare il 45 giri di Ombretta Colli Luna quadrata (ce l'ho ancora). Ho un vago ricordo di noi tre (io Silvia e mamma) sull'autobus, in una mattina dai colori stranamente estivi (vatti a fidare dei ricordi...). Ricordo dello stesso natale quando mamma aveva disseminato l'albero di regali epr me e mia sorella e io, che già sapevo che babbo Natale non esiste, mi preoccupavo dello sforzo economico che mamma aveva fatto (sforzo economico che non apprezzavo, l'importante era il clima natalizio non i regali, ma come dire a un genitore che si p svenato grazie ma di tutti questi regali non so cosa farmene l'importante è che sie felice tu, anzi noi?)...
Molto meglio il regalo assai laico (Anche se l'aggettivo all'epoca non lo conoscevo) che mi faceva nonna per capodanno e per la befana. Invece di farmi il regalo a Natale nonna mi regalava qualcosa di costoso per il primo dell'anno. Un disco, un libro, una radiolina. E' da nonna che ho preso l'abitudine di ascoltare la radio, il gr piuttosto che il tg... Il vero regalo era quello del primo dell'anno.
Poi cera la befana che però, per un patto stabilito tra me e lei, richiedeva un regalo economico, simbolico, un piccolo giocattolo, una rivista, qualche oggetto epr la mia camera, dei dolciumi. Era nonna che mi aveva chiesto di scegliere se avere il regalo più cospicuo per il primo dell'anno o per l'epifania. E io avevo scelto la festa più laica, senza saperlo.
Oggi finalmente all'età di 45 anni posso dire che il natale non abita più in me, nemmeno che non mi interessa (rimarcare un non interesse vuol dire comunque accorgersi della mancanza). Il natale mi è proprio indifferente. Non mi danno nemmeno più fastidio le luminarie o chi lo festeggia. So solo che io sono libero e che, in fondo, lo sono smepre stato, che per me il natale è smepre stata una recita, una sciarada, un modo che la chiesa e lo stato hanno per coglionarci per illuderci che siamo unti e felici mentre in realtà decidono persone come dobbiamo morire figuriamoci se possiamo scegliere come vivere. Una festa talmente assurda che viene percepita come la più importante di quelle religiose (anche le vacanze scolastiche sono le più lunghe) mentre non lo è assolutamente (eppure, da cattivo cattolico, ma almeno io non credo... l'ho creduto per anni), lo è la Pasqua.
Credo però che il ricordo cui sia più legato di quegli antichi natali scolastici è il senso di angoscia per le vacanze che finivano e che mi strappavano a quell'intimità solitaria della casa e mi rispedivano dritto all'inferno, quello che ho vissuto alle medie e soprattutto al Liceo perchè a scuola andavo male e me ne vergognavo da morire senza riuscire a fare nulla per cambiare quello stato.
Quando le emozioni le subivo e non le vivevo.
18 dicembre 2010
Napule è...
...le sfogliatelle appena sfornate così buone che le mangi anche se se rischi di ustionarti la lingua.
Napule è il voi che si dà al posto del lei così che quando chiedi la strada a una signora anziana dirle scusate ti fa sentire che le stai tributando davvero quel minimo di rispetto dovuto.
Napule è i clienti di un ristorante che entrano nella sala quando tu sei già seduto e che, pur non conoscendoti, ti salutano.
Napule è gli stessi clienti che non battono ciglio se al tuo tavolo uno dei commensali, vincitore del concorso regionale Miss Drag Queen, ha il viso truccato in maniera vistosa ed eccessiva persino per una Drag, perché ha ha i colori della bandiera raibow disegnati sulle arcate sopracciliari.
Napule è la stessa Drag, una delle tante e tanti volontari che ci hanno aiutato a fare il Festival Omovies giorno dopo giorno, è stata tutti i giorni del festival, dalle 17 alle 24, alla cassa del cinema Astra dove si svolge Omovies, festival di cinema omosessuale (e questioning), a vendere i biglietti, non delle proiezioni (il cui ingresso è gratuito) ma quelli per il party di chiusura.
Napule è le trans che vengono a vedere i film, seguono i dibattiti e dicono la loro su quello che hanno visto. Persone così autoconsapevoli che quando si parla del cliché con cui nei film e nei media vengono associate alla prostituzione (che per il 90% delle trans è l'unica fonte di sostentamento visto che nessuno le assume per un lavoro diverso), pur ricordando che nessuna trans fa la prostituta per vocazione non nascondono né si vergognano di quel che hanno dovuto fare per mantenersi.
Napule è la città dove il più completo documentario sul gay pride napoletano (quest'anno nazionale) è stato fatto da un giovane universitario etero.
Napule è gli studenti delle superiori che, pur occupando le loro scuole, fanno lezione in piazza, tra la gente, incuranti del freddo (ma almeno c'è il sole).
Napule è una città dove mangi bene dappertutto e paghi 2 euro per un trancio di pizza e una lattina di coca.
Napule è una città che ha un centro universitario con bar-mensa, a prezzi politici, computer con accesso alla rete gratuito, e centro polivalente con uffici a disposizione di varie attività, pulito, efficiente e funzionante che nessuno sporca o distrugge perché è un bene di tutti e lo lasci così come lo trovi (a Roma durerebbe due giorni poi sarebbe un porcile) perché domani qualcun altro, o magari te stesso, continuerai a utilizzarlo.
Napule è i volontari e le volontarie dell'associazione I-ken, che raccoglie persone gay, lesbiche e trans, che si entusiasmano per i dibattiti che tu, ciccione romano, hai aggiunto alla programmazione del Festival di quest'anno dei film, e che rimangono tra il pubblico a parlare e discutere sui film appena visti, riscoprendo come tutti gli altri spettatori e spettatrici il gusto di dire la propria in un contesto pubblico, in mezzo ad altre persone, parlando davanti a tutti, col microfono, invece che digitare davanti uno schermo telematico.
Napule è la funicolare (o come dicono qui la funiculare) che ti fa sembrare di stare in montagna, dove con sole due fermate sali o scendi un dislivello di qualche centinaio di metri, con la funicolare organizzata a gradoni e la fermata rannicchiata sulle scale.
Napule è poter mangiare anche in pieno dicembre alle due del mattino, dove il proprietario ti accoglie salutandoti con una stretta di mano e il cameriere bono ti sorride dandoti del tu come ti conoscesse da sempre. Siamo usciti dal locale alle 3 e dentro c'era ancora un gruppo di attori che era venuto a mangiare dopo lo spettacolo...
