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19 marzo 2014

Il maschilismo va sempre rifiutato. Sulle discutibili affermazioni di Vladimr Luxuria in riferimento alle indagini per sfruttamento della prostituzione minorile a carico del marito di Alessandra Mussolini.

Il maschilismo io lo rispedisco sempre al mittente, anche se viene da un'amica come Vladimir.

Le sue dichiarazioni riportate da RaiNews se risultassero vere sarebbero inutilmente e inopportunamente paternaliste e maschiliste.

 Vladimir ha ragione nel dire che 
La Mussolini (...) ha sempre sputato insulti contro le famiglie dello stesso sesso, confondendo tra omosessualità e pedofilia.
Però la frase successiva riportata dal sito della Rai
Con quello che è successo al marito adesso faccia una bella riflessione sulla famiglia.
Non ha ragione di essere.

Su quale famiglia deve riflettere Mussolini?

Sulla sua?

O sulla familgia etero in generale?

Di cosa rimprovera Vladimir Alessandra Mussolini?

Di essere stata incauta come moglie?

Oppure che visto che esiste una famiglia con uno sfruttatore della prostituzione minorile non si può portare la famiglia etero come esempio?

Siccome non è la prima volta che un uomo sposato con una donna paga per fare sesso con una minorenne - un nome a caso, Berlusconi - mi chiedo perchè questa considerazione non sia già stata sollevata ad Alessandra Mussolini illo tempore.
Perchè non si è ricordato a Mussolini quando ha difeso Berlusconi dalla sentenza della Cassazione che Berlsuconi andava con le minorenni e le pagava?

Quelli mi sembrano segni effettivi di incoerenza politica.

Sfruttare invece una vicenda personale, dalla quale la politica Mussolini esce indenne perchè non solo Mussolini non ha insabbiato né ha difeso il marito ma è proprio grazie alla legge che ha contributo a ratificare anche lei che il marito verrà condannato, se riconosciuto colpevole, significa solo approfittarsi di una vicenda privata per umiliare non tanto l'avversaria politica quanto la donna.

Ricordo a Vladimir che le discriminazioni per identità di genere riguardano tutte le donne non solo quelle trans o transgender.

E che il marito di Mussolini non è accusato del reato di pedofilia.

Chi non sa resistere a queste becere e facili  tentazioni non mi sembra umanamente tanto migliore di Mussolini.

Sopratutto quando si arriva a sminuire con malcelato cinismo il portato esistenziale di un fatto come questo e a leggerne esclusivamente i vantaggi politici (sempre se quanto riporta Rai News sia vero):
 “Cavalcherà questa cosa come ha fatto Hillary Clinton. Il marito sporcaccione e la donna vittima. Alla fine avrà  anche più consenso. Lei andrà in tv, parlerà di questo e tutti si immedesimeranno in questa povera vittima"


Io continuo a credere che alla donna bisogna portare rispetto anche se si chiama Alessandra Mussolini.

 

9 marzo 2014

Quando la satira è ferocemente maschilista: sullo sketch irricevibile, discriminatorio e misogino di Virginia Raffaele contro la donna (e non la ministra) Maria Elena Boschi


A Ballarò lo scorso 4 marzo è andato in onda uno sketch  nel quale è stata presa di mira la ministra Maria Elena Boschi, Ministra per le riforme costituzionali e i rapporti con il parlamento, ritratta come una donna priva di qualunque consapevolezza politica che, incalzata da alcune domande del giornalista, maschio, se la cava sgranato gli occhi e sorridendo mentre l'immagine diventa flou e in sottofondo vanno le note di Francis Lai tratte dal film Un uomo e una donna mentre appena accomiatatisi la ministra si trasforma in una gatta.




Non è la prima volta che nel fare satira di un uomo politico si usa un suo aspetto fisico e lo si esagera, basta pensare alla imitazione di Gasparri fatta da Neri Marcorè.




In quel caso però lo sfottò delle caratteristiche fisiche e comportamentali della persona era un dettaglio in più che sia andava ad aggiungere al motivo politico dietro la satira.In questa satira se si dipinge Gasparri come ignorante non è per offendere l'uomo ma per satirizzare sulla legge delle telecomunicazioni da lui scritta a uso e consumo di Berlusconi.

Invece nella imitazione della ministra Boschi da parte di Raffaele non ci sono contenuti politici, critiche all'operato politico della ministra ma solo una critica alla donna che è diventata ministra perchè è bella e irretisce il giornalista con la sua bellezza svagando domande semplici semplici* sul programma di governo di Renzi (come fosse lei il primo ministro).

A vedere la vera ministra intervistata da Lucia Annunziata, mi sembra che Maria Elena Boschi sappia il fatto suo.




Quella di Virginia Raffaele (o chi per lei non so chi le scrive i testi) quindi non fa satira sul personaggio pubblico ma contro la donna bella.

E questa non è satira ma linciaggio morale.

Non una imitazione dunque come scrive Repubblica,  ma  una umiliazione della donna, delle donne, della quale la ministra si è risentita.

Alle parole di protesta del suo partito Michele Anzaldi,  segretario della commissione di Vigilanza Rai, ha scritto una formale lettera di protesta alla presidente della Rai, Anna Maria Tarantola chiedendole se ritenesse opportuno che un ministro giovane, che finora ha dimostrato preparazione e capacita', fosse ritratta come una scaltra ammaliatrice.
Questa difensa della Ministra ha dato fastidio a molti maschi che sui giornali hanno difeso per principio la satira guardandosi bene dall'entrare nel merito dello sketch.

Pregiudizi sessisti? Stucchevoli stereotipi di genere che si usano contro le donne? Quote rosa o pinkwashing , il belletto maschilista? La settimana prima, la Raffaele aveva preso in giro Francesca Pascale, non si possono pretendere da lei imitazioni di uomini, e poi, in studio, quando la finta Boschi scuoteva la chioma, c’era Ale Moretti (Pd) che rideva di gusto.
Non saremo feroci come Jena (Riccardo Barenghi) che su La Stampa aveva cartavetrato la ministra: «Se esistesse il reato di manifesta incapacità la ministra Boschi sarebbe indagata».
Scrive Aldo Grasso sul Corriere che non spiega però che nello sketch non si spiega perchè la ministra sarebbe incompetente, facendo riferimenti a dichiarazioni o scelte politiche della vera ministra come Marcorè faceva con Gasparri, ci si limita a spiegare l'incompetenza della ministra con la sua avvenenza, che, in realtà, non spiega niente.
Se c’è una cosa che Maria Elena non sopporta è di essere dipinta come bella più che come brava. Proprio non la sopporta, sin da quando sfoggiò alla Leopolda un paio di scarpe tacco 12, leopardate. Non sopporta di essere oggetto di sguardi maliziosi e di pettegolezzi da bar di provincia, come se fosse arrivata in Parlamento per grazia ricevuta. Tanto che l’altro giorno un gruppo di parlamentari del Pd, capitanate da Alessandra Moretti, ha messo nero su bianco l’indignazione: “Basta battute sulla bellezza”. 
Scrive Allessandro De Angelis sull'Huffingotn post.

Mi chiedo dove sia la critica all'operato politico.

Mi chiedo perchè se una ministra indossa un tacco 12 questo tacco può esser usato contro la sua competenza professionale senza argomentazione alcuna.

Il maschilismo talmente sfacciato che rasenta la misoginia che è IL male di questo paese.

La ministra Boschi, in un twitter ha dato fatto sapere che allo sketch di Raffaele ci ha riso sopra.






Io, che sono meno signore di lei, invece ci vomito sopra, possibilmente in faccia ai suoi autori e alle sue autrici.




*domande anche ideologiche visto che il giornalista le chiede come mai hanno deciso di andare al governo senza di essere eletti secondo la vulgata ormai passata come vera che il sistema politico italiano sia presidenziale e non parlamentare...)

6 marzo 2014

A Teresa Bellanova la delega alle Pari Opportunità. (Alla faccia di tutte le perosne che dicevano rezni avesse cancellato il ministero perchè aveva messo 8 donne al governo...).

Subito dopo che Renzi ha reso noto l'elenco dei ministri e delle ministre del suo governo (otto i dicasteri retti da donne, per la prima volta nella storia repubblicana del Paese) su Facebook è passata subito la (dis)informazione che Renzi avesse cancellato il ministero delle pari opportunità.

In realtà il ministero non c'era né nel governo Letta (il dipartimento era letto per delega dalla Ministra per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili Josefa Idem, dimessasi la quale la delega è passata a Cecilia Fuerra, vice ministra del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali né in quello Monti, la cui delega era retta dalla Ministra Elsa Fornero del Lavoro e Politiche sociali con delega alle Pari opportunità.

Ora, nel governo Renzi il dipartimento è retto dalla sottosegretaria al ministero del Lavoro Teresa Bellanova (PD) la quale, all'ultimo congresso del Pd, ha sostenuto il candidato Gianni Cuperlo.


Quindi i commenti letti su faccialibro che Renzi dato il contentino di otto donne al governo aveva deciso di cancellare il ministero, oltre a non corrispondere a verità, il ministero non c'è più già da due esecutivi, tre con quello di Renzi, è sintomatico dell'avversione che molte italiane e molti italiani hanno nei confronti delle donne al punto tale che queste otto ministre sono state percepite da tutti e tutte, da prospettive politiche anche opposte ma con lo stesso disgustoso maschilismo, come specchietto per le allodole, peggio, come collaborazioniste (come ha scritto una donna dal lessico estremamente ginnico) dei maschi in un delirio di non senso e di inattendibilità storica.


