2 maggio 2026

Il diavolo veste Prada 2 prime impressioni dopo la visione

 


Dopo una campagna marketing aggressiva e pervasiva (quanti reel ci sono capitati sui social...) finalmente ieri sera ho visto The Devil Wears Prada 2. 
Quelle che leggete qui di seguito sono alcune prime impressioni senza la pretesa di essere esaustive o di costituire una vera e propria recensione. 
Come dicono a X Factor l'ordine è casuale e non costituisce alcuna graduatoria d'importanza.

1) Il film è un contenitore VUOTO 

Non si parla di moda, non ci sono meccanismi della moda per quanto semplificati o inventati, nel primo film vedevamo come si faceva uno shooting, come si teneva una riunione di redazione, quali erano i rapporti di potere di Miranda nel "mondo della moda". Stavolta non c'è niente. Il film non ci mostra nulla della moda, nulla. Rimpiangiamo la scena sul maglioncino infeltrito (ti fa ridere?) del primo film.

2) Manca un'idea visiva di regia  

La mdp si muove continuamente come se fosse azionata da un danzatore (o una danzatrice) ubriaco (ubriaca) che non riesce a stare fermo (ferma) un minuto. Forse perchè se la macchina da presa invece di fluttuare nell'aere si fermasse rivelerebbe che il film è un contenitore VUOTO. 

Il movimento dissimula.  


3)  Hollywood non fa più film 
Manca una storia, non c'è accumulo narrativo, non impariamo nulla sui personaggi, che sono dati una volta per tutte nella prima scena i cui compaiono e di lì non cambiano (ricordate il percorso di avviamento di Andy alla moda? Scordatevelo). Più che un film sembra un videogioco tratto dal film dove coi personaggi devi fare qualcosa tipo salvare la rivista dal publico ludibrio

4) Totale assenza di plausibilità psicologica dei personaggi.

I personaggi sono molto più superficiali e improbabili del primo film. Per esempio  il miliardario fidanzato di Emily sembra scritto da un adolescente (non è un maschile inclusivo...) statunitense: improbabile, privo di spessore psicologico, togliendo al film qualunque credibilità. Di più Emily non viene mostrata per le sue capacità lavorative ma è la classica donna realizzata nell'amore. Da vomitare in faccia a chi ha scritto così la sceneggiatura.   

5) IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 E' UN FILM OMOFOBO

Il film racconta il privato di tutti i personaggi tranne Nigel. Sappiamo i compagni di Miranda, di Emily, sappiamo che Andy compagno non ne ha di Nigel non si sono nemmeno degnati di dircelo (e sì che basta una frase detta da Nigel...) Non mi dite che nemmeno nel primo si dice niente su di lui. Il primo film non mostra la vita privata di nessun personaggio (tranne Andy ma il film racconta gli effetti del mondo di lavoro sulla sua vita...) (della vita privata di Miranda lo sappiamo solamente dal punto di vista di Andy...)

6) MIO DIO QUANTO SONO INVECCHIATE. Maryl Streep non cammina più, è lenta, sembra il personaggio de La morte ti fa bella di Zemeckis (Usa, 1992)  dopo che si rialza dalla caduta sulle scale e si muove confusa e incerta. Non è una questione di spetto fisico. Se la Miranda ddi 20 anni fa con la sua sola presenza spostava l'aria con la sua autorevolezza la Miranda di oggi è spostata dall'aria basta uno spiffero per farla barcollare. Lo stesso vale per Andy ed Emily. Sembrano donne paralitiche fatte camminare col CGI (chissà forse la battuta di Miranda fatti vedere da un medico se cammini così strana è una battuta metacinematografica...).

7) Più che un film sembra un reportage da social su vent'anni dopo: cosa è successo a queste donne di potere? E la risposta è sconfortante: quelle donne hanno perso potere e si fanno le scarpe secondo il più misogino e patriarcale luogo comune sulle donne di potere che sono stronze, mentre gli uomini decidono tutto. Se nel primo film queste donne si ribellavano in questo secondo film il problema non sembra porsi.

