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18 ottobre 2009

Col Wi-Fi dall'auditorium (cronache dal festival 2 - conclusione)

Viola di mare è un film dalla vocazione televisiva, che sa collocarsi più tra le fiction targate mediaset che tra i film italiani per le sale. Infatti la sua regista, Donatella Maiorca, dopo l'esordio cinematografico (Viol@ presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998), si è dedicata alle fiction: La stagione dei delitti 2 (2006), Diritto di difesa (2003), La squadra (2002/2007), Cuori rubati (2002), Giornalisti (1999), Un posto al sole (1999).
Il suo cinema è superficiale, approssimativo, pressappochista. Ricostruisce un ottocento siculo oleograficamente, dipinge gli uomini come padri padroni ma poi in chiesa fa stare donne e uomini negli stessi banchi (ma figuriamoci! c'era la separazione tra masculi e fimmine), dipinge il padre della protagonista come un porco che picchia le donne ma poi gli fa accettare l'idea che sua figlia "diventi uomo" così, dalla notte al giorno. Tommaso, l'ex fidanzato di Sara, la donna che Angela, una volta diventata Angelo, sposa (una stucchevole stonata, insopportabile e fintissima Isabella Ragonese) accetta di metterla incinta, perché innamorato di lei e, quando lo fanno Sara gli dice di fare presto mette il materasso per terra, non lo bacia, eppure lui riesce lo stesso a fare l'amore/sesso con lei...
Il sesso che emerge dal film è modernissimo nei modo di guardare ai corpi che la regista ha, le estetizzanti algide asettiche scene di nudo (ovviamente femminile, dei masculi vediamo solo un paio id chiappe) incapace di restituire la percezione del sesso (la prossemica, la funzione sociale, il vissuto personale, l'importanza dell'illibatezza) quanto ridicolo nella sua implausibilità: Sara dopo essere stata fecondata non ha segni di sangue (eppure dovrebbe essere vergine) e, ovviamente, rimane incita dopo la prima scopata, Angelo/a che soffre che Sara venga scopata, eppure aveva insistito lei perché la sua donna rimanesse incinta...
Potrei continuare per ore a sputtanare le cazzate contenute in ogni fotogramma del film, ma mi fermo qui. Un'altra cosa, la più insopportabile, è la musica di commento che sottolinea ogni sacrosanto istante del film, una musica didascalica, drammatica quando il padre padrone picchia la figlia, dolce quando Sara e Angela stano insieme, e così via. Una musica moderna, con chitarre elettriche anni settanta (del novecento però) che con l'ottocento c'entra come i cavoli a merenda.
Un film così dà ragione a Brunetta (se quello che dice avesse un senso): meglio dare i soldi alle discoteche e ai piano-bar.
Viola di mare non sposta di un millimetro l'immaginario collettivo sull'omosessualità femminile: le donne a letto non si sa cosa fanno le vediamo solo strusciarsi, senza nemmeno tanta convinzione, l'una con l'altra, mentre Angela abbraccia Sara da dietro (forse la regista ha fatto confusione con la sessualità maschile...) e una volta sposati Angela fa il masculo e lavora alla cava mentre Sara non fa un cazzo tutto il giorno, tranne cantare filastrocche come una bambina deficiente quando sta a letto con lei.
Ovviamente Sara morirà di parto (si sa fare bambini era pericoloso nel'800) lasciando Angelo inconsolabile, che tornerà a vestire panni femminili (a lutto) portando il neonato alla camera ardente della madre morta.
Un'altra storia di amore che si conclude con la morte di uno dei due protagonisti, proprio come nel caso di Brokeback Mountain di Ang Lee. Un ennesimo caso di amore che finisce male. Io aspetto ancora il film a tematica col lieto fine, quello retorico e zuccheroso...