D'altronde quando il ministero c'era ed era retto da Mara Carfagna, la ministra è stata messa in discussione non per alcune sue affermazioni discutibili ma per i meriti professionali e per il motivo per cui era diventata ministra: perchè l'aveva data. 

Questo commento disgustosamente maschilista era stato fatto non solo da uomini ma anche da donne a dimostrazione di come la cultura patriarcale sia endemicamente ambigenere.


Vorrei ricordare, en-passant, che l'Unar, quello tanto vilipeso dalla viceministra Guerra (PD) per i libretti contro l'omofobia, è stato istituito da Stefania Prestigiacomo (PDL) tanto per ricordare che così come per i diritti lgbt anche i diritti delle donne e l'antirazzismo sono transpartitici.

Molto interessante la biografia di Bellanova, sindacalista già a 15 anni (capolega alla Camera del Lavoro di Ceglie Messapica) in CGIL è  coordinatrice regionale delle donne della Federbraccianti in Puglia, segretaria generale provinciale della Flai (Federazione lavoratori dell’agroindustria) Cgil di Lecce, segretaria generale della Filtea Cgil (Federazione italiana lavoratori del tessile-abbigliamento) di Lecce, entra nella segreteria nazionale della Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, alle politiche industriali, al mercato del lavoro, al contoterzismo e alla formazione professionale.

Certo c'è da constatare come nel governo Renzi il dipartimento sia retto da una sottosegretaria mentre nei governi precedenti la delega era stata data a una ministra (ma già Letta, dimessasi Idem aveva affidato la delega a una viceministra).

Facebook si dimostra totalmente inattendibile, ma rimane un laboratorio sociale interessantissimo. Tutti e  tutte possono aprir bocca e gittar fori fiato e quel che esce delle bocche italiote spiega molto meglio di tutte le promesse disattese degli esecutivi italiani perchè in campo di diritti er le donne e lgbt l'Italia sia un paese inesistente, prima ancora che dio creasse il cielo e la terra. Peccato che gli italiani e le italiane sono qui a rompere gli zebedei...

19 febbraio 2014

Prime note sparse su Sanremo 2014

Guardo Sanremo da sempre.
Per tradizione familiare.
Lo seguivo quando la mia famiglia, felicemente e alternativamente ginecentrica, si riuniva la sera davanti la tv, rigorosamente in bianco e nero, per commentare le canzoni, i cantanti, gli ospiti, i conduttori (gli accordi di genere sessisti sono voluti: all'epoca in casa paravamo così...).
Mia nonna, mia mamma mia sorella e me. Io costruivo delle tabelle  per votare canzoni cantanti musiche e testi e li distribuivo a tutte e tutte esprimevamo un voto, più voti.

Nell'epoca provinciale dell'Europoa disunita, dove l'orgoglio nazionale non era percepito ancora come sciovinismo, Sanremo ci restituiva dignità. La dignità di un paese che sapevamo, allora come ora, allora meglio di ora, essere molto indietro rispetto il resto d'Europa, per i diritti, non solo quelli riconosciuti per legge (che anche da noi il divorzio e l'aborto finalmente c'erano) ma i diritti percepiti, quelli che riconoscevano dignità ai gay (perchè già da piccolo sapevo, perchè l'informazione circolava libera, non solo che i froci esistevano ma che nel nord d'europa erano trattati come persone normali e addirittura si potevano sposare...) e alla donna (mentre da noi c'era ancora il delitto d'onore) tanto che lo stupro era percepito come un delitto contro la persona e non contro la morale, mentre da noi c'era una legge a stabilire il contrario (per tacere del matrimonio riparatore col quale solo stupratore si metteva la coscienza, e la fedina penale, a posto...).
Sanremo era uno dei pochi eventi che ci faceva sentire orgogliosi di essere italiane (no, non è la mia retorica antisessista, mi riferisco a mia nonna, mia mamma a mia sorella ...e a me), prima delle canzonette c'era stato Puccini (e Verdi).
Nel blu dipinto di blu
che tutti chiamavamo Volare era un biglietto da visita che ci precedeva ovunque e, nonostante il paese goffo provinciale ignorante e analfabeta che eravamo (e siamo), la musica in qualche modo ci risarciva.
La canzone italiana di cui Sanremo è il festival era un bene comune e condiviso con delle specificità italiane che contribuiva a costruire l'identità nazionale, laddove le canzoni recepivano, a modo loro, il cambiamenti culturali che avvenivano nel paese.

Certe canzoni hanno fatto la storia non tanto da un punto di vista musicale ma sociale e politico.
Come dimenticare l'impatto che Chi non lavora non fa l'amore di Celentano ebbe a Sanremo nel 1970 (vincendolo) una canzone che Perfino Il Tempo, quotidiano romano di destra, ha definito (...) una barzelletta reazionario-populista (galleriadellacanzone.it)?

Oggi ci si lamenta che le canzoni di Sanremo sono più brutte tanto che la gente non se le ricorda più. Il luogo comune che siano più brutte lo si è sempre usato già dalla seconda edizione del Festival.
Se le canzoni oggi uno non ce le ricordiamo più, secondo me, non c'entra con le canzoni stesse che, secondo quella disperata di Dario Salvatori, maschio che ieri, come tanti altri uomini, con l'unica eccezione di Sgarbi, sparava a zero contro Laetitia Casta rea di non essersi fermata davanti le telecamere di quel programma immondo che è La vita in Diretta, non vengono più scelte in base alla linea melodica. Per me la colpa non è delle canzoni ma della memoria (inesistente) delle italiane (adesso sì uso la mia retorica antisessista)... Io no. Io mi ricordo le canoni di ogni Sanremo che ho visto. Perchè io ancora oggi lo guardo con quella stessa attenzione che gli tributavamo in famiglia quando ero un bambino.

Se vi parlo di Sanremo però non è per celebrare la mia tradizione familiare.
Sin da quando ho studiato antropologia culturale con Ida Magli, ho imparato a leggere il festival come un laboratorio antropologico di prim'ordine.

Quelle che seguono sono le prime impressioni di cosa capiamo (del polso) del paese da questo Sanremo 2014.

L'inizio
Sarà che piacendomi Mina ho sempre coltivato un certo gusto nazional popolare.

Ma il modo di reagire e di gestire la crisi con cui si è aperta ieri la sessantaquattresima edizione del Festival proprio non l'ho gradito.



Non è la prima volta che qualcuno cerca di approfittare del tamburo mediatico del festival.
Era già successo quando a condurre il festival era Pippo Baudo.
 Ma guardate la differenza di stile.


Fazio è un pretino senza nerbo, non si comporta come padrone di casa ma come legittimo abitante di una casa altrui che si sente scalzato dall'occupante illegittimo e non ha autorità alcuna per farsi sentire, per farsi rispettare. Arriva addirittura a chiedere ai due se pare loro il caso di impedire il lavoro di migliaia (sic!) di persone.

Pippo Baudo invece va dal tipo che voleva suicidarsi, si sporca le mani, si mette al suo livello, è davvero preoccupato. Fazio è solo scocciato che non gli lascino iniziare il festival.


Non mi scrivete commentando che Baudo recitava.
Anche Fazio recita tra le due performance recitative quella di Baudo mi sembra più umana, quella di Fazio più menefreghista e untuosa come è il personaggio pubblico, tant'è che dopo aver letto la lettera Fazio può dichiarare che la faccenda è chiusa.
Certamente chiusa per lui non per i due tipi e gli altri 800 lavoratori che, a fidarsi delle loro parole non percepiscono stipendio da 16 mesi.
D'altronde uno che lo scorso anno ha preso 600 mila euro per condurre il festival cosa significhi non percepire lo stipendio pur continuando a lavorare proprio non può nemmeno immaginarselo.


Il modo in cui Fazio ha gestito l'incidente la dice lunga sul cinismo del paese che ormai non si vergogna più di mostrarsi per quel che è.

Poi c'è l'ingresso di Littizzetto, il più grande bluff della storia della tv italiana.
Quella che siccome qualche volta (ma solo qualche volta ) dice cose sensate viene percepita come un genio che non è.

Basta guardare il suo ingresso  a Sanremo accompagnata da ragazze stile Blu belles con mezza chiappa di fuori che Fazio da maschilista qual è chiama signorine (termine sessista che indica lo stato civile delle ragazze, cioè se sposate o nubili, e che non fa più parte del vocabolario italiano da più di 30 anni, perchè le donne, a prescindere dal loro stato civile, sono tutte sempre e solo signore proprio come gli uomini sono sempre e solo signori) termine ribadito da Littizzetto che in quanto a sessismo non è seconda a chicchessia tanto meno a Fazio e che invece di scandalizzarsi della mezza chiappa al vento delle signorine dice che hanno dei culi fantastici.


E se anche una donna etero invece di commentare, casomai, il culo fantastico dei signorini, commenta quello delle donne, vuol dire che il maschilismo ce lo abbiamo proprio nel dna...