Napule è i ragazzi gay che si fidanzano giovanissimi e non sono affatto femminielli effeminati e molto checchine come a roma ma dei giovani normali, che magari si toccano il pacco come i loro coetanei etero, senza volgarità e senza malizia, giovani che studiano all'università (se non vanno ancora la liceo) e magari già lavorano e portano a casa soldi. Soldi che mettono da parte perché a san Valentino vanno a Parigi... Napule song'e viche del centro storico che costeggiano o Munastiero 'e Santa Chiara, e tu ti senti dentro la storia tua, perchè quella canzone la ascoltava tua nonna, e poi anche tu (cantata da Mina).
Napule è una città nella quale vivrei volentieri benissimo come mi sta capitando in questa settimana piena di cose da scrivere e organizzare (la mattina) e film da introdurre e analizzare assieme al pubblico dopo la visione (il pomeriggio e la sera, dalle 17 alle 24).
Napule è la città che mi ha ricordato che, per quanto precario sia, amo il lavoro che faccio e sono fortunato a poterlo fare, perché quando vedi che il pubblico resta a parlare anche alle 24 capisci che hai colto nel segno e che la gente non è ancora del tutto morta ma aspetta solo occasioni per potersi risvegliare.
Napule è la mia città adottiva.
14 agosto 2010
Baci sgraditi.
1985.
Ero un pischello cresciuto, che andava ancora al Liceo (a 20 anni, seccato due volte...). I miei amici Fabrizio e Claudia compivano il primo meseversario. Si erano messi insieme grazie a me. Entrambi mi avevano confessato di avere una cotta ma temevano che l'altro\a non corrispondesse... Io non tradii le loro confidenze, consigliai a Fabrizio di invitare Claudia a cena e di dichiarasi...
Si erano messi insieme quella sera stessa.
Così, nonostante tentassi di sottrarmi, per quel primo meseversario avevano insistilo di avermi a cena con loro, perchè se non era per te adesso non stavamo insieme.
Immaginatevi tre ragazzi seduti a un tavolo dell'affollatissimo obitorio (nome romano della pizzeria I marmi) mangiare pizza, suppli e filetti di baccalà (specialità della casa, allora come ora). Io li guardavo intenerito e, nonostante fossi una zitella incancrenita, i loro baci non mi suscitavano invidia, o tristezza, ma tenerezza e orgoglio, dopotutto ero stato bravo con loro, no?
Fabrizio e Claudia erano entrambi molto belli, lui più alto di lei, e l'altezza gli conferiva quel tanto di senso protettivo, soprattutto quando Fabrizio la tirava a sé per baciarla e stringerla. A tavola i baci si sprecavano, dolci baci a fior di labbra, tra un pezzo di pizza e un fritto, tra un sorso di birra e un sorriso. Baci svelti, brevi e pudichi niente affatto leziosi ma spontanei e sinceri, come potevano non intenerirti? Io li guardavo baciarsi, senza distogliere lo sguardo, non tanto per una vocazione da voyeur ma perché, dopo tutto, erano una mia creatura...
Due tavoli più in là, una signora, da sola, non più giovane ma nemmeno vecchia, osservava i miei amici con un certo fastidio. Capello corto a caschetto, qualche chilo di troppo che dava però all'incarnato del viso una certa bellezza muliebre non smetteva di guardare con una smorfia di disappunto. Io ostentavo indifferenza ai suoi sguardi sempre più risentiti, Fabrizio e Claudia credo proprio non la avessero notata, finché, non avendo ottenuto l'effetto sperato, la signora intervenne e disse con paternalistica voce di rimprovero: ma ragazzi! Stiamo mangiando!. La frase ebbe l'effetto sperato: idillio interrotto, occhi sorpresi e spaesati di Claudia e Fabrizio che non capivano bene a cosa la signora si riferisse. Quando fu chiaro che la tipa si riferiva ai loro baci innocenti mentre il mio fastidio cresceva di secondo in secondo, bastò uno sguardo di intesa con Fabrizio per vendicarci di una lamentela tutto sommato esagerata e cattiva. Io e Fabrizio che sedevamo uno di fronte all'altro, ci alziamo dalla sedia e iniziamo a baciarci. Io e lui. Baci veri stavolta, con la lingua, mentre Claudia si accascia ridendo su una macchina (i tavoli dell'Obitorio danno, allora come ora, direttamente sulla strada...) e la signora sgrana gli occhi a tal punto che le potevano comodamente uscirle dalle orbite.
Nessuno disse niente, né la signora né gli altri avventori. La signora se ne rimase zitta e non disturbò più. Io Fabrizio e Claudia finimmo la cena e restammo a scherzare e a ridere mentre la signora se ne andò, da sola come era venuta.
Ero un pischello cresciuto, che andava ancora al Liceo (a 20 anni, seccato due volte...). I miei amici Fabrizio e Claudia compivano il primo meseversario. Si erano messi insieme grazie a me. Entrambi mi avevano confessato di avere una cotta ma temevano che l'altro\a non corrispondesse... Io non tradii le loro confidenze, consigliai a Fabrizio di invitare Claudia a cena e di dichiarasi...
Si erano messi insieme quella sera stessa.
Così, nonostante tentassi di sottrarmi, per quel primo meseversario avevano insistilo di avermi a cena con loro, perchè se non era per te adesso non stavamo insieme.
Immaginatevi tre ragazzi seduti a un tavolo dell'affollatissimo obitorio (nome romano della pizzeria I marmi) mangiare pizza, suppli e filetti di baccalà (specialità della casa, allora come ora). Io li guardavo intenerito e, nonostante fossi una zitella incancrenita, i loro baci non mi suscitavano invidia, o tristezza, ma tenerezza e orgoglio, dopotutto ero stato bravo con loro, no?
Fabrizio e Claudia erano entrambi molto belli, lui più alto di lei, e l'altezza gli conferiva quel tanto di senso protettivo, soprattutto quando Fabrizio la tirava a sé per baciarla e stringerla. A tavola i baci si sprecavano, dolci baci a fior di labbra, tra un pezzo di pizza e un fritto, tra un sorso di birra e un sorriso. Baci svelti, brevi e pudichi niente affatto leziosi ma spontanei e sinceri, come potevano non intenerirti? Io li guardavo baciarsi, senza distogliere lo sguardo, non tanto per una vocazione da voyeur ma perché, dopo tutto, erano una mia creatura...
