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12 novembre 2012

Corsicato, la merda e Almodovar. Il quarto giorno della settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.



IL VOLTO DI UN'ALTRA (Italia, 2012) di Pappi Corsicato, che uscirà il prossimo febbraio,  porta una ventata di divertissement a un fstival ingessato, che si prende terribilmente sul serio e che, so far, non sa cosa sia l'ironia, figuriamoci l'autoironia.
Pappi invece si muove a suo agio tra citazioni visive di Almodovar (le bende che coprono le ferite degli interventi chirurgici estetici della clinica dove si svolge il film) e la merda dei Monthy Python del celebre Il senso della vita per denunicare la soceita post valori post tutto ocntemporanea fatta sempre più che mai dell'apparenza e dei soldi. Un film esile, vacuo ma che ha proprio nella sua esilità il punto di forza. Una commedia insolita per ilpanorama italinao un ritorno in grande stile per uno dei registi meno apprezzati del recente cinema italiano.

Suspension of Disbilief (Gran bretagna, 2012) di Mike Figgis parte da un presupposto falso e ci sviluppa l'intero film. Il protagonista maschile, alla domanda di uno dei suoi studenti di un corso di sceneggiatura perchè ci appassioniamo delle storie che vedimao al cinema anche se sappiamo essere finte, risponde dicendo che il nsotro cervello non sa distinguere il falso dal vero.
Niente di più sbagliato!
Il motivo vero per cui psicologicamente siamo disposti a credere vere le cose che sappiamo essere finte non è nemmeno l'imedeisimazione voyeristica che voleva Mtez in un famoso (e ormai dimenticato) libro su Cinema e psicanalisi, del 1977 pubblicato in Italia da Marsilio nel 1980.
Il vero motivo è il fatto che il cinema ci pone nella posizione privilegiata di oesservare i gai e ipericoli che subiscono i perosnaggi potendo godere nel bene e nel male delle cosneguenze senza davvero correre il pericolo. Un concetto nuovo? No, ne parla Lucrezio quando parla dell'orrore ma anche del paicere col quale osserviamo l'aultri naufragio quando siamo ormai al riparo in un'isola...

Il film sviluppa la premessa e ci racconta una stroia di omcidio senza darne una soluziione, dimostrando che un film ci appassiona anche quando non è vero. Slittando semnaticamente dal non vero della finzione al non vero di una stroia raccontata che non ha conclusione.
Ambiguo, noiso e prevedibile, il film risente anche di un certo maschilismo senile, dove le donne si mostrano nude senza un effettivo bisogno che non sia quello del piacere dei maschi, del film e in sala, i giovani registi si fanno fare fellatio dalla protagonista del film, dicendo loro di dire che sono la bambina di papà (mma quando il regista trona con la fidanzata ufficiale la protagonista ci rimane male), o, infine, dove le donne si concenono notti di sesso appassionato per poi risolvere il tutto dando la colpa all'alcool.
Un film vechio nell'idea  e nella fattura, ma che figura bbene in un Film festival eseendo esattamente uno dei prodotti che forse qui più che in una regolare distribuzione trova una sua vera ragioen d'essere. Quel che manca alla stroia è infatti un perosnaggio che possa dirsi tale (nonostante il professore di scneeggiatura dica giustamente che i personaggi fanno parte della trama). Ma qui tutto è ascritto nei topoi più stantii di un genere come il giallo che non viene davvero consumato, rimanendo un insopportabile coito interrotto, narcisista e sterile.