Troppo facile sbavare dopo, quando vengono gli ospiti a leggere il risultato di gara tra le due canzoni presentate da ogni artista. Qui avrebbe fatto una bella differenza lamentarsi, per esempio, che avrebbe preferito che anche i culi dei ragazzi fossero visibili a metà...

Ma l'intelligenza del personaggio pubblico Littizzetto (che, per classica sperequazione sessista, percepisce un compenso che è poco meno della metà di quello di Fazio)  sta tutta nell'occhio di guarda.

Insomma i culi al vento sono ancora solamente quelli delle donne.

Il maschio come oggetto sexy (sdoganato da più di 30 anni di pubblicità) non è di casa a Sanremo.

Anzi quando più avanti nella serata Laetitia Casta canta Ma 'ndo vai se la banana non ce l'hai da Polvere di Stelle (Italia, 1973) di Alberto Sordi, accompagnata dai ballerini à la Zizi Jeanmaire,
Fazio richiama uno dei ballerini dicendogli scusi signore ha dimenticato una piuma ribadendo una presunta superiorità virile lui che sbava dietro Laetitia come un quindicenne per tutta l'esibizione dell'attrice francese...

Insomma un'Italia sessista maschilista eterocentrica dove la fica deve piacere a tutti gli uomini e anche le donne notato i bei culi femminili non come rivendicazione del proprio corpo o per l'omoerotismo lesbico ma sempre per strizzare l'occhio ai gusti del maschio quello incarnato da Fazio che si dice invidioso di un coriandolo insinuatosi nei seni di Laetita o quello incarnato da Marco Bocci quando Luciana Littizzetto lo zittisce per mandare in onda la pubblicità: “Zitto Marco Bocci, guarda le mie bocce!“, e Bocci risponde: Ammazza che belle!

Il resto del festival è inesistente.
Inesistenti le canzoni, sette big, con due canzoni a testa e un meccanismo di voto ridicolo diluiti in oltre 4 ore di spettacolo (ma come si fa!?).

Tra gli ospiti quel fascista dedito all'Islam di Cat Stevens che conciona di religione dicendo che se la religione non inneggia alla pace e alla amorosa convivenza non è una religione (infatti l'Islam, come la religione cattolica, è un tripudio di amorosa convivenza... lo sa bene lui che nel 1989 spiegava agli e alle studenti del Kingston Polytechnic di Londra il perché [sic!] della fatwa lanciata contro  Salman Rushdie per i suoi Versi satanici) ma la memoria storica italiana è inesistente per i fatti del Paese figuriamoci per quelli esteri...

Un festival ingessato  e moscio dove l'unica iniezione di vitalità arriva dalla settantenne Raffaella Carrà che, a differenza del pretino e della ...bocciofila, sa come si sta sul palcoscenico.

16 dicembre 2013

Dell'intimo, profondo arcaico fascismo della chiesa italiana

...e dell'arcaico conformismo cattolico italiano...

Ieri mia nipote elisa, 4 mesi, si è battezzata per volere dei suoi due genitori biologici.

Il battesimo si è tenuto nella parrocchia del quartiere dove mia sorella vive.

Il prete che ha officiato la messa, un uomo sanguigno sui quaranta il cranio pelato e rasato,  vestiva dei paramenti rosacei. Un richiamo al periodo precedente la riforma della liturgia del 1969 quando questo colore era impiegato durante le celebrazioni che cadono nella Domenica Gaudete (la terza domenica del tempo di Avvento) e della Domenica Laetare (la quarta domenica del tempo di Quaresima).
Il rosaceo colore si colloca a metà fra il violaceo, simbolo di penitenza, e il ...biancaceo delle celebrazioni di festa. Oggi sostituto dal viola.

Durante l'omelia questo uomo ha esordito dicendo che uno dei chierichetti mentre lo aiutava a prepararsi ha commentato che il rosa è il colore delle femmine.

Il prete gli ha risposto, ha detto durante l'omelia: bravo vedo che lo sai. Sperimao che anche el donen sappiano qual è il loro colore e quale la loro funzione in seno alla famiglia. 

Altre perle di nazifascismo di questo lefevriano di merda sono state:

le donne devono crescere i figli con amore, altrimenti da grandi poi crescono senza sapere qual è il loro sesso.
Un paragone tra la mentalità ebraica e quella intellettualmente superiore cattolica

la donna simboleggiata dal rosa remissiva e dolce e l'uomo simboleggiato dal viola muscolare e potente.

Io non me ne sono potuto andare perchè ero stato incaricato delle riprese video.

Quello che mi preoccupa è che la parrocchia dove questo porco nazista lavora è seguita da tantissimi bambini e bambine una inizia che viene così cresciuta coltivando pregiudizi e stereotipi di genere e una larvata omofobia senza che nessuna persona tra le presenti avverte come pericolo. Senza che lo Satto censuri questa ideologia patriarcale e maschilista, seguita dalla gente più per convenzione scoiale che per una sincera e coerente adesione al cattolicesimo, anche se prima del battesimo la cerimonia è chiara e ricorda ai celebranti che con il battesimo si aderisce ci si allea a Cristo e si rinuncia a Satana.

 Viene chiesto a padre madre madrina e padrino prima del battesimo e si risponde sì senza rendersi conto dell'incoerenza e l'ipocrisia che quel sì automaticamente costituisce visto che padre madre padrino e madrina di mia nipote so per certo che non seguono tutti i precetti nazisti oscurantisti misogini misoneisti sadici e omofobi della chiesa e dunque di fatto aderiscono a un club violandone già alcuni dei precetti.
Come essere accettati in un club di vegetariani con un cosciotto di pollo in mano...


Il danno culturale sociale e antropologico della chiesa è totale e su molteplici versanti:

in primis l'antropologia della chiesa cattolica che vuole la donna rosa e remissiva e l'uomo maschio  e muscoloso
dove la colpa della donna (perchè si sa che l'educazione pertiene solo a lei) se non dà amore ai figli (poco contano le figlie o il fatto che mia nipote, unica battezzanda,  è femmina)  è che questi crescono senza sapere a quale sesso appartengono allusione plurisemantica che allude sia al ruolo comportamentale (un uomo che non picchia le donne per questo porco nazifascista è meno uomo di uno che lo fa) che all'orientamento sessuale artatamente confuso con l'indennità di genere...

In secundis il favorire un atteggiamento ipocrita nello scollamento tra i precetti nominali del cattolicesimo e i precetti effettivamente seguiti da accoliti e accolite: il codice comportamentale sessuale e non solo reale è molto di verso da quello nominale che però è quello che la chiesa propala all'infanzia corrompendola tutta col tacito accordo dei padri e delle madri e della società tutta.

Se in quel libro di merda che è la bibbia (ribadisco in quello di merda che è la bibbia) ci sono frasi come questa
La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. 12Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull'uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. 13Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. 15Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza.
(Paolo, timoteo 1 cap 2 vv. 11-15) 
non possiamo poi meravigliarci se gli uomini uccidono picchiano o vessano le donne.

La rivoluzione non può prescindere dal cancellare dalla faccia della terra la peggiore organizzazione criminale che c'è sul pianeta che è la chiesa cattolica.

Ma non per i preti pedofili che sono uno specchietto per le allodole ma per i precetti del buon cristiano (sessisticamente al maschile) che educano ai ruoli di  genere antichi di 2000 anni anche le nuove generazioni.

Eppure belluinamente uomini e donne di media intelligenza presenzino a cerimonie religiose dove uomini di merda possono dire donne state zitte senza che quelle ficchino loro in bocca un cero, possibilmente acceso...

La chiesa corrompe anche te. Dille di smettere.

25 novembre 2013

Il 25 novembre e la violenza sulle donne.

La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 il 17 dicembre 1999.
 Nel testo della risoluzione (che potete leggere integralmente qui) si legge tra le altre cose che

la violenza contro le donne deriva da una lunga tradizione di rapporti di forza disuguali fra uomini e donne, situazione che conduce alla dominazione degli uomini sulle donne e alla discriminazione di queste ultime, impedendo loro di emanciparsi pienamente, e che la violenza è uno dei principali meccanismi sociali per mezzo dei quali le donne vengono mantenute in condizioni di inferiorità rispetto agli uomini.

La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne esiste da 14 quasi anni e purtroppo i motivi per cui fu istituita non mi sembra siano stati nemmeno scalfiti.

Nonostante nella risoluzione sia chiara la matrice ideologia della violenza sulle donne, mi sembra che oggi nel 2013 la questione si sia appiattita su due versanti, quello dei diritti sindacali-legali come il documento proposto da chi nel PD sostiene Civati nel quale si ribadisce, giustamente il rispetto della 194 e la modifica della legge 40, (più che di una modifica bisognerebbe scrivere una nuova legge) denuncia la sperequazione salariale e i comportamenti antisindacali ai danni delle donne e, ribaltando la prospettiva, parla di questione maschile facendone il titolo del documento, chi invece ne fa una questione di violenza fisica che arriva alla morte come il blog la 27ma ora del Sole 24 ore nel quale si parla esclusivamente dei casi di femminicidio numerando le donne uccise e le vittime di stalkin ma tacendo, per esempio, sulle denunce di stupro.