Due tavoli più in là, una signora, da sola, non più giovane ma nemmeno vecchia, osservava i miei amici con un certo fastidio. Capello corto a caschetto, qualche chilo di troppo che dava però all'incarnato del viso una certa bellezza muliebre non smetteva di guardare con una smorfia di disappunto. Io ostentavo indifferenza ai suoi sguardi sempre più risentiti, Fabrizio e Claudia credo proprio non la avessero notata, finché, non avendo ottenuto l'effetto sperato, la signora intervenne e disse con paternalistica voce di rimprovero: ma ragazzi! Stiamo mangiando!. La frase ebbe l'effetto sperato: idillio interrotto, occhi sorpresi e spaesati di Claudia e Fabrizio che non capivano bene a cosa la signora si riferisse. Quando fu chiaro che la tipa si riferiva ai loro baci innocenti mentre il mio fastidio cresceva di secondo in secondo, bastò uno sguardo di intesa con Fabrizio per vendicarci di una lamentela tutto sommato esagerata e cattiva. Io e Fabrizio che sedevamo uno di fronte all'altro, ci alziamo dalla sedia e iniziamo a baciarci. Io e lui. Baci veri stavolta, con la lingua, mentre Claudia si accascia ridendo su una macchina (i tavoli dell'Obitorio danno, allora come ora, direttamente sulla strada...) e la signora sgrana gli occhi a tal punto che le potevano comodamente uscirle dalle orbite.
Nessuno disse niente, né la signora né gli altri avventori. La signora se ne rimase zitta e non disturbò più. Io Fabrizio e Claudia finimmo la cena e restammo a scherzare e a ridere mentre la signora se ne andò, da sola come era venuta.
4 novembre 2009
Tristi tropici per la morte di Claude Lévi-Strauss
“Con il passare degli anni, ogni giorno di più provo la sensazione di usurpare il tempo che mi resta da vivere e penso che niente giustifichi più il posto che occupo ancora su questa terra», aveva dichiarato Claude Lévi-Strauss quattro anni fa, quando non ne aveva ancora novantasette. L’ultimo grande maestro del nostro tempo, l’autore di Tristi Tropici, del Pensiero selvaggio, del Crudo e il cotto, ma anche di quel meraviglioso compimento che è Guardare, ascoltare, leggere, il pensatore che ha segnato il Novecento mettendo in questione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell’uomo nel sistema vivente, forse voleva che, in quel sistema, la sua vita durasse cent’anni, ma non uno di più. Ne avrebbe compiuti centouno tra meno di un mese. È morto, forse non casualmente, nella notte dei Morti, l’unico rito precristiano e tribale che si celebri ancora oggi in tutto il mondo.
Avevamo festeggiato il suo centesimo compleanno, il 28 novembre dell’anno scorso, pubblicando una parte dei dialoghi avuti a Parigi anni prima. In quelle conversazioni lo avevamo interrogato anche sulla morte. La vedeva molto vicina, non se ne preoccupava affatto. Non gli poneva problemi metafisici, considerava troppo metafisico perfino Seneca, con la sua idea che la vita sia una meditatio mortis, una perenne preparazione alla morte. Lévi-Strauss, contemporaneo dell’esistenzialismo, andava più in là. La sua morale ultima, la sua dichiarazione di fede, era: niente è.
L’aveva ripresa da Montaigne, la ritrovava nel buddismo, di cui era stato curioso all’inizio della sua parabola intellettuale. Naturalmente, aggiungeva conversando nella grande casa parigina piena di libri e di antiche maschere tribali, per vivere bisogna fare come se le cose avessero un senso. Ma criticava perfino Sartre, che sosteneva la necessità di dare un senso alle cose. Sartre pensava che un senso alle cose lo si possa dare veramente, mentre Lévi-Strauss credeva che non ci si arrivi mai. Esistono solo due scelte: «O vivere la vita nel modo più soddisfacente possibile, e allora comportarsi come se le cose avessero un senso pur sapendo che in realtà non ne hanno nessuno: restare lucidi, lasciarsi portare, andare all’avventura. O altrimenti ritirarsi dal mondo, suicidarsi oppure condurre un’esistenza da asceta tra le foreste e le montagne».
In fondo, da giovane, aveva scelto la seconda opzione, quando nel 1935, dopo la laurea in filosofia, presagendo che la carriera accademica non gli sarebbe riuscita facile, era andato a vivere fra le tribù indie dell’Amazzonia e del Mato Grosso. Era stato compagno di studi di Simone de Beauvoir e Merleau-Ponty, ma la sua mente, polimorfa e multidisciplinare fin dall’infanzia, dedita alla pittura e alla musica quanto alla scrittura e alla lettura, era intollerante alle sistematizzazioni. Fu una duplice sconfitta al Collège de France a dargli quella straordinaria libertà di scrittura che fa di Tristi Tropici, dedicato al lungo soggiorno tra i Nambikwara, uno dei capolavori filosofici del Novecento.
La mente di Lévi-Strauss era votata al bricolage, analizzato nel Pensiero selvaggio, o al collage, dove oggetti e pensieri non contano per se stessi, ma per le reciproche relazioni. È lo spirito dello strutturalismo: tutto è linguaggio, dalla poesia al formicaio, alla Sonata.
I manuali parlano di lui come del fondatore dell’antropologia strutturale. Eppure, molte volte ha detto di sentirsi sollevato dalla fine della moda strutturalista degli Anni 70. La radice dello strutturalismo andava per lui cercata nel Settecento di Chabanon, un musicologo dimenticato che aveva anticipato Saussure. Anzi, aveva aggiunto, «andrei perfino oltre, fino ad affermare che i veri inventori della linguistica strutturale sono stati gli Stoici».
Questa capacità, da vero strutturalista, o da vero sciamano, di stabilire per ogni oggetto di studio relazioni e connessioni istantanee e multiple, gli derivava anche da immense letture. Conosceva la cultura classica quanto quella tribale, sfruttava contemporaneamente, sincronicamente e per così dire sinfonicamente le intuizioni dei filosofi greci e i sapienti castelli di carte dei filosofi tedeschi. Ma non voleva «neppure dare l’impressione che il suo lavoro fosse una filosofia». La sua intimità con la poesia era così grande da permettergli di percepire, quasi per sinestesia, i suoni come colori, di confrontare le Vocali di Rimbaud coi neri di Manet e questi con la «tastiera sincromatica» di un dimenticato autore del XVIII secolo, padre Castel. Lévi-Strauss vedeva nero il futuro ma traeva luce dal passato. Era avido di qualsiasi informazione gli venisse da questo sconfinato territorio, ormai così poco frequentato dalla modernità da renderlo quasi più selvaggio delle giungle del Brasile. Ad avvicinarci, a Parigi, era stata la sua curiosità per il mondo bizantino, un’Atlantide sommersa di cui aveva colto l’immensità, e di cui andava interrogando i riti, i miti, i colori.