Juenesse (Francia, 2012) di Justine Malle figlia di Louis Malle, quello di Arrivederci ragazzi è il primo film di fiction della documentarista, insegnante di filosofia (e nel film c'è un bell'estratto di una lezione su Leibniz) e critica cinematografica. Un film autobiografico, che racconta della ventenne Juliette  (Esther Garrel, figlia di Philippe) alle prese con la propria vita, tra primi amori con giovani ragazzi alternativi (e pavidi) il vivere con un padre che ha avuto figli da tre donne diverse, la carriera scolastica. Una vita normale sconvolta dalla notiza di una malattia degenerativa che le porta via il padre abbastanza in fretta.
Tra emancipazione sessuale (il ragazzo con cui ha deciso di fare sesso la prima volta si tira indietro perché  lei  non lo ha mai fatto - lui le chiede di levargli la maglietta e lei dice di non essere capace a farlo-, fanno sesso più tardi ma poi lui la ignora; lei si concede a incontri occasionali comportandosi esattamente come lui..., subito dopo aver appreso della morte del padre chiede a uno sconosciuto sul treno di baciarla, e il 40enne porco e marpione si sacrifica) il cui mondo viene sconvolto quando il padre viene colpito da una grave malattia degenerativa (Louis Malle è morto nel 1995, per un linfoma, quando Justine aveva 21 anni).

Il film a low budget (300 mila euro), non ha il suo nucleo nel ritratto di Justine Louis Malle, quanto nella capacità di raccontare ancora oggi la vita di alcuni personaggi con un gusto e una sensibilità post nouvelle vague, riprendendone alcuni topoi (il cinema di periferia di Truffaut, i dialoghi tra il minimalista e il filosofico di Rohmer) descrivendo con grande eleganza e sensibilità la vita (alto) borghese di una ragazza di oggi. E forse qui sta anche il limite del film. 

Altro ragazzo carino del cinema francese.


Tasher Desh (India, 2012) di Q (Kaushik Mukherjee) è la trasposizione in pellicola della celebre Opera omonima di Tagore (sì, quel Tagore, premi nobel per la letteratura nel 1913) che scrisse testo e musica.
L'opera è una metafora dei rapporti rigidi dell'India della sua epoca, con le caste e il conformismo di impianto british. La storia racconta di un principe e un suo amico che, alla ricerca della propria rinascita nella verità e nella libertà, evadono dalla gabbia d'oro in cui vivono, approdano in un'isola popolata dalle carte (quelle di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol) e vengono accusati di eresia e blasfemia. Prima di essere arrestati mettono e il seme del dubbio nella rigida società delle carte e quel rigido e separato mondo si rompe grazie all'amore che, come un seme a primavera, fiorisce in tutte le sue forme, uomini amano donne, donne amano donne e uomini amano uomini. Un film dall'andamento lisergico che ricorda nella potenza visiva il Romeo + Juliet di Buz Luhrman ma che ha una sua autonomia registica musicale e tematica. Splendido il doppio registro cromatico, b\n versus colore, le scelte dei costumi, le soluzioni visive per fare interpretare a uomini  e donne le carte nei quattro semi francesi, bellissime le ragazze e bellissimi i ragazzi interpreti, sensuali le scene d'amore senza essere smaccatamente erotiche. Un film da vedere ma anche da capire non come fa Nino Tripi su nannimagazine che non capisce nulla e, omofobicamente, arriva a dire che dopo l'intervento del principe la scoietà delel carte è una società fatta di sodomiti, oppiomani, perdigiorno capaci solo di cogliere fiori in giardini proibiti.






Parlare di Greenaway in poche righe è una impresa inane, eppure mi tocca provarmici.
Goltzius and the Pelican Company (Paesi Bassi, 2012) è un'esperienza visiva unica nel suo genere nella quale si racconta di Hendrik Goltzius un tipografo olandese del tardo Cinquecento, stampatore di libri, impresario teatrale (è col teatro che sostiene la sua stamperia di libri) che vorrebbe darsi alla stampa di immagini. Goltzius chiede soldi al Margravio di Alsazia in cambio gli promette uno straordinario libro di dipinti e illustrazioni di storie bibliche del Vecchio Testamento. Il Margravio ottempererà se Goltzius intratterrà la corte per 5 serate illustrando temi dell'antico testamento. Comincia così un percorso ipertestuale tra storia dell'antico testamento, immaginario erotico della bibbia, sue ripercussione nell'iconografia europea, considerazioni teologiche sul dio dell'antico testamento e sulla sua morale sessuofoba, illustrando cinque (ma diventano sei) tabù della nostra società (dal voyerismo all'incesto) mentre gli attori di Goltzius in scena si denudano e si propongono in amplessi per dilettare il Margravio.
Nonostante la libertà di parola le considerazioni fin troppo laiche di Goltzius e dei suoi accoliti creano scandalo nei rabbini e nei preti protestanti che assistono alle varie messinscene  e il potere si dimostra come al solito violento e masochista.  Tra uccisioni, castrazioni, rapporti anali, omofobia e misoginia il film illustra i deliri di una religione doppia (cattolica versus protestante, antico testamento versus nuovo testamento) che, per citare una ragazza conosciuta al festival, se mai il film uscisse in Italia, sarebbe vietato ai minori di ottocento anni. 
Nel finale Goltizus si vendica sul potere patriarcale di margravio tornando alla sua corte col suo compagno (ammiccando a una omosessualità tradita sin dall'inizio dai segni esteriori della cultura queer contemporanea biacca, orecchino e labbra vermiglie) ora che il Margravio è diventato pazzo e malato (vermi gli escono dalla bocca e dall'ano) ma la compagnia del Pellicano di Goltzius ha pagato sin troppo caro un diritto alla parola concesso e poi negato: affogati, accecati, castrati.