Viola di mare registra l'immaginario collettivo italiano contemporaneo mostrando la miseria culturale con cui riesce a pensare il proprio passato e la sessualità, prima ancora che l'omoerotismo (al quale non fa un buon servizio trasportando i problemi nel lontano 1800 mostrando situazioni così al limite, Angela rinchiusa per mesi in cantina dal padre padrone, da indurre a pensare che oggi sia tutto superato, mentre invece oggi lo stesso padre padrone siede al parlamento e ha un nome preciso UDC) costituendo un involontario grido di allarme perché l'Italia non è più capace di fare film degni di questo nome.
Il cinema italiano sta diventando cieco, incapace di vedere la realtà limitandosi a guardare di sfuggita l'immagine deformata che ce ne restituisce la televisione riproducendola e spacciandola per cinema e Viola di mare lo urla.

L'unico bel ricordo del film è la bellezza devastante di Valeria Solarino, stupenda sia nei panni di Angela, sguardo fiero capelli neri lunghissimi, sia in quelli di Angelo, un bel picciotto, dalla faccia intelligente meno curto e niro degli altri lavoratori.

Avrei voluto vedere Sound Of Morocco, ma tra ritardi accumulati per gli spettatori della proiezione precedenti che si sono attardati in sala, l0annuncio degli ospiti in sala fatto al buio, e poi ripetuto alla luce, il mini concerto di Noureddine, un inizio del film stentato e con imbarazzanti problemi di audio (tanto che la regista lascia la sala incazzata nera), alle 23 e 30 ancora si doveva iniziare. Me ne sono andato, tanto è un film LUCE, lo recupererò da qualche parte.

L'organizzazione del festival quest'anno lascia a desiderare, magari però un concerto più proiezione non si mette alle 22 e 30 ma prima, per permettere a tutti di vederlo... non in Italia, non nella Roma di Alemanno...

17 ottobre 2009

Col Wi-Fi dall'auditorium (cronache dal festival 2)

E mentre è dimostrato, le navette NON passano e, quando passano, vanno a due all'ora, stamane finalmente ho visto dei film degni di questo nome.

Il primo, Severe Clear, (Usa, 2009) di Kristian Fraga, ha utilizzato il materiale video girato dal luogotenente dei Marines Mike Scotti durante l'invasione dell'Iraq del 2003, insieme al materiale di altri suoi tre commilitoni, per montare un documentario sorprendente, per la natura "originale" del girato, quanto per la natura finta di diario detto in prima persona. Infatti, nonostante Mike parli in camera, legga le sue lettere alla famiglia, commenti sempre in prima persona quel che accade e riprende colla videocamera, la mente organizzatrice che ha scritto diretto e montato il film è quella di Kristian Fraga. Così il film mostra in maniera efficace la capacità del cinema di mentire mentre afferma la verità, di usare cioè del materiale che non è stato allestito per la ripresa per raccontare una storia che segue i classici canoni della fiction. Montato incredibilmente bene come se le immagini fossero state girate pensando già a questo montaggio il film è un excursus nella vita di un Marine fiero di essere quel che è che parte convinto di andare a difendere e un po' anche vendicare (come ammette lui stesso) il suo paese (Martin porta con sé la foto di una delle vittime dell'11 settembre) e alla fine finisce veterano in una stanza di una casa negli States (un po' come nell'incipit di Apocalypse Now...). Dentro c'è di tutto l'uccisione accidentale di un padre e della figlia (con tanto di cervella sparse per l'abitacolo); il puzzo dei cadaveri putrefatti, la vita tra camerati (sembrate gay... -E' il caldo che ci fa sembrare gay il cibo schifoso in patria e cucinato in loco dai autoctoni, alla benedizione del prete prima della battaglia (che vergogna: i gay sono contro dio ma chi va a uccidere riceve la sua benedizione!!! che ipocriti questi cattolici). Un film che certo non critica il sistema dell'esercito americano ma ne dà uno sguardo dall'interno non retorico né autocelebrativo.


Poi è la volta di Aanrijding in Moscou (Belgio, 2007) di Christophe van Rompaey, una commedia incentrata su una quarantenne appena mollata dal marito (per una sua studentessa) che viene corteggiata da un ventinovenne... Lei ha tre figli, lui un passato da alcolista. Un film dal punto di vista femminile, divertente e leggero ma con tante piccole notazioni nordiche, impossibili per un film italiano, con una piccola escursione nel mondo gltbqi, e un finale di autoaffermazione. Non dirompente e geniale come Louise-Michel (Belgio, 2008 di Gustave de Kervern e Benoît Delépine, vincitorce del premio speciale della giuria per l'originalità al Sundance, visto l'anno scorso, ma comunque un bel vedere, due ore (quasi) ben spese.