Sul sito italiano del Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNRIC)si legge che
la Bachelet [Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, agenzia dell'ONU di recente istituzione] ha detto di guardare agli ufficiali di polizia donna e alle donne soldato come esempi positivi. “Sono modelli di donne forti e dimostrano che le donne hanno le capacità per agire”, ha affermato.
Dunque da un lato la violenza sulle donne è questione fisica, dall'altro è questione sindacale lavorativa e legale.
E' violenza sulle donne quando le si uccide o le si picchia o si fa loro Stalking - ma non quando le si stupra a sentire i due documenti analizzati, una omissione certamente, non una negazione, ma di una certa rilevanza - oppure quando non vengono rispettati i loro diritti in cose da donna, l'interruzione volontaria della gravidanza, la procreazione assistita, la tendenza a non assumere donne per tema che prendano il congedo di maternità invece di lavorare delle funzioni legate sempre alla maternità mai al diritto di godere del proprio corpo come meglio crede...
  Queste son tutte punte varie di uno stesso iceberg gigantesco che, anche in buona fede, che non metto minimamente in discussione, si continua a tenere nascosto la cui matrice prima, la causa e non la conseguenza di queste forme più evidenti di violenza, è l'immaginario collettivo col quale il femminile prima ancora che le donne è percepito e vissuto, un immaginario che lede, perchè sminuisce, la dignità della donna, del femminile come espressione della personalità e del carattere di una persona.

Un immaginario lesivo che purtroppo molte donne hanno introiettato un po' come si introietta l'omofobia, per pressione sociali, e perchè di altri modelli di identificazione e di espressione di sé sembra che non ci siano, almeno così vogliono farci credere i mass media e il mondo politico.
Al punto tale che ormai ci si riferisce alla violenza contro le donne con una retorica miope e stanca basata sui numeri e solo sulle forme più eclatanti di violenza.

Ridurre la dignità della donna all'aborto e alla procreazione o ai diritti lavorativi legati alla funzione materna  negati significa vedere le donne ancora secondo lo stereotipo donnesco fascista della regina del focolare, di madre, di procreatrice.

Scrivere come è stato fatto nel pessimo documento dell'Onu che le soldate e le ufficiali sono modelli di donne forti significa continuare a seguire senza metterlo minimamente in discussione il modello di interpretazione del mondo patriarcale e maschilista, così maschilista che il linguaggio del documento dell'Onu ancor m'offende: dall'articolo davanti il cognome di Bachelet - che discrimina per specificare solo il sesso femminile, percepito evidentemente come l'eccezione mentre quello per antonomasia è quello maschile -, a quei giri di parole barbari gli ufficiali di polizia donna dove il ruolo rimane al maschile, come se non si possa dire le ufficiali di polizia e le donne soldato come se non si posa dire le soldate.

Dettagli, si dirà, lo so che lo penserete, che pure fanno capire come certi ruoli sociali siano ancora percepiti come squisitamente maschili e come l'emancipazione non dipenda dal fatto che le donne assumendo quei ruoli possano rimettere in discussione la funzione patriarcale e maschile della polizia o dell'esercito, ma che le donne si emancipino perchè assumono dei ruoli maschili il che diventa di fattore di emancipazione di per sé poco importa poi se nelle fotografie dei soldati americani che trattavano prigionieri irakeni come oggetti e non persone ci sono anche donne, per qualcuno (e qualcuna) è una conquista anche quella barbarie.


Nei due testi citati nessuno e nessuna hanno ricordato il danno che la diffusione di certi modelli e ruoli familiari dove la donna è subordinata alla cura della famiglia, o è presentata con un aspetto piacevole per il maschio,  contribuisca a ledere la dignità della donna e a farla percepire come inferiore all'uomo perchè a lui asservita, come il mito centrale della nostra religione ci insegna (Eva nata da una costola di Adamo).

Finché non si ricorda il legame stretto che c'è, per esempio, tra pubblicità sessiste e maschiliste e le violenze fisiche fatte sule donne, si continua a compiere una violenza morale sulle donne che non è meno grave né meno deprecabile di quella fisica.

Perchè finché continuiamo tutte e tutti a ignorare che ledendo la dignità delle donne come persone si contribuisce a diffondere una percezione della donna che porta qualcuno a compiere una violenza fisica che non è una eccezione né espressione di una malattia ma solo l'estrema conseguenza di una logica patriarcale e maschilista che ci riguarda tutti e tutte, finché continueremo a vedere chi picchia stupra e uccide le donne come delle eccezioni ai limiti della società, come persone da curare (come vuole il documento del PD pro Civati) e non come persone normale espressione di un modo sbagliato di considerare le donne, finché non capiamo che non bisogna curare (i malati hanno dei diritti lo stupratore non ne ha alcuno)  ma EDUCARE ed educare la società TUTTA  al rispetto della dignità donnana continuiamo nonostante le buone intenzioni a compiere violenza sulle donne.Una violenza morale prima espressione di quella fisica che la ratifica e la incoraggia.

Finché non capiamo che la prima violenza nasce dal linguaggio e dall'ideologia, dal catalogare i comportamenti delle donne ascrivendoli a un femminino sensibile e gentile, finché non capiremo che in questa visione della donna madre e moglie e mai persona si annida la stessa identica ferocia di chi le donne le picchia le stupra e le uccide non verrà fatto passo avanti alcuno.

E infatti la giornata del 25 novembre si ripete stancamente dal 1999 senza che si sia fatto il menomo progresso.

2 ottobre 2013

Lo spot fallocratico dei Fonzies: ovvero Boldrini ha ragione da vendere!

Così mentre le scuse blande e parziali di Guido Barilla hanno placato gli animi sul boicottaggio della sua pasta (che bisogna continuare a non comprare come minimo perchè il gruppo di minoranza dell'asset proprietario fabbrica armi) scuse parziali che non gli fanno prendere le distanze dalle affermazioni contro la Presidente della Camera Laura Boldrini, quarta carica dello Stato, che per Barilla di può esprimersi circa il maschilismo di certe pubblicità perchè incompetente, ecco una pubblicità che non solo conferma le preoccupazioni della Presidente ma le rende ancora più urgenti.




Il blog Un altro genere di comunicazione ne fa una lettura interessante della quale riporto alcuni passaggi fondamentali

La sessualizzazione dei ragazzini attraverso pubblicità e media avviene per entrambi i sessi, con la differenza che per i giovani maschi si rimanda ad una sessualità attiva, agita; per le giovani femmine, invece, ad una sessualità che rimanda al grado di appetibilità raggiunto e allo sguardo esterno e giudicante su di sé. Non si stupirebbe nessuno, infatti, di ritrovare una dodicenne in una pubblicità alle prese con le sue tette che crescono e con le paturnie conseguenti agli sguardi (o non sguardi) dei coetanei maschi. Ma nell’immaginario collettivo l’organo sessuale femminile è un tabù e viene circondato da un’aurea di sacralità, scollegandolo dalla sessualità attiva e dalla sua funzione di godimento. Il rapporto di un bambino ( poi ragazzo, poi adulto ) con i suoi genitali è impostato sull’esteriorità: esterni i genitali, esterno l’uso e il commento che se ne fa. Esposizione costante, valutazioni collettive. E se viene trovato a masturbarsi, è normale, gli si lascia il suo tempo. Un neonato maschio che si tocca i genitali viene trattato teneramente. Una neonata femmina non deve, fin da piccolissima le si tolgono le mani “di lì”. La vagina, la vulva, la fica nemmeno si nomina, nemmeno si sa che c’è. La bambine non sanno nemmeno com’è fatta, perché non essendo lì fuori, pronta alla vista, in pochissimi genitori spiegano l’anatomia del corpo femminile o suggeriscono le acrobazie con gli specchietti per conoscersi meglio. E’ interiore. Non interna (che anche le donne hanno i genitali esterni), ma proprio interiore. Da mettere vicino ai sentimenti, legando sessualità ed emotività femminile come invece non viene proposto ai bambini, ragazzi, uomini. Non si può nominare in un Parlamento, non se ne può discutere tra amiche senza creare reazioni pruriginose, non se ne può parlare senza uomini che ti insegnino come farlo.

Mimosa Pale, artista finlandese, invita i suoi cittadini ad arrampicarsi nella sua vagina. Ha infatti scolpito un’enorme vagina sul calco della propria e ne ha ricoperto una bicicletta sui cui su cui si può pedalare, assistendo all’esteriorizzazione totale dei genitali femminili. Il senso dell’opera, chiaramente ironica e dissacratoria, vuole essere quello di esporre talmente tanto la vagina da non poterla evitare, non poterla negare, relegare a imbarazzo e ignoranza, come succede in questo mondo pieno di adulazioni falliche.


Io vorrei soffermarmi invece su alcuni aspetti dello spot che restituiscono l'antropologia della sessualità nell'Italia del terzo millennio non così lontana da quella patriarcale e contadina di cui parava Pasolini.


il contesto

Il contesto è rurale, un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti. Lontano dalla città cosmopolita e metrosexual.

A dare pubblicità dei due centimetri in più è un Ape con i megafoni quello che in città oggi sopravvive solo per l'arrotino.

L'età, il sesso, il lavoro e la sessualità

Nello spot, ad esclusione della mamma di Andrea, ci sono solo adolescenti e persone anziane.

Il discorso sul sesso è dunque fatto da persone che al sesso alludono ma che il sesso non agiscono, non ancora o non più.

Il doppio senso non è caricato di alcuna potenzialità ses(n)suale.