Personalmente non ho digerito il riferimento all'omosessualità mistica e coniugata col sadismo del prete protestante che prima chiede di essere picchiato e poi viene inculato prima di essere ucciso al grido di frocio. Le uniche relazioni gay che Greenaway sembra conoscere sono quelle dell'ecceso sadomaso o queer, mentre lascia la normalità borghese della rappresentazione del sesso esclusivamente all'eterosessualità.

 Molto bella una scena in cui mentre fa sfoggio di una erezione tenera e non ostentata un giovane attore (tanto nel film quanto del film) viene sedotto dalla compagna in una inversione giocosa di ruoli che omaggia l'eterosessualità emancipandola dal patriarcato da cui viene diffusa. Lei prende lui senza che nessuno si senta costretto in alcun ruolo sessuale se nonq uello del proprio corpo diversamente sessuato.
Ecco mi sarebbe piaciuto che lo stesso fosse stato fatto anche per l'omosessualità.

9 novembre 2012

Festival Internazionale del Film di Roma numero 7. Primo giorno

Cominciamo dalla sigla del festival.

Nuova, vorrebbe omaggiare il precinema di Maray. Mostra una donna nuda, con arco e freccia, che si china e punta in alto la sua arma, ripetuta diverse volte lungo l'immagine, come in una serie di specchi da Luna Park.
Nuda, Donna.
Solo la donna.
Come dire che la donna nuda vende ancora tutto, anche il cinema.

E' vero che allora, nella seconda metà dell'800, le foto di Maray fecero scalpore proprio per i nudi. Ma già allora erano nudi sia femminili che maschili.

Invece la sigla del 2012 vede solo una donna, nuda. Si tratta della rielaborazione di un lavoro precedente, che vedeva un video in 3d dedicato a Tyche, la Dea greca della fortuna.

Una immagine del genere, scelta come nuova sigla del festival del Film, non può che infastidire per la sua marginalità e il maschilsimo di fondo.

Una sigla che al di là della citazione fotografica - le foto di Maray, che non ha MAI voliuto riprodurre il movimento ma scomporlo (anche se al Museo del Cinema di Torino le sue foto sono state animate, compiendo un falso storico e scientifico enorme) - non dice nulla del cinema a differenza della sigla precedente, che mostrava alcune delle sequenze dei film italiani (o di registi italiani) che ci hanno reso celebri al mondo...

Già questo italiota e maschilista segno dei tempi ci fa capire che della creatura creata 7 anni fa da Walter Veltroni è rimasto poco e niente.

Adesso dovrei parlarvi dei film che ho visto finora. Ma si è già fata l'ora di vedere il prossimo film...