«Odio i viaggi e gli esploratori»: così aveva scritto all’inizio di Tristi Tropici, citando Madame de Staël. Era naturalmente un paradosso. Un antropologo non può non essere un viaggiatore, viaggia per i continenti, per le culture, per gli argomenti, per le epoche. Ci dimostra quanto sia illusoria la differenza tra la civiltà e ciò che chiamiamo lo stato selvaggio. Ci spiega che anche dietro la più sofisticata delle usanze si nascondono tabù insondabili e paure ancestrali. Si potrebbe dire: che ne sarebbe di tutte le nostre incertezze, senza Lévi-Strauss? Per fortuna, attraverso il suo esempio e i suoi libri, Lévi-Strauss, anche se la scorsa notte dei Morti se ne è andato, varcando l’ultimo confine del suo viaggio, compiendo l’ultimo dei suoi riti di passaggio, resta con noi per sempre. Silvia Ronchey La Stampa del 4/11/09.
Ricordo una conversazione parigina, nel luglio del 2006, con Maria, la sua compagna Mano e la nostra amica comune Rosa. Si era fatta sera, eravamo in un giardino nei pressi degli Champs-Élysées e Maria, laureata in filosofia, commentava il relativismo culturale dicendo che era stata una sciagura e che aveva portato a gravi compromessi. Concordavo e le ricordavo, come esempio, le donne infibulate che partorivano in Italia le quali, per rispetto (Sic!) della loro cultura , venivano ricucite. Le dicevo anche che in realtà il relativismo culturale era stato frainteso perché non portava alla cancellazione dei valori ma, proprio in virtù del fatto che i valori non sono né innati né universali, suggeriva che i valori ci esprimono ci distinguono perché tra una molteplicità scegliamo proprio quelli e non altri, che, insomma, se i valori non sono uguali per tutti questo responsabilizza ancora di più le nostre scelte. Solo le religioni, la chiesa che pretendono di avere una ragione divina e dunque super umana hanno da ridire sul relativismo culturale e ne diffondono infatti la vulgata sciocca, cioè che il relativismo, nel dire che tutti i valori sono relativi e dunque uguali, porta a concludere che non esiste valore alcuno. E' un po' come quei cretini che in nome della democrazia accettano qualunque idea...
Maria mi guarda e mi dice che, anche se concorda con la mia lettura del relativismo, in realtà, quello filosofico e antropologico dice proprio quel che io criticavo. E mi cita Lévi-Strauss che aveva detto, in Tristi tropici, che nessuno può davvero capire una cultura se non ne fa parte e questo, secondo lei, precludeva ogni vero confronto culturale e isolava ogni gruppo di valori, di civiltà, in monadi autoreferenziali e non comunicanti il cui risultato era proprio che tutto è relativo.
Basta leggere le ultime affermazioni di Lévi-Strauss per rendersi conto del suo grande errore.
Dire che la vita è un barcamenarsi vivendola credendo che abbia un senso mentre un senso non ce l'ha. Dire che nulla è.
Non si rendeva conto Lévi-Strauss che è proprio il cercare un senso nella vita a non avere senso che attribuiamo al mondo inorganico un senso che solo la nostra vita autoconsapevole ha non già i quanto senso ma in quanto vita... E che invece di acettare la nostra fine con serenità spaventati dalla consapevolezza della morte una morte che non ha senso cerchiamo la stessa consapevolezza nel resto del mondo, organico e inorganico, e, non trovandola, perché non c'è, dubitiamo della nostra. Dimenticandoci che se nulla davvero fosse non potrebbe nemmeno essere il nostro dubbio, la nostra negazione e che quindi ci stiamo contraddicendo mentre lo diciamo.
Il senso che manca e che ci attanaglia al punto tale da volerlo estendere all'intero universo (almeno quel 5% che conosciamo, essendo il restante 95% fatto di materia oscura...) è quello della nostra morte. Siamo sempre lì.
E' inutile che Strauss dicesse di non avere paura di morire. Quando diceva che nulla è stava pensando all'assurdità della sua morte e al fatto che se le stelle sono indifferenti alla morte umana allora le stelle non esistono e nemmeno la vita.
Certo vivere per sempre sarebbe bello. Io come tanti (ma non tutti...) lo vorrei. Ma vaffanculo! Finché ci sono me la godo e dopo chissenefrega sarò morto.
Spero solo che la mia morte non sia dolorosa o miserabile, ma dignitosa, come quella di Frances. Un dormire andandosene. Pensando alle stelle che campano miliardi di anni ma non sanno nemmeno di esistere.
Ma Strauss naturalmente, era molto di più e c'è un'altra frase che quoto dal sito de L'unità con la aule vorrei chiudere questo post su di Lui
Ma Strauss naturalmente, era molto di più e c'è un'altra frase che quoto dal sito de L'unità con la aule vorrei chiudere questo post su di Lui
Non ho suggerimenti da dare a nessuno. Mi limito a ricordare che esistono due grandi virtù: la tolleranza e il rispetto per la diversità. È una lezione che abbiamo appreso a un prezzo molto alto e che non dovremmo mai dimenticare. Claude Levi Strauss
matrimonio e famiglia
Dimmi, perché lo stilema
il sintagma e l’idioletto
compaiono col fonema
in ogni tuo articoletto?
Perché ami tanto Jakobson
la metonimia e il significante
Claude Lévi-strauss and Sons,
il diacronico e il commutante?
Perché t’angoscia la differenza
tra fonetica e fonologia
E non puoi vivere senza Barthes e la semiologia?
(Ennio Flaiano, L’uovo di Marx. Epigrammi, satire, occasioni)
27 settembre 2009
Camillo Babbano, l'impelatore di Roma
Un mese fa facevo sopprimere Cirillo. Era un giovedì, ricordo. Avevo ottenuto la cortesia da Francesca, la veterinaria, che venisse lei a casa, evitandomi di portare io Cirillo al suo ambulatorio.
Mentre aspettavo che arrivasse, sarebbe venuta durante la sua pausa pranzo, tra le 14 e le 15, girai un video con Cirillo, mentre io cantavo in playback Ero io, eri tu, era ieri di Mina, un brutto video che non ho mai postato (a dire il vero è stato online un paio d'ore, poi l'ho tolto le due foto che corredano il post sono estratte da quel video).Quando Francesca è venuta e gli ha fatto la prima iniezione, l'intramuscolare, a Ciri gli occhi sono diventati enormi, come chi è sotto l'effetto di qualche droga, ma robba bona. Io ho continuato ad accarezzarlo per 10 minuti, durante i quali all'inizio ha cercato di divincolarsi e scappare, ma l'effetto del farmaco ha avuto presto il sopravvento. E' rimasto lì, sul divano, a prendersi le mie carezze, senza troppa convinzione. D'altronde erano almeno due settimane che rimaneva tutto il giorno immobile, disteso, ad attendere... La mattina veniva affettuosamente a darmi il buongiorno ma nell'ultima settimana non si faceva vedere, scompariva per ore, non mi stava più vicino, al millimetro, disteso per terra come un tappetino. Era malfermo sule gambe, le metastasi avevano raggiunto tutto il suo corpo... Non c'era parte del suo corpo senza una protuberanza cancerosa e nuove metastasi, di una consistenza diversa di quelle che giù conoscevo, stavano intaccando giunture e legamenti. Come se non bastasse una metastasi sotto il mento nel giro di un mese era cresciuta passando dalla dimensione di una puntura d'insetto a quelle di un nocciolo di ciliegia, causandogli problemi di deglutizione sempre più seri.