8) Ci sono riferimenti al politically correct statunitense contemporaneo: Miranda che ha una assistente che ne censura battute e atteggiamenti (Miranda si mette a posto il cappotto da sola, ma perchè nel farlo sembra che faccia una fatica fisica immensa?). 

E' interessante vedere come Runaway è cambiata (il cartaceo vende poco, ormai sono online, etc.) ma sono solo citazioni di corto respiro (proprio come quelle sui social). 

Se il film avesse affrontato questo aspetto con lo stesso spessore con cui  si affronta la moda nel primo film sarebbe stato bello da vedere e il film avrebbe avuto una qualche necessità.

Il diavolo veste Prada 2 sancisce che Hollywood non sa più scrivere nè produrre film e, luogo comune ma purtroppo vero, più soldi hai (100 milioni contro 35 se posso fidarmi di Gemini cui l'ho chiesto)  e meno il film che fai è interessante o ha qualcosa da dire.

Il diavolo veste Prada due è un megaspot di due ore (che però volano) per raccontarti quel film che Hollywood avrebbe saputo fare se a guidarla non ci fossero gli ex bimbi minchia (tutti uomini) degli anni 80. 

Una volta Hollywood sapeva fare una critica  anche  quando faceva una commedia leggiera. 

Vi ricordate il finale di Una donna in carriera di Mike Nichols, (Usa, 1989) nel finale del quale quando  Melanie Griffith sembra avercela fatta e ha un ufficio tutto suo, la mdp la riprende in esterni allontanandosi dall'edificio mostrando come la finestra d'ufficio è una griglia di una prigione della quale è entrata a far parte come dire al di là de lieto fine il film fa una critica politica e sociale?

Nella scena finale del Diavolo veste Prada 2 c'è una scena simile senza però alcun portato critico. QUESTO PERCHE' OGGI HOLLYWOOD E' COME GOEBBELS SE SENTE PARLARE DI CULTURA METTE MANO ALLA PISTOLA. Il diavolo veste Prada 2 è quella pistola...

Hollywood è la mano armata di un capitalismo finanziario criminale e tossico.


5 novembre 2020

Le costellazioni non si addicono alla Tigre


Alla vigilia di un secondo lockdown, le avide e concorrenti Warner e Sony pubblicano una antologica compilation ognuna, dai titoli astronomici di Cassiopea e Orione con il presuntuoso e ridicolo sottotitolo di italian songbook perché ci tengono a sottolineare che è un progetto che continuerà nel tempo, (Mina, che ha compito 80 anni è ottimista), con l'aggiunta di un micragnoso  inedito each, con due copertine identiche, simmetriche e dai colori diversi, riproponendo quattordici brani presi a caso (forse sarebbe il caso di scriverlo con la zeta...) più l'inedito, tutti pezzi molto recenti (tranne Anche un uomo e L'importante è finire), senza una logica apparente.

Due antologie INUTILI, che non permettono di riscoprire la Mina più dimenticata, quella che va da Dedicato a mio padre a Mina® e Baby Gate, dove ce ne sarebbero di capolavori da riscoprire e ci ammannisce invece la produzione più recente con pezzi di pura mediocrità come Compagna di Viaggio L'unica ballerina che avrai, dei quali ci eravamo appena dimenticati e che adesso dovremmo ricominciare a cancellare dalla nostra mente una volta ancora.

Una operazione commerciale spudorata tanto quanto Tutte le migliori, 2017, altro disco ingiustificabile che conteneva, a cas(zz)o, nella sua versione di base*, una scelta arbitraria dei brani tratti da Mina Celentano (1998) e da Le migliori (dell'anno prima), più un inedito (Eva, rimasto orfano di un secondo inedito sul quale non si è trovato l'accordo discografico) più un secondo disco dove ci sono canzoni tratte dai repertori di Mina e Celentano. 
Un disco talmente inutile che la stessa Mina non lo ha messo nella sua discografia ufficiale. Un motivo ci sarà, no?