Andrea è ancora un brutto anatroccolo e non un ragazzino già sessualmente desiderabile come pure ci sono in altri spot.















A differenza della ragazz(in)a che viene fatta rientrare in casa non solo perchè innocente altrimenti non potrebbe cogliere il discorso sul sesso ma proprio perchè potrebbe coglierlo.

L'interdizione è per la signorina in età da sesso.

Il discorso sui due centimeri che alludono al fallo viene fatto da un preadolescente ingenuo (è l'unico a non avere colto il doppio senso tant'è che alla fine dello spot ribadisce il significato letterale che riguarda il fonzies più lungo, tenendolo in mano, mostrandolo e annuendo per ribadire il concetto) e che dunque ancora non si masturba.

Può dunque avere ancora come interlocutrice la madre alla quale comunica un messaggio senza malizia del quale ignora il portato sessuale.

Portato sessuale che la madre capisce benissimo naturalmente ma non come sessualità agita bensì come sessualità simbolica.

La crescita del pene implica la mancanza di uno sviluppo completo e dunque è ancora una questione di donne che allevano la prole, maschile quanto femminile.

Potrebbe essere cresciuto in altezza e invece no gli è cresciuto l'uccello.

Per evitare cortocircuiti tra l'orgoglio  femminile di genitrice con quello di donna che apprezza il membro maschile in termini sessuali lo spot mostra una mamma.


Una mamma che non fa niente. Nemmeno i lavori donneschi della cucina ma sta al telefono.

La mamma riferisce a sua volta la notizia a sua madre che sta capando i fagiolini.



Ed è la (d)(n)onna a dare la notizia al paese. Ma chi la ascolta?

Gli uomini pensionati che non hanno un cazzo da fare proprio come la madre e giocano a carte, sublimando il sesso in una partita di scopa, e che si complimentano per il maschio che sarà sessualmente attivo ma ancora non lo è, loro che sessualmente attivi non sono più.

C'è anche un bambino colpito dalla notizia che comunque sa che prima o poi succederà anche a lui la stessa cosa.



E che guarda infatti speranzoso più che invidioso.

Non tutti gli anziani dello spot sono inattivi perchè pensionati.


Un uomo fisicamente - poco attraente secondo i canoni standard  - esce dal bar portando sottobraccio quello che sembra un casco(?) un portiere che trova la cosa esagerata, si sa che i vecchi sono sempre restii ai cambiamenti...



e un barbiere e un suo cliente invidiosi (beato lui...)




...una invidia di chi sa che anche gli crescesse l'equipaggiamento non saprebbero pi come usarlo oppure, più sottilmente, non saprebbero con chi usarlo.

Se mancano i maschi giovani o adulti, comunque sessualmente attivi è per scongiurare (censurare?)  il portato implicito omoerotico che quando un maschio apprezza la crescita del membro di un altro maschio è sempre in ballo.

A ben vedere il motivo più profondo dello stigma omosessuale è che l'omosessualità rende concreta ed esplicita quella simpatia simbolica tra maschi dotati di pene.
Una simpatia dettata dal potere e non dal desiderio desiderio che quel potere mina perchè rende esplicita la contraddizione di fondo che il fallocentrismo non può permettersi: la totale non necessità della donna.


Esautorata da ogni gestione del potere nonostante il potere procreativo sia suo  e non del maschio

La donna è la porta che mette in contatto il qui con un altrove da cui tutte veniamo e a cui tutte torniamo talmente potente che l'uomo ha esautorato la donna da quel potere iscrivendolo in una sacralità (la stessa cui fa riferimento Barilla) che di fatto toglie alla donna ogni gestione e controllo.

Sacralizzata la porta diventa il contenitore dello sperma maschile, nell'antichità l'unico principio attivo e vitale (la donna essendo solo un incunabolo). 

Luogo dell'incontro di un potere maschile il ventre materno con la cultura giudaico cristiana diventa è un ventre gestatorio dal quale nasce il figlio di dio (ma la madonna resta vergine prima durante e dopo) un ventre simbolico, una funzione, un oggetto non un soggetto.

I maschi non possono fare sesso tra di loro perchè non essendo tra di loro fertili ricordano che il vero potere sta in quel femminile messo tra parentesi dalla sacralità.
Se due maschi fanno sesso tra di loro si auto-esautorerebbero dal potere lasciandolo alle donne.

Ecco il vero cuore di tutto il patriarcato da quello precedente l'era giudaico-cristiana a quella cattolica dove si insiste tanto sulla famiglia come famiglia che procrea, per giustificare questa divisione del potere: la donna asservita all'uomo senza possibilità di autoemancipazione alcuna.

L'unica eccezione a questo potere performativo del pene ingravidante (dalla quale nessun maschio si può sottrarre) è quella del prete che pur essendo potenzialmente ingravidante è casto raggiungendo il massimo dei poteri magnanimi di chi ha un potere e non lo usa. Proprio come si chiede di fare agli omosessuali il cui peccato non è l'omo-affettività ma l'omo-sessualità...

Per tornare allo spot al di là del fallocentrismo spiazzante nella sua mancanza di pudore colpisce questa idea vetusta che il sesso riguardi solo una fascia giovanile adulta che è ancora ferma a quell'idea rurale, patriarcale e contadina di sesso degli anni 50, prima del passaggio alla società post industriale, come ha saputo ben individuare Pasolini ai tempi del boom.
Beninteso l'idea sublimata e codificata nei racconti nei film e nelle foto, non quella concreta dove i nonni scopano le e i nipoti...


Interessante notare come questo spot sia chiaro per tutte nei suoi riferimenti impliciti nonostante la società reale sia molto distante da questa dove i vecchi sesso lo fanno (basta vedere Berlusconi) le vecchie no ma le donne ancora non contano un cazzo nei mass media eppure...
Ecco come gli spot sostengono, diffondono e rielaborano vecchi immaginari collettivi con il loro portato ideologico poco importa se e quanto questi modelli corrispondano alla società reale.

Questo per rispondere a quante in questi giorni a proposito degli spot Barilla senza gay hanno risposto che gli spot seguono le regole oggettive del marketing e che non vanno letti in senso politico o ideologico.
Che cioè se le pubblicità sono reazionarie è perchè lo è la società.

Questo spot dimostra come l'orizzonte ideologico di uno spot è scelto dalle pubblicitarie secondo una precisa strategia di comunicazione che non è necessariamente scritta nella realtà contemporanea ma in un immaginario collettivo che tutte possediamo anche se vetusto e sorpassato.

E che dire che le pubblicità si limitano a restituire la realtà per quel che è, è una affermazione stra ideologica oltre che risibile e discutibile.

Ognuna di noi coglie questi segni che hanno perfettamente senso tanto da non da dover essere esplicitati o spiegati. 

E quando una comunicazione massmediale è implicita e non abbisogna di spiegazioni si fa indottrinamento puro perchè si confermano con il meccanismo dell'ovvio (di quello cioè che è talmente tacito per tutte da non dover essere spiegato) ideologie che la società, quella reale ha invece magari già messo in discussione, nelle pratiche legislative, nelle pratiche sociali, e anche in certa letteratura o certa cinematografia meno di massa e di consumo quotidiano come uno spot.

Alla faccia di pseudogiornaliste come Naso che sul Fatto quotidiano conciona sulla pubblicità dicendo che non ha alcun impatto sul modo di pensare delle persone cui è rivolta.

Alla faccia di chi, seguendo una ideologia castrante, pretende sia solo uno spot.

Infine ritorno anche io al bel post del sito Un altro genere di comunicazione
quando si dice
Per evitare commenti del club “ma fatevela una risata“, sempre più in crescita: hahahahahaha. Fatto.
L’ironia bisogna saperla cogliere.
 Ecco.

28 settembre 2013

Boldrini ha ragione da vendere.

Cari (si fa per dire) Barilla e Cruciani, davvero pensate che le parole della Presidente della Camera siano senza senso e dettate dall'incompetenza?

Oppure questa pubblicità innocente dimostra quanto il paese sia ancora arretrato e tratti le donne come oggetti e merci di scambio?



E pensare che c'è chi scrive che le pubblicità e marketing non hanno proprio nessuna capacità di “educare” le masse modificando i loro atteggiamenti...



26 agosto 2013

Dario Accolla vittima del sessimo ?


Dario Accolla si rammarica sul suo blog di essere stato accusato di essere un maschio che difende gli altri maschi.
Perché difendevo un politico di sesso maschile vittima, a mio modo di vedere le cose, di una gogna mediatica sproporzionata per un errore (e siccome non voglio tornare sul caso Piras, diamo per pacifico, anche se non è il mio pensiero, che abbia peccato di odio verso le donne).

Piras, presidente  dimissionario del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale dimissionario di Jerzu, ha scritto su facebook riferendosi all'atleta russa Isinbayeva che si è schierata a favore della legge anti gay di Putin, Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari domani ci ripenso. Magari mi fraintendono.

Secondo Dario queste parole sono state un errore la cui reazione di protesta è stata sproporzionata.

Dario è in ottima compagnia.

Tantissimi uomini sulla rete hanno minimizzato le parole di Piras adducendo tutti la stessa argomentazione: Piras non ha augurato lo stupro a Isinbayeva.
Vero.

Piras  ha fatto peggio.

Ha detto che per quando lo riguarda cioè per quanto è in suo potere, possono anche stuprarla.