Insomma non potevo aspettare più. La decisione più difficile dell'eutanasia, perché di quello si tratta, almeno nel caso degli animali, è di non attendere troppo per non sopprimerli quando sono già agonizzanti. E' un riguardo che noi umani facciamo ai nostri animali. Nessuna decisione è giusta probabilmente è sempre troppo presto o troppo tardi. Avrei potuto sicuramente aspettare ancora 24 ore, d'altronde avrei potuto eliminarlo anche il giorno prima. Invece avevo deciso per quel giovedì.
Io continuavo ad accarezzare Cirillo che però non si addormentava. Non era un semplice sonnifero quello che le aveva somministrato Francesca, ma ho preferito non indagare. Intanto Francesca mi persuadeva ad allontanarmi per la seconda iniezione. Io ho sempre pensato che la seconda iniezione, quella fatale, fosse una semplice endovena, invece, mi spiegava Francesca, è una intracardica, e non è un bello spettacolo assistervi (vi risparmio i dettagli che con me sono stai fin troppo efficaci nel convincermi a non assistervi). Fatto sta che nella mia vita sembro destinato a non assistere mai alla morte dei miei cari. Non è stato così per mia madre, non è stato così per il mio primo gatto Buio non è stato così per Cirillo (cari lurker non vi offendete nel leggere che equiparo la morte di mia madre a quella dei miei animali domestici. Solo chi non ha mai avuto animali si sorprende di quest'accostamento, gli altri fanno solo un sorriso di comprensione). Poi mentre Cirillo diventava sempre più inerme come un gatto di pezza, mi ha chiesto se, dopo il decesso, volevo vederlo o poteva imbustarlo direttamente (no, non mi stava chiedendo te lo incarto? lo stava imbustando così come vogliono le norme di accettazione del canile, dove lo avrei portato dopo per conto mio (aiutato da Piero io non ho macchina).
Ho declinato l'offerta, così, mentre lasciavo la camera da pranzo e mi dirigevo con Piero in camera da letto, dove ho anche chiuso la porta, Francesca portava a termine il suo compito.
Dopo, mentre io mettevo il corpicione imbustato di Ciri nella trasportina, (ammazza quanto pesa pure da morto quello!!!) Francesca compilava il certificato di morte che mi sarebbe servito al Canile dove lo avrebbero eliminato cremandolo, o, come dicono lì in gergo tecnico, effettuando la distruzione termica. (Brrr) Ho portato sempre io la trasportino il suo peso era l'unica traccia concreta rimastami di Cirillo. Quando lo portammo nella cella frigorifera (mica lo hanno cremato da solo, ma in una gabbia comune assieme a lucertole pterodattili ramarri cani topi balene koala e quanti altri animali morti bazzicano quel Canile) il responsabile della cela, un signore romanissimo, robusto, dalle sembianze di un portantino (avete presente Umberto D. ? di una volta (ora sono tutti giovani e magari anche laureati) mentre controllava che le carte che gli mostravo fossero tutte in regola (certificato di morte, ricevuta di versamento di 31 euro per la cremazione...) mi chiede di tirare fuori Cirillo (il suo corpicione) dalla trasportina. Io sudo, incespico, sbaglio la presa, Cirillo (o quel che ne rimane) mi scivola, sbatte pesantemente la testa sul pianale dove devo disporlo. Ma che me frega, dopotutto è morto, no?
Il resto è un oercorso che conosco. L'ho già fatto nel 1996 con Buio.
Torni a casa e la casa è vuota. Rimangono solo i suoi segni, il pelo dappertutto, la sua cacca e la sua pipì nella lettiera (che sono riuscito a pulire solo dopo qualche giorno) le ciotole dell'acqua e del cibo in cucina...
Poi inziano le allcinazioni.
Quando hai un animale in casa stai inconsciamente attento a non pestarlo e ogni movimento strano nella periferia del tuo campo visivo può essere segno della sua presenza. Per cui i primi giorni mi sembrava di vederlo sempre alla periferia estrema del mio campo visivo...
E poi, come per Buio, inizia a mancarti al presenza di un gatto in casa. Nel caso di Buio fu più la presenza generica di un gatto, meglio, la sua assenza, a farsi sentire (le prime settimane la mia mente era un tripudio di aneddoti dimenticati e ritrovati) nel caso di Cirillo era lui a mancarmi, con la sua personalità, la sua invadenza, la sua presenza. Il fatto che c'era sempre anche quando non volevo che ci fosse o, viceversa, che non ci fosse (ma dove diavolo si e ficcato?) quando avevo bisogno di lui. Un contatto fisico, l'empatia col felino, un toccasana, una terapia psicanalitica naturale, de quale il corpo si abitua, e la sua assenza, per di più repentina, debilita, inaridisce. Per questo quando, giorni dopo, a cena da Paolo, la sua gatta Wanda mi è rimasta in braccio facendo le fusa per tutto il tempo che volevo. Io dovevo ricaricarmi di felinità e lei generosa era lì per quello.
Un mese è già passato, e tra un altro mese, più o meno, penserò già a un altro gatto da prendere. Avrà un compito difficile quel micio perché succedere a Cirillo è impossibile. Ma ogni gatto ha una sua personalità ben precisa, spero di incontrarne uno con una personalità forte e definita come quella dell'impelatore di Roma, di Camillo Babbano (o bubbonio come lo chiamavo negli ultimi tempi). Tutt'intorno le cose vanno avanti (e più invecchi più il tempo scorre velocemente) dentro di te hai dei tempi molto più lenti... Io sto ancora cercando di orientarmi senza più Cirilllo nella mia vita...
Ho capito che tutto cambia però, eh che cavolo!
Ciao Ciri!!!
29 agosto 2009
26 agosto 2009
Si regalano enciclopedie
Devo essere un po' dislessico. Dagli errori di battitura che faccio quando uso la tastiera (avevo scritto tasteria...) sembrerebbe proprio di sì. Come Totò dico i torni contano solo che non lo faccio per far ridere...