I FILM

A Walk In the Park (Usa, 2012) di Amos Poe

Amos Poe chi è costui? Uno dei principali esponenti del cinema Punk The Blank Generation (1976) nel quale figurano Richard Hell, Talking Heads, Television, Patti Smith e Wayne County. Uno dei fondatori del No Wave Cinema grazie a film quali The Foreigner (1978), con Debbie Harry and Anya Phillips, e Subway Riders. Ancora uno dei fondatori del Remodernist film movement, la nuova incarnazione del postmodernismo cinematografico. Insomma un film importante a vedere queste credenziali. Invece A Walk In the Park si riduce a un'ideina una di un tizio che ha un rapporto conflittuale con la madre, che cita Psycho (il che la dice lunga sulla profondità psicologica dell'introspezione che il personaggio fa nel film) senza una vera idea (quella più originale lo split screen e le dissolvenze incrociate. WOW!) . Un film vecchio, inutile e noiosissimo, girato e montato con ottima professionalità. Professionalità ai porci, come le famose perle... 

Centro Historico (Portogallo, 2012) di Kaurismaki, Costa, Erice e De Oliveira

Un solo film, composto da quattro diversi cortometraggi di altrettanti registi portoghesi. Il primo di una cospicua serie di cortometraggi tutti prodotti o dalla fondazione della città di Guimaraes o nell'ambito dei finanziamenti europei per la città  portoghese che è stata nominata capitale europea della cultura per l'anno 2012.

As we take a stroll through modern-day Guimarães (the founding city of Portugal), we ask ourselves: “What stories does it have to tell us?” The answer to this question comes from the distinct voices of four filmmakers, with unique visions of cinema, together participating in one film. The multiple dimensions of history come from both fiction and reality: things are not what they first seem*.
O Tasqueiro di Aki Kaurismaki
racconta la giornata di un baristas-cameriere-cuoco che non sa cucinare né fare affari. che è solo e rimane solo (aspetta qualcuno che non arriva e il mazzo di garofano finisce per terra). Balla con delle carampane e prima di ritirarsi mete fuori il piatto (in splendido coccio blu) col late per il gatto. Senza dialoghi. Come ci ha abituati Kaurismaki.

Lamento da Vida Jovem, di Pedro Costa, il meno felice dei quattro corti. Col solito stile estenuante di Pedro Costa, lentissimo, ripetitivo,  faticoso e, in fondo, inutile, racconta del delirio di un veterano ospedalizzato che ricorda il tempo della rivoluzione portoghese... Un tizio, nero, che parla mentre un mimo vestito come un militare (anche la faccia verde come la mimetica) rimane fisso come testimone\evocatore, bello i primi cinque minuti, puoi una insopportabile rottura di coglioni. meglio le parti iniziali e finali dove altri neri racconta do come questo Selva, questo il suo nome, si sia perduto nella foresta... Omaggio alla pittura ottocentesca. Lunghissimo di durata se ne salvano si e no cinque minuti. La misura maestro, la misura.. Garnde arte perduta del nuovo millennio.

Vidros Partidos di Victor Erice il più riuscito e interessante dei quattro corti intervista alcuni abitanti della città di Guimaraes che hanno lavorato in quella che è stata la seconda fabbrica per importanza nella  produzione tessile di tutta europa dal 1842 al 2002 e ora è chiamata la fabbrica dei vetri rotti. In quella che era la sala del refettorio, avendo alle spalle una foto di fine secolo (800) con gli operai e le operaie d'allora  racconta vicissitudini generazionali di uomini e donne, tra ricordo personale e memoria storica, tra recupero della consapevolezza delle condizioni di vita di allora, peggiori di quelle odierne, e dei diritti conquistati e perso persi perché dati per scontati, il corto vive  in un perfetto equilibrio tra fiction (le parti dette dagli intervistati a volte sono evidentemente lette da dei gobbi) e documentario, mentre il corto stesso è solo un esperimento una sorta di appunto generale su un film da farsi.
Unico elemento dolente un sottile ma evidente maschilismo di fondo che fa virare i racconti femminili più sugli aspetti personali e intimistici e lascia quelli sociali pubblici e politici (nel senso di interpretazione della storia e preoccupazione per la collettività)  agli uomini.
Una deformazione data da uno stereotipo di genere che si è assimilato  di sicuro, ma non per questo meno  meno esecrabile.
Quel che di politico c'è nei racconti femminili riguarda sempre lo specifico di genere: la mezzora al giorno concessa alle madri per allattare i figli, la sperequazione dello stipendio, l'impossibilitò per le figlie di accedere all'istruzione denunciando un mondo  proletario di provenienza contadina bigotto, reazionario e maschilista ben diversamente dall'immagine idilliaca che a sinistra si è sempre cercato di dare...