Non è un augurio. E' una concessione (che altri lo facciano, se vogliono loro) una professione di indifferenza (a me comunque non me ne frega niente).

Piras giura di averlo scritto per paradosso cioè affermando una cosa evidentemente non vera (lui non sta augurando affatto che la stuprino) cercando di trovare una affermazione altrettanto grave di quella di Isinbayeva che sosteneva la legge di Putin anti gay.

Siccome, dice Piras, in seguito alla legge Putin donne lesbiche sono state stuprate, è comodo per Isinbayeva prima dire di essere d'accordo con quella legge e poi dire di essere stata fraintesa.
E quindi Piras pensa bene di scrivere che, così come Isinbayeva a detto che non le interessa se le donne lesbiche vengono stuprate, per quanto lo riguarda a lui non interessa nemmeno se viene stuprata lei.

Certo a usare lo stupro come strumento di critica o anche solo di offesa, di insulto, ci vuole fegato. Ma tant'è.


Per Dario l'errore di Piras è stato criticato perché una donna, in quanto tale, non va mai criticata omettendo lo stupro che è l'oggetto grave ed essenziale delle critiche a Piras tolto il quale non c'è né critica né argomento.

In ogni caso lo stupro non è una critica ma un delitto.



Usare lo stupro in un discorso argomentativo, come se lo stupro possa essere un termine di paragone, una possibilità neutra del discorso e non un delitto contro la donna è grave e giustifica tutte le critiche che gli sono state fatte. Talmente gravi da indurre Piras se stesso a dimettersi. Se avesse davvero ragione Dario e quello di Piras fosse solamente un errore non si sarebbe dimesso di certo.

Piras ha pescato dallo stesso immaginario collettivo maschilista e fallocentrico quello che dice che una persona nervosa ha bisogno di scopare di più, che le donne nervose hanno il ciclo (spesso detto anche dei froci) un modo di vedere al sesso e ai ruoli tra i sessi distorto e alienato, un modo di uasre il sesso ocme strumento di potere. Come ha fatto Piras con Isinbayeva.

Non un delitto generico ma il delitto par excellence contro le donne.

Perché abusa del corpo sessuato di una donna rendendola un oggetto da violare.

Quel che sfugge a Piras (e a Dario) quando crede di usare lo stupro come paradosso è che un paradosso per essere tale deve essere qualcosa di insolito e bizzarro (Proposizione che per forma o contenuto si oppone all'opinione comune o all'esperienza quotidiana, riuscendo perciò sorprendente o bizzarra) (fonte Sabatini Coletti online)

Lo stupro non è insolito avviene purtroppo quotidianamente in tutto il pianeta, sempre fatto da un uomo ai danni di una donna.
Dov'è il paradosso?

Non è nemmeno bizzarro visto che ci sono ancora moltissime persone (sempre uomini) che pur riconoscendo la negatività dello stupro ragionano nei termini di chi vistosi messa la fica sotto il naso non si può trattenere dallo scoparsela.
Dov'è il paradosso?

Sentitosi accusare di essere un maschio che difende gli altri maschi Dario non può evitare di fare riferimento al pene ironizzando sulla colpa (concetto cattolico al quale io preferisco il sostantivo responsabilità) di essere un portatore di pene.


Tra i tanti modi di riassumere il potere del maschio in un mondo fatto per lui in cui le asimmetrie di genere sono tutte a suo favore (un uomo che ha storie con 10 ragazze è fico una donna che ha storie con 10 ragazzi è una zoccola) Dario sceglie il cazzo come sineddoche del maschio. Tradendo dello squisito di fallocentrismo...

Il maschio di cui si parla qui non è il maschio biologico portatore di pene ma il maschio culturale che vive e si relaziona tra le persone, nella società, quello che riconosce come suo pari un altro uomo e considera la donna inferiore, e i froci come le donne.


Scandalizzato dall'accusa di portare il pene Dario la vuole far passare come una forma di sessismo:
Ma se la radice del male è il sessismo, non sarà utilizzando ulteriori categorie sessiste che si arriverà alla piena liberazione dei corpi, delle coscienze, delle sessualità, della dignità umana. Credo sia sbagliato sostituire un sessismo con un altro. Non vorrei vivere in un mondo alla rovescia, per cui essere maschi è sbagliato come adesso lo è, nella percezione comune dei più, sia essa inconscia o meno, essere donne.
(...)
Se poi ci mettiamo in mezzo che per tutta la mia vita sono stato insultato e deriso poiché “maschio” quanto più vicino all’essere simile a una “femmina”, la cosa assume connotati ridicoli.

Accusare il genere dominante, quello in base al quale si misura il mondo, di essere il genere dominante, per Dario è una forma di sessismo.

A ben vedere lui sta facendo per il sesso maschile quello che pretende i detrattori di Piras facciano per il sesso femminile: una donna, in quanto tale, non va mai criticata. 

Evidentemente per Dario le donne possono essere criticate mentre gli uomini no.

Se fai notare a un uomo è più solidale con un altro uomo che con una donna contro la quale quell'uomo ha anche solo evocato lo stupro non lo puoi fare, sei sessista.


Anche di un maschio gay che sempre maschi rimangono.

Perchè per quanto un gay sia sussunto sotto il concetto di femminile a nessun maschio, nemmeno gay, capita quello che le donne affrontano quotidianamente a causa dei maschi.


Dario non saprà mai cosa vuol dire salire sull'autobus e sentirsi palpare il sedere da qualche porco, subire apprezzamenti anche pensati indesiderati, essere meno capace degli uomini, essere criticata sempre con parole a sfondo sessuali (quella troia).

Dario non saprà mai cosa significa essere stuprate perché donna (belle o brutte ve s'inculamo tutte campeggiava sulle palestra del mi liceo),  essere svilita a oggetto sessuale in ogni contesto dalla tv al cinema alla vita sociale.

Perchè se un uomo viene palpato o usato come oggetto sessuale scatta subito una indignazione spontanea perchè lui è il maschio e ha una dignità che la donna deve conquistarsi con le unghie e coi denti anche grazie a chi come Dario, in buona fede, minimizza sull'operato di un maschio trovando più grave la gogna cui quel politico è stato posto che l'uso della parola stupro nei confronti di una donna.

Quella dignità che Piras non riconosce a Isinbayeva nel momento in cui dice per paradosso che per quanto lo riguarda lei può anche essere stuprata.

Ma i maschi come Dario non capiscono quello che per fortuna è chiaro a moltissime persone donne e uomini. Che una violenza  terribile non può annoverarsi nel linguaggio della critica politica, non per il politicamente corretto, non perchè le donne non si possono criticare, ma perchè gli stupri non sono una argomentazione ma un crimine.

Un maschio che non coglie la gravità di un delitto come lo stupro che a lui in quanto maschio non toccherà subire mai mentre alle donne tocca quotidianamente in tutto il mondo è un maschio piccolo piccolo.

Proprio come quei maschi coi quali Dario solidarizza (checché lui ne dica) per un'intima e profonda affinità elettiva, che mi fa orrore.

Perchè il pene potrà anche fare il maschio ma ci vuole ben altro per fare di un maschio una persona.

23 agosto 2013

Scusate se parlo di pedofilia: sul "caso" del pedofilo ritornato nel condominio dove abita la sua vittima

Stavolta i fatti non sono noti perchè l'unica fonte che ho trovato sulla rete è l'articolo di Repubblica dal quale tutto è partito.

Gli altri si limitano a riproporre malamente quello scritto già male nell'articolo originale di Attilio Bozoni.

Dunque cave canem quel che riporto è inficiato dalla mancanza di fonti certe. Se qualcun* ne è a conoscenza, l* prego, mi evinca.

Un uomo che ha abusato di una bambina per 5 anni viene condannato a 3 anni di carcere. Condannato col rito abbreviato che decurta la pena di un 30%.


Oltre alla condanna viene imposto all'uomo un divieto di dimora, il che fa presumerne che la condanna non era a 3 anni di carcere ma di arresti domiciliari (l'articolo non lo dice lo evinco io da questo passaggio:
un giudice aveva ordinato il "divieto di dimora" del militare nell'appartamento che ha in affitto nel quartiere a nord di Roma "e nelle vie vicine". Lo "zio" Pino viola la disposizione giudiziaria e il provvedimento di "divieto di dimora" viene così esteso in tutto il Lazio "ad esclusione di Vitinia", dove lui ha una casa di proprietà.
Dunque sta agli arresti domiciliari a Vitinia? Ah saperlo!

Ora non si capisce per quali motivi l'uomo sia ricorso in Appello visto che le sentenze col rito abbreviato non consentono appello da parte del giudicato con poche eccezioni.

Altra mia ipotesi e se l'appello non riguarda la condanna ma il divieto di dimora?
Ah saperlo.

Comunque sia la corte d'appello revoca il divieto di dimora per cadute esigenze cautelari. 

Dunque l'uomo può tornare a vivere nello stesso stabile dove vive la sua vittima che oggi ha 13 anni.

L'articolo è incentrato proprio su questa incompatibilità morale.

L'uomo che ha abusato sessualmente della bambina (chiamato "zio" con le virgolette, oppure orco epiteti giudicanti che, sconcertantemente, ne mitiga il portato del gesto) non può tornare a vivere nello stesso stabile dove vive la sua vittima. Non per tema che gli abusi si possano ripetere (cosa che i giudici escludono) ma per la sua presenza lì, che impone la sua vista alla bambina, che riaprirebbe vecchie ferite.