Sono sempre con la testa tra le nuvole, o meglio, altrove, proiettato già in una delle cose che dovrò fare dopo, un minuto o un mese ha poca importanza, cercando disperatamente di sfruttare i tempi morti del presente per avvantaggiarmi (mia madre avrebbe detto così) con gli impegni futuri.
La mia amica (sic) Mariù direbbe che sono superficiale, ma non credo, è più probabile che viva in un mondo di Alice dove i desideri rasentano il ridicolo e a perdonare i miei errori c'è solo la genuina spontaneità della mia naïveté.
Ricordo, anni fa, mamma era morta da poco, entrare trafelato nella rilegatoria a trenta metri da casa mia, davanti la quale passavo ogni giorno, chiedendo quali fossero le enciclopedie e il rilegatore, un po' interdetto, rispondermi quelle a fascicoli che escono in edicola. Al che ero io a ...interdirmi. Nella vetrina del negozio c'era scritto "si rilegano enciclopedie" e io avevo letto "si regalano enciclopedie", pensando che il rilegatore si disfacesse a prezzi stracciati di volumi portati a rilegare e mai venuti a ritirare.
Uscii con la stessa delusione di quando, da bambino, vedendo un bottone gigante che mamma stava cucendo su un suo cappotto, lo presi per un biscotto e chiedevo determinato biccotto mentre mamma mi mostrava inutilmente tutti i biscotti che aveva in cucina...
Ieri ho trascinato Paolo da Ikea, convinto di andare fare una foto, in uno degli ambienti espositivi, che sarebbe stata stampata sulla copertina di un catalogo personalizzato...
Certo la descrizione è fuorviante ma solo chi cerca enciclopedie regalate in rilegatoria può pensare che la copia che ti daranno del nuovo catalogo ha in copertina la tua foto...

Sono sempre con la testa tra le nuvole, o meglio, altrove, proiettato già in una delle cose che dovrò fare dopo, un minuto o un mese ha poca importanza, cercando disperatamente di sfruttare i tempi morti del presente per avvantaggiarmi (mia madre avrebbe detto così) con gli impegni futuri.
La mia amica (sic) Mariù direbbe che sono superficiale, ma non credo, è più probabile che viva in un mondo di Alice dove i desideri rasentano il ridicolo e a perdonare i miei errori c'è solo la genuina spontaneità della mia naïveté.
Ricordo, anni fa, mamma era morta da poco, entrare trafelato nella rilegatoria a trenta metri da casa mia, davanti la quale passavo ogni giorno, chiedendo quali fossero le enciclopedie e il rilegatore, un po' interdetto, rispondermi quelle a fascicoli che escono in edicola. Al che ero io a ...interdirmi. Nella vetrina del negozio c'era scritto "si rilegano enciclopedie" e io avevo letto "si regalano enciclopedie", pensando che il rilegatore si disfacesse a prezzi stracciati di volumi portati a rilegare e mai venuti a ritirare.
Uscii con la stessa delusione di quando, da bambino, vedendo un bottone gigante che mamma stava cucendo su un suo cappotto, lo presi per un biscotto e chiedevo determinato biccotto mentre mamma mi mostrava inutilmente tutti i biscotti che aveva in cucina...
Ieri ho trascinato Paolo da Ikea, convinto di andare fare una foto, in uno degli ambienti espositivi, che sarebbe stata stampata sulla copertina di un catalogo personalizzato...
Vieni con la tua famiglia o con i tuoi amici dal 24 al 30 agosto* dalle 11 alle 19 nel tuo negozio IKEA Anagnina: sarai il protagonista del nostro nuovo catalogo. Potrai scegliere di farti fotografare in uno tra i 5 ambienti a tua disposizione, come se fossi a casa tua e personalizzare così la copertina del Catalogo IKEA 2010.
Riceverai subito la tua foto insieme a una copia del nuovo catalogo!
Certo la descrizione è fuorviante ma solo chi cerca enciclopedie regalate in rilegatoria può pensare che la copia che ti daranno del nuovo catalogo ha in copertina la tua foto...
19 agosto 2009
Il mio primo articolo...
...fu sul teatro. Non è piaggeria, dunque, quando dico che il cinema, per me, in fondo, è stato un ripiego.
Eccone una prova.

(cliccare sull'immagine per ingrandirla e leggere l'articolo)
Fu il mio primo articolo pubblicato in assoluto.

La rivista è(ra) Uscita di Sicurezza edizione italiana di Sortie de secours rivista Belga. L'edizione italiana vedeva tra i redattori me, Lucia Picaro, Pasquale P0lidori...
Anno di grazia 1986...
Ah, solo le scartoffie sano parlare così del passato!!!
Eccone una prova.

(cliccare sull'immagine per ingrandirla e leggere l'articolo)
Fu il mio primo articolo pubblicato in assoluto.

La rivista è(ra) Uscita di Sicurezza edizione italiana di Sortie de secours rivista Belga. L'edizione italiana vedeva tra i redattori me, Lucia Picaro, Pasquale P0lidori...
Anno di grazia 1986...
Ah, solo le scartoffie sano parlare così del passato!!!
16 agosto 2009
12 agosto 2009
Susan, la morte ed Io
Conosco Susan Sontag (come intellettuale e NON personalmente bien sur) dai tempi dell'università, quando studiai un suo famosissimo saggio, Against interpretation e ancora prima, quando lessi, al liceo, alcuni estratti di un altro suo saggio del '64 Note su Camp" (li potete leggere entrambi nell'edizione degli Oscar Mondandori*) o, anche, qui (grazie al sito I Miserabili).
Senza consolazione discutibile titolo italiano, quello originale recita Nuotando in un mare di morte (Swimming in a Sea of Death) mi ha deluso ma, anche, mi sta aiutando molto a superare (a trascorrere?) un periodo di morte che dura dalla dipartita di Frances e che ora si è nuovamente acuito dalla malattia di Cirillo, che è ancora vivo, ogni giorno più debole, sempre con più escrescenze cancerose che infestano il suo corpo smagrito e ...peloso!
Avevo bisogno di una terapia d'urto e per arrivare all'altra sponda del mio personale mare di morte il libro di Rieff mi era sembrato adatto.
Credevo che leggere della agonia di Susan Sontag, del suo calvario medico (sopravvissuta a due cancri, uno al seno negli anni 70 uno all'utero negli anni 90 e poi quello fatale al sangue nel 2004) sarebbe stata la mia catarsi, che di fonte al calvari altrui potessi scrollarmi di dosso quello mio.
Non che mi pesi particolarmente ma da quando è morta Frances mi sembra che nella mia vita non sia accaduto più nulla di altrettanto rilevante.