O Conquistador, Conquistado di Manoel de Oliveira
Ironico, leggero, coinciso e con un profondissimo senso della Storia, il corto di De Oliveira ci mostra la una piazza di Guemaires con una statua in bronzo del fondatore della città e conquistatore del Portogallo che ora è conquistato dai turisti che lo circondano....


*mentre facciamo una  passeggiata attraverso la  Guimarães dei giorni d'oggi (la città su cui si è fondato il  Portogallo), ci chiediamo: "Quale storie ha da dirci?" La risposta a questa domanda arriva dalle voci distinte di quattro registi, di visioni uniche del cinema,  partecipando insieme a un film unico. Le molteplici dimensioni della storia provengono sia dalla finzione che dalla realtà: le cose non sono quello che sembrare a prima vista

Animals  (Spagna, 2012) di Marçal Forés, 2012

Una scuola bilingue ispano\inglese, Pal, un giovane ragazzo parla ancora coll'orsacchiotto (animato benissimo in animatronics). Un fratello maggiore come unico familiare convivente (nulla ci è dato sapere dei genitori). Un compagno di scuola gay dichiarato. Il fascino esercitato da un nuovo compagno di scuola caucasico ma dal nome giapponese (io da quello lì mi farei stuprare volentieri, dice il ragazzo gay dichiarato). Un'amica del cuore che aspetta la corte di Pal che forse arriva senza essere davvero consumata solo come compensazione per le prime esperienze omoerotiche. Una misteriosa  ragazza che scompare. Il nuovo arrivato al quale Pal dà il primo bacio e ci va a letto (presumiamo). Animali morti. Uccisi da armi da fuoco. Investiti.
Una festa di Halloween che sembra trasformarsi in una carneficina ma per fortuna no (per quella è bastato il film di Takashi Miike).
Il tentativo di liberarsi dell'orsacchiotto, legandolo a un sasso e gettandolo in fondo la lago.
La morte trovata nel tentativo di recuperare l'orsacchiotto.
Il lieto fine dove tutti i morti, animali,  umani (ragazza misteriosa scomparsa compresa) e orsacchiotto camminano felici come in una passerella finale da rivista d'altri tempi verso il tunnel (dell'autostrada).
Il ragazzo dal nome giapponese fittizio (lo spiega il regista al Q & A dopo la proiezione) che forse perchè con manie autolesioniste (si incide ferite col coltello, pratica alla quale inizia anche il protagonista, oltre che fargli scorpire le gioie del sesso) vede i morti orsacchiotto compreso  mentre il fratello di Pal (che fa il poliziotto) no.
Un film intrigante, interessante da vedere, vagamente rassomigliante a Donnie Darko (ma non al punto da presentarcelo tale, vero specchietto per le allodole). Un protagonista bello e bravo, come anche gli (le) altri(e) interpreti.
Vagamente misogino (delle due donne una muore, l'altra è indagatrice e chiede mille perché, e piange perché vede Pal col nuovo arrivato).

L'omosessualità come scoperta di sè mai davvero affermata e vissuta fino in fondo. Il ragazzo dichiarato è single e Pal muore prima di poter capire qual è la sua strada.
Quando chiedo al regista se si accorge di aver fatto un film dove l'omosessualità è sempre coniugata col liminale, l'eccentrico, lo straordinario, un gruppo di studenti (la proiezione era loro dedicata) applaude.
La risposta più sconcertante il regista me la dà in privato. Mi dice che per lui la morte non è una cosa negativa. Gli dico che per me lo è. Mi esorta a non averne paura e che la vita è tutta una preparazione alla morte. Ma anche no, aggiungo io.
Lui insiste e ribadisce che va bene sia se capita a 18 che a 80 anni.

Però so sempre i froci, problematici  e tremebondi,   a morire. Eccheccazzo!