Questo concetto non viene approfondito da un punto di vista giuridico o psicologico ma con un frasario da gossip, da giornalaccio scandalistico, fatto con così tanta superficialità da arrivare persino al ridicolo di contraddirsi:
Francesca se lo trova improvvisamente davanti. Poi comincia a sentire i rumori che hanno trasformato la sua vita di bambina in un inferno - la sedia a dondolo che si muove, la televisione accesa fino a tarda notte, i rintocchi dell'orologio a pendolo - e ritorna l'angoscia degli anni prima. Francesca si sente spiata. Le finestre al primo piano della casa del militare in pensione affacciano sul giardino della casa della bambina, il balcone dello "zio" Pino è proprio di fronte all'appartamento di Emilia. "Mi avevi promesso di mandare via l'uomo cattivo", grida alla madre.
Dunque i rumori che hanno trasformato la vita della bambina abusata non sono quelli indicibili legati agli atti sessuali che è stata costretta a subire, a quanto pare per anni, ma quelli, retorici, di una sedia a dondolo, di una tv accesa e di un orologio a cucù.

Rumori che, se davvero esistenti, la bambina deve avere continuato presumibilmente a sentire anche dopo l'arresto dell'uomo visto che nell'appartamento ha continuato ad abitare sua moglie Wanda.

Insomma un esercizio di retorica che non rispetta minimamente il vissuto della bambina 
nello stesso modo in cui si pretende che il ritorno del suo aggressore in casa, cioè nello stabile, faccia.
A proposito ma dove cribbio abita l'uomo?

Un piano più su.

abita proprio sopra il suo appartamento

Le finestre al primo piano della casa del militare in pensione affacciano sul giardino della casa della bambina, il balcone dello "zio" Pino è proprio di fronte all'appartamento di Emilia.
Insomma abita all'appartamento posto sopra quello della vittima o al piano superiore ma di fronte a quello della vittima?

E in questo caso come fa la bambina a sentire il rumore della sedia a dondolo se la sedia non si muove sopra il soffitto visto che l'appartamento è posto di fronte?

L'approssimazione dell'articolo (non mi soffermo sull'italiano PESSIMO con cui si riportano i dettagli della violenza subita dalla bambina) si riscontra anche in tutti gli altri articoli che riprendono la notizia (dove il vicino diventa davvero zio...) sia perchè se la fonte primaria è approssimativa è difficile che gli altri articoli non lo siano, sia per una vocazione al pressappochismo di tutta la stampa italiana che anche in questo caso dimostra di essere analfabeta e incapace di fornire un vero servizio informativo.

Ancora più gravi le affermazioni di Vincenzo Spadafora, Garante dell'infanzia riportate in un altro articolo sempre di Repubblica che, non mi stancherò mai di ripeterlo, il peggiore giornale nazionale italiano, che afferma nell'85 per cento dei casi è un vicino, un amico di famiglia, un parenti (sic).

Non so su quali statistiche Spadafora basi questa sua affermazione. Perchè nonostante la difficoltà di trovare dati certi sulla pedofilia in rete a me risulta, secondo il quaderno di telefono azzurro Pedofilia, che  tra gli adulti che abusano di minori ci siano i genitori al primo posto 

nella maggior parte dei casi gli abusi sessuali sono stati commessi da persone appartenenti al nucleo familiare: padri, madri, altri parenti, nonni, nuovi conviventi/coniugi, fratelli/sorelle. Solo il 15% circa riguarda soggetti estranei al/alla bambino/a.
Dunque vicini e amici sono il 15% e il dato statistico non ne giustifica la diluzione in quel generico 85% che mette insieme persone di origine diversa, perchè è chiaro che gli abusi sessuali su minori sono consumati in famiglia e non presso amici o estranei. Questo la dice lunga anche su tutti gli amici lgbt e non che adducono sempre la pedofilia dei preti che, se anche c'è, è una minoranza statistica rispetto i padri e le madri. Ma tant'è.

Spadafora non è l'unico esperto incompetente citato da Repubblica. In un terzo articolo viene citato Luigi Cancrini il celebre psichiatra di area PCI che nell'intervista pubblicata da Repubblica si  dimostra anche uno spassoso autore di fantascienza visto che descrive dinamiche che non conosce impotizzandole a partire da constatazioni secondarie:
"Sì, quell'uomo tornato a vivere nel palazzo non è guarito
ammesso e non concesso che la pedofilia sia una malattia lui che ne sa?
e con la sua presenza fa ripiombare la giovane in un incubo, anche perché ha un comportamento di palese controllo sadico e di vendetta nei confronti di lei che lo ha denunciato.
Di nuovo che ne sa? e badate che Spadafora non dice credo, è presumibile che... dice ha
Se fosse guarito le chiederebbe scusa e se ne andrebbe lontano.
ecco l'evidenza della sua mancata guarigione!!!
Un comportamento che consentirebbe alla minore di ritrovare la fiducia negli adulti che quando sbagliano lo capiscono e si comportano di conseguenza".
Dunque secondo Cancrini il pedofilo è un malato che sbaglia e se chiede scusa, puff! le violenze subite scompaiono. Delirante no?

Che la pedofilia sia una malattia è questione dubbia che, se vera, assolverebbe il pedofilo di ogni responsabilità. Se le mie azioni sono dettate da una malattia non vado in galera ma in manicomio. Non mi pare invece che nessun pedofilo sia stato assolto perchè incapace di intendere e volere.


Chi compie violenze e abusi sui minori o sulle donne non è malato è una persona normale che si comporta di conseguenza ai disvalori che coltiviamo in seno alla nostra società.
  
Quando Cancrini cita la legge belga in Belgio per esempio chi fa terapia ha diritto ha sconti di pena, si guarda bene dal dire che la terapia non è curativa ma si tratta della cosiddetta castrazione chimica, cioè l'assunzione volontaria di farmaci che reprimono la libido...

Poco importa la sofferenza vissuta da Francesca a prescindere, basta che il suo abusatore non le compaia più dinanzi agli occhi il resto, gli abusi, il loro ricordo, gli effetti nel presnete contano meno... 

Basta che l'abusatore le stia lontano dalla vista e che, almeno, chieda scusa!

L'importante è montare un caso su una sentenza che, dopo l'articolo di Repubblica, ha raccolto tanta indignazione, proteste e interrogazioni parlamentari (a camere chiuse per ferie...).

Siamo il solito popolo di pecoroni e pecorone pronti e pronte a indignarci  solo dietro suggerimento di qualcuno e mai per moto proprio...


19 agosto 2013

Piras, Isinbayeva e l'eterno maschilismo degli italiani.

La vicenda è nota.

Yelena Isinbayeva capitano dell’esercito russo per meriti sportivi, donna capace di firmare 28 primati del mondo in carriera, ex ginnasta di Volgograd che ha l’oro mondiale nel 2005 (con record) e nel 2007 e quello olimpico nel 2004 ad Atene e nel 2008 a Pechino, durante la conferenza stampa dopo la vittoria dell'Oro ai mondiali di Atletica nel salto con Asta dichiara:

"Maybe we are different than European people and people from different lands. We have our law which everyone has to respect. When we go to different countries, we try to follow their rules," said the vastly experienced athlete who regularly speaks English to journalists.
"We consider ourselves, like normal, standard people, we just live boys with women, girls with boys... it comes from the history."*

Uno scudo di proteste si è levato contro le sue discriminanti affermazioni che l'ha indotta a ritrattare dicendo di essere stata fraintesa

Tra le proteste italiane, tanto perché noi dobbiamo sempre distinguerci in peggio, c'è stata quella di Gialuigi Piras  presidente  del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale di Jerzu, che sul suo profilo facebook arriva a scrivere:

Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari domani ci ripenso. Magari mi fraintendono.

In seguito al putiferio che questo post a dir poco infame ha scatenato Piras ha rassegnato le dimissioni da tutti i suoi incarichi istituzionali:

Presidenza del Forum Regionale sui Diritti civili del Partito Democratico della sardegna e dalla Direzione Regionale;
Consiglio comunale di Jerzu;
coordinamento regionale di Anci giovane
coordinatore provinciale di Prossima Italia, associazione impegnata da sempre con grande determinazione nelle battaglie in difesa dei diritti civili.

Sul suo profilo Facebook Piras si è difeso spiegando che la sua frase non era un augurio ma un paradosso.
Cara Isinbayeva, le cose che hai detto sono talmente gravi che è inutile dire a posteriori di essere stata fraintesa; poiché è come se io augurassi a te lo stupro salvo poi dire di essere stato frainteso.
Ben strano paradosso visto che lo stupro è un atto violento e criminale ben concreto.

Piras parla la lingua del violento, del maschilista la stessa lingua di chi crede di offendere una donna dandole della mignotta, una lingua che minimizza l'aspetto concreto dello stupro e pretende di usarne solo la parte simbolica, come paradosso.  