Il libro invece è il grido disperato di una mente sprovveduta di fronte alla morte.
Di una mente nemmeno troppo intelligente!
Mi ha fatto venire in mente, per certi aspetti, alcune considerazioni di mia sorella, altrettanto poco intelligenti, ma almeno mia sorella ha il buon gusto di non scriverle in un libro.
Mentre mia sorella si informava sullo stato di salute di una mia amica sieropositiva (amica non è un aggettivo camp si tratta proprio di una ragazza) si lascia quasi scappare che che la mia amica le fa tanto pena. Le chiedo perché e lei mi risponde Eh sapere che deve morire...!. Le faccio notare che TUTTI dobbiamo morire, anche io e lei, ma Silvia rintuzza Sì ma la tua amica prima!. Ovviamente non è vero. Domani posso attraversare la strada distrattamente e morire investito da un autobus, mentre la mia amica sieropositiva mi sopravvive.
L'idea che un malato cronico (e la sieropositività se diagnosticata in tempo, è cronica non più mortale) sia più mortale di una persona sana mi fa trasecolare.
Io non mi sento diverso da un malato riguardo le nostre aspettative di vita.
Al capezzale dei malati terminali vedo tante facce tristi. Non si tratta mai solo del dolore per la prossima dipartita di una persona cara. E' sempre anche un imbarazzo, un senso di colpa perché chi è malato morirà e chi è sano no.
Io non mi sento più immortale o meno morituro di un malato so che quel che sta capitando a lui o a lei capiterà anche a me prima o poi.
C'è un'amica di mia sorella, alla quale è stato diagnosticato un cancro terribile del polmone, più di quattro anni fa.
I medici non le davano più di 6 mesi di vita. Mia sorella, forte dei suoi studi di medicina (è assistente di analisi di laboratorio in un ospedale di Roma) parve ancora più pessimista dei medici e mi parlò della sua amica come fosse già morta.
Non per me.
Nel seppellire la sua amica prima del tempo c'era un che di perverso, ingiusto oltre che straordinariamente presuntuoso che faceva vibrare ogni fibra del mio essere di indignazione.
Che presunzione in noi "sani"!
Sono passati 4 anni e la sua amica è ancora viva, in buona salute, anche se sempre sotto terapia, grazie a una terapia sperimentale che ha permesso al suo cancro di recedere (un caso su non so quanti ma tant'è).
Ogni vota che le chiedo di lei mi informo su quanti anni sono passati dalla diagnosi... e godo dello schiaffo morale implicito che la sua risposta mi (le) dà.
Io sono presuntuoso e polemico ma in fatto di vita e di morte mi sento molto umile.
Siamo tutti mortali, non ci è dato sapere quando moriremo, anche se i nostri geni e i nostri comportamenti di vita possono influire sulle aspettative di vita.
Ma nulla è determinato in maniera definitiva.
Personalmente non ho paura della morte.
Non ho paura di morire. Mi fa provare rabbia perché da morto ignorerà i muovi film le nuove scoperte scientifiche le nuove canzoni, i nuovi rimorchi...
Ma siamo mortali e la nostra mortalità non è estranea alla vita. Ne costituisce anzi la sua essenza.
Sappiamo sempre di essere mortali e sappiamo quanto la morte possa essere repentina. Ognuno di noi ha perso amici o parenti morti in giovane età, prima del tempo. Non è quello un ammansirci della vita alla nostra morte?
Quando staremo per morire nessuno può dire che non credeva che andasse a finire così...
Questo sembra invece essere il leit motiv del libro di Rieff.
Come se la morte di sua madre, morta settantunenne, sia stata una sconfitta, un'infamia, un evento umiliante.
Si tratta ovviamente del modo in cui si vedono le cose.
Susan Sontag non è morta "improvvisamente" a 71 anni dopo esserle stata diagnosticata la sindrome mielodisplastica (una leucemia del sangue incurabile).
Suasan Sontag ha avuto a che fare col cancro dagli ani 70 ed è sopravvissuta per 30 anni a diversi cancri ritenuti tutti mortali.
Ma nel libro, David sottolinea proprio sul fatto che questa volta sua madre non sarebbe stata una miracolata come in passato. E, chissà perché, di questo c'è di che vergognarsi...
Come se la morte non colpisse tutti ma solo quelli sfigati e che stavolta la sfiga è toccata a lei.
Io e mia sorella abbiamo perso nostra madre nel 1990 (io avevo 25 anni mia sorella 20) per sieropositività, scoperta a settembre di quell'anno poco meno di due mesi prima che morisse. I primi sintomi (quelli gravi che l'avevano portata in ospedale sono di agosto) risalgono al febbraio di quell'anno quando lamentò una diminuzione del suo campo visivo (retrospettivamente, col senno di poi, possiamo includere anche una polmonite atipica avuta a dicembre dell'89...).
I primi di agosto, conclusa una telefonata con una collega di ufficio, mamma attacca il telefono guarda me e mia sorella e ci chiede cordialmente E voi chi siete?.
Leucoencefalopatia.
A causa del crollo del sistema immunitario un virus normalmente inerte le hanno letteralmente mangiato la parte bianca del cervello, partendo dalla corteccia visiva fino ad arrivare a quella cognitiva e della personalità.
David Rieff elenca tutta una serie di rimorsi e di sensi di colpa per essere sopravvissuto a sua madre, per non averle detto fino in fondo della gravità della sua malattia (lei che aveva terrore di morire...).
Io ricordo la profonda pietà per mia madre, per una vita interrotta così all'improvviso, aveva 54 anni quando morì, la sieropositività in seguito a una trasfusione infetta ricevuta nel 1985 durante un'operazione al cuore (gli screening sui donatori di sangue sarebbero iniziati solamente 6 mesi dopo).
Mia sorella ha odiato il mondo perché, dal suo punto di vista, il mondo le ha tolto la madre.
Io ho provato una tristezza immensaper lei. Io ho preso atto della sua morte. Cos'altro potevo fare?
Arrabbiarmi?
Deprimermi?
Uccidere qualcuno? Suicidarmi?
Nulla avrebbe riportato in vita mia madre.
Tanto valeva vivere e non sopravvivere.
Non ho mai pensato di essere più fortunato o sfortunato di altri.
Domandarsi il perché di quel che ti capita nella vita, quello che non dipende da te, è più delle volte capzioso cerca un'intenzionalità là dove non c'è.
Mia madre è morta. Punto.
Anche io un giorno morirò. Punto
Diciannove anni fa la mia morte era un fatto teorico e remoto, oggi la sento molto più prossima e concreta, ma non mi fa paura.
Non la cerco ma nemmeno la evito.