KID (Belgio, 2012) di Fien Troch
Kid, Billy e la madre. Ma anche la zia.
Debiti.
Minacce.
La donna, sola, viene uccisa con un colpo di pistola.
Il figlio grande guarda dalla finestra. Il più piccolo non si capacita. Vanno a vivere dalla zia. Due genitori improvvisati e naïf.
Poi arriva il padre a prenderseli. Kid apre la porta della vettura in corsa e si riunisce alla madre.
 Il secondo film della giornata che presenta la morte come soluzione concreto-simbolica.
La situazione è drammatica sì, ma si può lottare almeno un poco prima di rassegnarsi in maniera così definitiva.
Manca una speranza che non è denuncia dell'assenza della società o delle istituzioni, ma un pessimismo cosmico, un orizzonte etico che non si distacca affatto da quello verghiano. Solo che Verga era uomo dell'800...
Ma che gli è preso ai cineasti europei?
O è il criterio selettivo di Müller?


Main dans la Main (Francia, 2012) di Valerie Donzelli
Leggero, leggiadro, capace di ricordare il migliore Godard, il tatù più esilarante, con una idea semplice, sorprendente e sviluppata con coerenza e senza forzature e con due interpreti davvero sexy e che ti fa piacere vedere insieme, lui in calzamaglia che ne sottolinea il corpo paccuto lei anche nuda a mostrare un sedere invidiabile e un pelo foltissimo e nero.

Lui patito della danza ma che per mestiere fa tutt'altro, il vetraio, e ha una sorella che coltiva il sogno di diventare ballerina, lei direttrice dell'Opera di Paris. Si incontrano si baciano e da quel momento sono indissolubilmente legati, dove va uno va l'altra, i gesti dell'una sono quelli dell'altro, tranne quando dormono, scopriremo. Lei è legata sentimentalmente a un'altra donna, lui fidanzate non ne ha. Ha una sorella gelosa però.  Così a letto dormono in tre, lui lei e l'a donna di lei... Non fanno l'amore, né sesso. Vivono il loro legame con cortese sopportazione. Si trovano davvero solo quando si sciolgono dal legame, quando, liberi di fare quel che vogliono, si trovano davvero. E alla fine lei non gli dice ti amo o voglio restare per sempre con te ma un molto più  profondo e radicato voglio morire con te. A morire davvero sono la centenaria parente di lui e la (ex) donna di lei, malata di fegato. Memorabile la scena in cui la ex indica al giovane ragazzo un ménage a tre perché certe coppie sono incapaci di separarsi.
Ah già. Non ve l'avevo detto?
Lui è più giovane di lei di una quindicina di anni almeno...





Le sac de Farine 
(Belgio, Marocco, Francia, 2012) 
di Kadija Leclere
La storia non è delle più felici. La piccola Sarah viene rapita dal Belgio e riportata in Marocco, in un piccolo paese nel bel mezzo dei monti dell’Atlas, dal suo papà cattivo che poi non vedremo più  nel film. Costretta a studiare ricamo e maglia invece che storia e geografia che sono materie per maschi Sarah cresce e, diventata una giovane ragazza, sogna di ritornare in Belgio.  Indifferente alle aspirazioni del luogo, di diventare moglie e madre, si invaghisce di Nari un bellissimo coetaneo  che dissidente politico (siamo nel 1984 nel bel mezzo della Rivolta di Awbach, ma questo lo capisce giusto chi conosce la storia del Marocco...,) aiuta solo in nome del desiderio di lui. Spera che la madre di lui venga a chiederla in sposa come si usa delle quelle parti ma così nona accade. Mentre lo zio si lamenta di doverla mantenere visto che il cognato non gli manda un soldo, Sarah prima cerca dei lavori per dimostrare di non essere un peso, poi per ritornare in Belgio. Accetta così una proposta di matrimonio combinato che la riporta in Belgio.
Unica nota interessante di un film altrimenti a rischi di razzismo e di oleografia populista e da socialismo utopistico è la parabola del film. Sarah viene strappata dal contesto in cui vive nel momento in cui sembra esservi davvero adattata prima quello belga  e poi quello marocchino  bella l'ultima inquadratura - una soggettiva della ragazza che da dietro un camion che la porta via lontano da lì e dal ragazzo bellissimo che è venuto a salutarla  per l'ultima volta.
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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