Molti sono intervenuti in difesa di Piras, spesso maschi, tra i quali anche Dario Accolla che sul suo blog scrive:
Piras è solo stato la vittima eccellente di quel processo “culturale” per cui una donna, in quanto tale, non va mai criticata (perché la critica equivale all’aggressione), in nome magari di ideologie che per esistere (ancora) hanno bisogno di essere più vere della realtà.
Blogger perspicace e fine Accolla stavolta tradisce il maschilismo e la misogina di default dai quali, in quanto maschio cresciuto ed educato in una cultura maschilista e misogina come quella italiana, non è immune nemmeno lui e manca completamente la questione centrale.

Il discorso di Piras qualunque siano le intenzioni è un discorso violento fatto di violenza sdoganando lo stupro come atto contro una donna.

Naturalmente lo stupro non può essere usato come arma critica nemmeno nella costruzione di una frase per assurdo (a proposito la giusta dicitura della retorica è per assurdo il paradosso non c'entra un bel niente...)

Ogni stupro, ipotetico, per contrappasso, per assurdo, per provocazione, anche solo supposto, evocato, immaginato o sognato è un delitto contro le donne, contro l'umanità.

Anche quando lo si usa in una frase per assurdo per far capire alla propria interlocutrice che le sue dichiarazioni sono gravi.

Ma anche se le dichiarazioni di Isinbayeva inneggiavano allo stupro, il che è tutto da dimostrare, non è che uno stupro ne sconta un altro.

Le leggi liberticide di Putin non prevedono lo stupro, né lo autorizzano.

Né queste leggi hanno dato adito a qualcosa che prima non avveniva. Più in generale delle leggi liberticide che vietano la propaganda gay in pubblico (e anche andare in giro mano nella mano è considerata tale) non forniscono alcuna moral suasion a evitare comportamenti violenti contro le persone lgbt e tra queste forme di violenza anche lo stupro.

Dunque accusare Isinbayeva di istigare con il proprio endorsment alle leggi anti gay di inneggiare allo stupro è capzioso e frutto di un contorto ragionamento mentre quel per me possono stuprarti rimane come pesante e concreta possibilità che è a dir poco criminale.

Se Piras (e Accolla) pensano che lo stupro possa essere considerato uno strumento di critica dimostrano appieno la mostruosa natura contro misogina e maschilista del loro pensare.


Lo stupro è un crimine e non può essere usato nel frasario di chi vuole criticare o denunciare un comportamento liberticida antidemocratico e omofobico.

E che Accolla ne faccia una questione di politicamente corretto (cioè di forma) e non colga invece la sostanza criminosa del gesto di Piras la dice lunga sui maschi italioti di qualunque orientamento politico (e sessuale).

Dirò di più.

Se dovessi scegliere tra lo stupro di una donna e una legge che vieta la propaganda omosessuale io sceglierei sempre la legge e mai lo stupro.

La nonchalanche con cui Accolla arriva a dire che la frase di Piras non ha nulla di violento ma gli attacchi alla sua persona quelli sì, lasciano intendere quanto la solidarietà tra maschi contro le donne trovi smepre imprevedibili e inconsuete alleanze.

Anche tra le fila di chi lotta (o crede di farlo a questo punto) per i diritti civili di tutti e di tutte.

Per Piras e Accolla per le donne evidentemente un po' di meno.




*Forse noi siamo diversi rispetto alle persone europee e alle persone di diversi paesi. Noi abbiamo le nostre proprie leggi che ognuno e ognuna deve rispettare. Quando andiamo in paesi diversi, cerchiamo di seguire le loro regole " "Ci consideriamo normali, persone normali, che vivono ragazzi con le donne, le ragazze con i ragazzi ... E' una cosa che proviene dalla storia. (traduzione mia)

14 agosto 2013

Il suicidio non è una scelta debole

Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito.  
Emil Cioran, Sillogismi dell'amarezza, 1952


Viviamo in una società nella quale la vita non ci appartiene perchè o è di dio o è un bene di consumo.

Prima ce l'ha scippata il cristianesimo promettendoci falsi paradisi in un post mortem che non esiste.

Perchè nessuna persona sana di mente può credere VERAMENTE alla vita dopo la morte.

Oggi se la contendono la chiesa (la religione)  e il mercato.

Per la chiesa la vita dei fedeli e delle fedeli è lo strumento tramite il quale imporre una visione necrofila e patriarcale che, per allontanare l'incontenibile paura della morte la anticipa rendendo questa vita una morte (una religione incentrata sulla cancellazione della libido veicolando la sessualità alla sola funzione procreativa è una religione contro l'essere umano e donnano), una morte umana prima che morale, civile prima che spirituale, esercitando un potere che al di là dei beni materiali (che i prelati ottengono con ben altri mezzi) si esplica nella possibilità di dire a tutto il genere umano e no.

Per il mercato la vita è quella dell'acquirente, senza acquirente niente mercato, senza vita niente acquirente. La vita è un capitale da spendere

Da spendere in felicità e spensieratezza, in gioventù e allegria, guai a essere seri o tristi o preoccupati, guai se una ruga di preoccupazione o di saggezza segna la nostra fronte.

Sono segni di una morte annunciata da esorcizzare perchè vista come un corpo estraneo e non parte integrante della vita, quel ad quem  che dà un senso a tutto quello che c'è prima. Il prima perchè dopo non c'è niente. E chi crede al dopo dà minore importanza al prima...

Così in un modo o nell'altro la morte non esiste.
O perchè mero tramite alla vita vera o perchè rimossa dalla società come un imbarazzante residuo organico.

In questa società così sommariamente descritta, non c'è posto per il suicidio. Perchè ci ricorda non solo che la morte, invece, c'è, ma che qualcuno può addirittura desiderarla.

Non c'è posto per il suicidio perchè il suicidio presume che la vita appartenga a ognuna e ognuno di noi, mentre le nostre vite sono di dio per i credenti e le credenti (tutti e tutte malate di mente proiettati in un ultramondo che non esiste),  o sono del mercato, sono mercato.

Sono un capitale da spendere, non da bruciare.


Il gesto subitaneo di togliersi la vita spende un capitale immenso senza consumo.
 
Così chi si suicida compie un gesto tragico, ma anche un po' vile, perchè si sottrae alla vita è perchè non ce l'ha fatta, non ne ha sopportato il peso, quel peso che tutti, cioè tutti quelli e tutte quelle che NON si suicidano, sopportano senza lagnarsi.

Per cui il suicidio è anche un capriccio, una impuntatura, una stupidaggine una forma di immaturità, uno spreco.

Uno spreco per il capitale non del capitale.

Ci sono tante altre forme di morte cercata che la nostra società tollera perchè in quelle che sono a tutti gli effetti forme di suicidio, dilazionato ma altrettanto fatale, si consuma:

chi fuma essendo a conoscenza dei danni del tabacco non si sucida forse?
Poco male però perchè compra le sigarette.

Chi guida in stato di ebrezza o sotto effetto di stupefacenti, o un mix dei due e muore in un incidente, non si suicida forse?

Poco male però perchè spende soldi per procurarsi droghe e alcool.


Queste forme di consumismo estremo e di autodistruzione enormemente diffuse (l'Italia è uno dei paesi in cui si continua a fumare di più in tutta Europa anche dopo la legge contro il fumo entrata in vigore nel 2003) non sono percepite come suicidio anche se ne sono le forme più concrete e più vicine alla percezione che si ha del suicidio come spreco inconsulto.

Il suicidio invece, quel gesto definitivo tramite il quale ci procuriamo la morte, ha mille altri significati.

Ci si sucida per protesta, perchè non siamo noi a non potere più della vita, ma perchè è la vita a non lasciarci più modo di vivere.

Il suicidio è la forma estrema della nostra autodeterminazione che se ci viene tolto non ci rende umani e umane.

Una società che  non coglie questi motivi, non onora e non rispetta chi ha deciso di togliersi la vita è una società eticamente morta, una società che non ha nulla da dire sulla morte è già morta in vita.

Sono stanco della retorica con cui si è accolta la morte di Roberto. Il suo gesto di protesta, la coerenza di un sentire che non gli ha permesso di continuare a vivere in tutta coscienza in in mondo che non gli dava lo spazio vitale per crescere.


Mi fa arrabbiare leggere che Roberto ha compiuto un gesto fragile, perchè era fragile, perchè così ci assolviamo tutti e tutte noi, che siamo i mandatari e le mandatarie morali della sua morte, dicendo(ci) che se è morto Roberto è perchè era fragile lui non perchè non gli abbiamo lasciato altra scelta noi.

Così continuiamo a discriminarlo.

Roberto poco uomo in vita perchè frocio e poco uomo in morte perchè suicida.


Si scrive da più parti che abbiamo lasciato Roberto da solo. Non è vero.

Lo abbiamo accompagnato sempre e costantemente con un sottile odio che lo avrebbe indotto  a nascondersi come fanno molti e molte.
E questo Roberto non era disposto ad accettarlo.
E in tutta coscienza ha esplicitato la condanna implicita dell'omofobia.
Perchè se non vivi per quel che si è sei uno zombie un non vivo in vita.

E il cuore puro di Roberto questo non era in grado di tollerarlo.
Non voleva tollerarlo.

Le opinioni uccidono. E se uccidono non sono opinioni sono un crimine.


Altro che fragilità e debolezza.

Roberto ci ha insegnato che certi compromessi non si possono più fare.

Altrimenti meglio morire. Con coraggio e dignità. Quelli che nemmeno da morto gli riconosciamo.

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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