Temo molto di più la maniera in cui morirò rispetto la morte stessa.
Con Frances ho reagito in maniera diversa.
Altra morte fulminea, cancro al pancreas diagnosticato a metà settembre morta il 22 ottobre (lo stesso giorno di mia madre... Fico, no?).
Frances ha affrontato la morte in una maniera incredibile.
Calma, serena, altruista (ha regalato 800 euro a una vicina di letto al reparto oncologia, una 40enne con un cancro al fegato, per andare a trovare la madre in Asia prima di morire. Anche lei non c'è più). Si considerava soddisfatta, nona aveva rimorsi, rimpianti, non provava rabbia, dispiacere forse, delusione, ma non rabbia.
Mi sorprese solo un suo atteggiamento durante la sua degenza in ospedale. Non leggeva, non sentiva musica, non vedeva film. Dormiva.
Questo mi sconvolse.
Al suo posto (quanto siamo egoisti ed egocentrici..) io non mi sarei certo disperato ma avrei continuato, finché il fisico me lo permetteva, a fare le cose che mi piacevano di più. Non con l'ansia di chi sa che oggi c'è e domani no ma col la calma con cui lo faccio ora che so che, presumibilmente, domani ci sarò ancora (o no?).
La trovai una forma di debolezza di Frances, che mi deluse e, anche, mi spaventò.
La trovai una debolezza e mi chiesi come avrei davvero reagito io (molto più mammoletta di lei) se lei che era così forte aveva dismesso la sua vita quotidiana a attendeva la morte dormendo!
Daviod Rieff arriva persino a scrivere:
Ci fosse davvero un dio benevolo o uno spirito del mondo incline a immischiarsi negli affari degli uomini, o almeno a salvarli dalle cose che più temono, mia madre non sarebbe morta in maniera lenta e dolorosa di SMD, ma all'improvviso, per un infarto fulminante - la fine che dovrebbe desiderare chiunque come mia madre (e come me) venga menomato dalla paura della morte. Talvolta mi sono addirittura immaginato la scena: un momento prima, mia madre parlava di qualcosa che aveva appena visto, o intendeva vedere, o aveva appena letto, o riletto, o che voleva rileggere, o di un viaggio imminente, e l'attimo dopo - o al massimo qualche istante dopo - non c'era più. Non avrebbe avuto il tempo di spaventarsi, né di essere oppressa dall'idea di non aver completato il lavoro a cui teneva di più o vissuto la vita che avrebbe desiderato vivere («Troppo spesso» scrive in uno dei suoi diari «mi lascio sopraffare dalle circostanze»). Non avrebbe avuto il tempo per compiangersi né di diventare fisicamente irriconoscibile persino a se stessa, esposta all'umiliazione postuma della «commemorazione» che le fece Annie Leibovitz con le sue foto carnevalesche della morte della celebrità.
Ovviamente, mia madre non ebbe una rapida liberazione al momento della morte più di quanto non avesse avuto buona salute in vita.1
Se io potessi invece vorrei sapere di star morendo.
Sistemerei quelle due tre cose che posso sistemare e poi continuerei con la mia vita finché ci sono. Finché posso.
E dopo...
Pace!
Il vero dolore, la mia vera paura, è quella di essere solo in questa vita. Non solo perché non ho un amore, o per mancanza di amici. Piuttosto perché quel che sento io è così diverso da quel che sente la gente comune (e anche non comune Susan Sontag che piange perché sta per morire che delusione!) che le perone che considero mie pari sono talentante poche che quando una di loro, come F4eances, muore, ti senti davvero più solo.
E che i miei amici (amiche) oggi mi guardino con sufficienza perché leggo libri sula morte proprio adesso mi fanno sentire come mi sentii quando tutti mi dicevano di piangere, dopo la morte di mia madre, altrimenti sarei crollato.
Ma andate a 'fanculo. Non capite un cazzo. Siete così banali e prevedibili che mi togliete il volo dalle ali. Aria! Aria!
Certo è solo uno sfogo. Non mi permetterei mai.
Ma che voglia, a volte, in certi momenti...!
* Susan Sontag Contro l'interpretazione Mondadori, Milano 1998
1) David Rieff Senza Consolazione Mondadori, Milano 2009 p. 100
28 luglio 2009
Iscriviti a:
Post (Atom)
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente
Etichette
altri blog
(41)
arte
(32)
astronomia
(1)
bollettino ufficiale sullo stato del mio umore
(58)
capitalismo
(1)
celentano
(1)
chez moi
(1)
chez Tam
(3)
chez Tam (sans Tam)
(1)
chiesa
(4)
cinema
(138)
classismo
(1)
co
(1)
comunicazioni di servizio
(26)
controinformazione
(7)
cultura
(76)
diario
(92)
dieta
(3)
diritti
(1)
dischi di Mina
(1)
ecologia
(30)
elezioni
(6)
eventi
(78)
femminile dei nomi
(1)
femminismo
(1)
festival del film di roma 2009
(3)
festival di cinema
(1)
festival internazionale del fil di Roma 2010
(4)
festival internazionale del film di Roma 2009
(9)
Festival internazionale del film di Roma 2011
(10)
festival internazionale del film di Roma 2012
(2)
festival internazionale del film di Roma 2013
(1)
Fiction Fest 2009
(2)
Fiction Fest 2010
(2)
Fiction Fest 2011
(1)
Fiction Fest 2012
(1)
Ficton Fest 2012
(2)
fiilm
(2)
film
(1)
foto
(5)
giornalismo
(1)
informazione
(135)
internet
(1)
kate bush
(1)
La tigre di Cremona
(1)
letture
(4)
libri
(12)
lingua
(1)
maschilismo
(18)
mina
(2)
Mina Cassiopea
(1)
mina da 1 a 50
(97)
Mina Fan club
(1)
Mina Mazzini
(1)
Mina Orione
(1)
misoginia
(5)
musica
(246)
neofascismo
(56)
netiquette
(6)
omofobia
(6)
parigi chez moi
(1)
patriarcato
(2)
politica
(318)
politiche del corpo
(202)
pregiudizi
(1)
pubblicità
(29)
radio
(3)
razzismo
(3)
referendum 2011
(1)
ricordi
(21)
ricorrenze
(54)
sanremo
(3)
sanremo 2010
(2)
scienza
(60)
scuola
(43)
sessismo
(60)
sessismo nella lingua italiana
(1)
Sony
(1)
spot
(3)
star trek
(1)
storia
(126)
teatro
(36)
tecnologia
(7)
traduzioni
(1)
transfobia
(1)
tv
(82)
video
(183)
Warner
(1)
X-factor
(1)
X-factor 5
(2)