Stanco, lungo e, alla lunga, noioso, After (Spagna, 209) in concorso, di Alberto Rodigruez, che, riprendendo stancamente la stessa notte brava raccontata dal punto di vista dei tre protagonisti, due amici di mezza età e una giovane amica, sa districarsi tra luoghi comuni e qualche momento di verità, in maniera maschilista (lei è sempre più zoccola dei due uomini) con qualche violenza gratuita sugli animali (ma si sa, gli spagnoli... hanno la corrida nel sangue) e soprattutto una storia intricata e lunghissima per dire che gli uomini e le donne scopano e si fanno di droga perchè si sentono soli... Come dire...PROFONDO!!!



Ora aspetto il primo film a tematica del festival (ma non l'unico...). E poi, dulcis in fundo, un film sulla musica marocchina con concerto prima del film....
Invidiatemi gente, invidiatemi.

Croncache dal festival (1)

Insomma, un po' in sordina, abbiamo iniziato anche quest'anno.
La prima novità è che gli accrediti entrano in tutte le sale direttamente (tranne la S. cecilia). Per cui niente più file estenuanti ai botteghini (e lavoro estenuante per i botteghinai...).

Il villaggio del cinema è più grande e ricco dell'anno scorso, ma non ho ancora avuto modo di vedere bene. un ritardo delle navette (non più gli autobus delle scorse edizioni ma navettine con appena 6 posti a sedere...) che da Piazzale Flaminio (tra gli altri posti) portano direttamente all'Auditorium mi ha fatto arrivare alla proiezione delle 17 giusto in tempo.
Primo evento speciale un omaggio a Heath Ledger, da parte di un consorzio di artisti, cineasti e compagnia, The Masses con il quale collaborava. Come? Dirigendo un video come questo per esempio, davvero notevole.



Il brano è dei Modest Mouse un gruppo Indie americano. canzone notevole, video notevole, che scopre l'anima animalista di Heath. Nel resto dell'omaggio giusto qualche sua foto o raro video dove si vede quanto era bello, non certo bravo, ma poco più. Un omaggio un po' improvvisato...

Poi sono volato alla proiezione di Dawson isla 10 (Cile, Brasile, Venezuela 2009) di Miguel Littin, ambientato nel campo di prigionia in cui, dopo il colpo di stato militare in Cile, nel 1973, vennero rinchiusi i più stretti collaboratori e ministri del governo Salvador Allende dove, per cancellarne le identità, sono ribattezzati con un numero. Il film si ispira al libro autobiografico di Sergio Bitar ministro di Allende, all'epoca della prigionia, il numero 10 del titolo. Ma il film poetico, ben girato, ma con una sceneggiatura piena di ripetizioni e di elementi non chiare, fa del racconto dei prigionieri un vissuto personale, mentre la voce fuori campi del numero 10 si chiede dove hanno sbagliato lui e i suoi compagni di prigionia, come se fossero lì per un golpe conteso che loro hanno perso e non perché destituiti da una carica cui avevano acceduto per regolari elezioni dai militari sostenuti dalla CIA... Non si vede mai l'opinione pubblica, tutto è raccontato dal punto di vista dei prigionieri, ma in maniera personale, mai politica, mai pubblica. La voce fuori campo non ne fa considerazioni generali ma un'elegia del ricordo personale dal quale sono tagliate fuori le ragioni politiche economiche che portarono Allende a essere ammazzato.

Un film a uso e consumo di noi occidentali (e infatti il pubblico in sala ha applaudito contento di non essere stato messo in ballo o che non siano stati fatti scomodi paralleli per esempio con Franco in Spagna...)


Dovevo vedere un terzo film, ma Dawson Isla 10 è iniziato con 30 minuti di ritardo e l'altro film si è andato a farsi benedire.

Son tornato a casa in solo un'ora e mezzo, per il traffico e l'attesa di quasi mezzora del 714 a termini.
MA CHE BELLA LA CITTA'... com'è allegra la città...
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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