E pensare che il Mina Fan Club (dovremo iniziare a scriverlo con la u, fan, perché quegli sprovveduti ci fanno divertire da matti...) aveva annunciato questa operazione meramente commerciale come "il consueto album autunnale" (quando di consueto nella produzione discografica di Mina del terzo millennio non c'è nulla di consueto...), facendoci comunque pensare a un album di inediti, poco importa se cover o canzoni nuove, mentre si tratta di una mera, inutile, compilazione.

I due dischi non escono insieme perché, pur essendo entrambi PDU, hanno un distributore diverso. Quindi costano in maniera diversa ma superano comunque  i venti euro l'uno. 

Con un Paese in ginocchio ancora per il Lockdown precedente e con un secondo Lockdown, pur differenziato per zone,  che comincia domani, uno bello schiaffo alla miseria. Più di quaranta euro (sessanta se vuoi la versione col vinile colorato...) se vuoi comperare canzoni che già hai e i due  inediti...

Mi chiedo perché Mina, che spero abbia subìto questa operazione commerciale e non ne sia stata l'artefice, non si sia ribellata a questa imposizione e sì che lei ne ha di soldi, se non da potersi comperare Sony e Warner, da sottrarsi alle dittature delle multinazionali. A costo di distribuire gratis digitalmente sul suo sito il nuovo disco di inediti... invece di colludere con gli squali della industria discografica che speculano su un nome che ritengono ingombrante (un disco di inediti è troppo rischioso per le loro mani corte) andando sul repêchage più inopportuno e sfacciato della storia della discografia mondiale.

E intanto il Mina Fun Club tace...




  
 
* queste tutte le edizioni: 
  • Edizione standard (2 CD): 1 CD di 11 tracce che racchiude il singolo Eva ed i 10 migliori duetti di Mina e Celentano, e un altro CD che comprende 18 grandi successi dei due artisti. Questa versione è disponibile anche in formato digitale.
  • Edizione Deluxe (4 CD): Include i 2 CD della versione standard, più il disco Le migliori del 2016 e Mina Celentano del 1998. Il tutto arricchito da 6 cartoline.
  • Edizione Vinile: 3 LP in vinile nero con brani da "Le Migliori" e una selezione dei loro grandi successi.
  • Edizione Picture Disc: 3 LP, acquistabili singolarmente, contenenti i più bei duetti più l’inedito “Eva” confezionati in busta trasparente con copertine tratte dai disegni.
  • Box Edizione Limitata[4]: 6 LP che includono tutte le canzoni della versione deluxe.

26 marzo 2019

Anche le canzonette pop caro signor Moltisanti richiedono la precisone storica

Mi capita di leggere oggi un articolo del novembre 2018 pubblicato su Rollingstone.it a firma Giorgio Moltisanti, nel quale si propone una classifica di 10 dischi di Mina, a detta dell'autore, considerati "minori" o dimenticati che invece vale la pena di riscoprire.

Non starò certo qui a dirvi se sono d'accordo o meno con la lista dei dischi perché sui gusti non si sputa ma ognuno ha i suoi e i miei sono soggettivi quanto quelli suoi.

Non voglio nemmeno criticare le considerazioni  fatte su quei  dischi che mi sembrano manchevoli di nerbo e di peso critico proporre Maeba, l'ultimo - so far - disco di inediti come disco "sconosciuto" quando  ha fatto parlare di sé come non succedeva da tempo,  sicuramente in questi  anni 10*, mi sembra che minimo discutibile.

Ma siamo ancora nell'alveo delle opinioni e le mie non son meglio delle sue...

Dove però ho qualcosa da ridire è sulla mancanza totale  di precisione e di conoscenza della produzione discografica di Minona nostra.

Nell'incipit Moltisanti scrive

È bizzarro notare come nonostante il passare del tempo, nonostante rimanga statica a una trafila discografica che prevede due uscite l’anno, nonostante perduri la bipartizione che esibisce opinabili brani inediti da un lato e rivisitazioni (più o meno) storiche dall’altro, nonostante il modus operandi così chiuso e immobile si protragga da 75 dischi,

Sono tutte frasi concessive dette per arrivare al concetto che vuole esprimere, che qui non ci interessa, frasi sulle quali non bisognerebbe soffermarsi perché date per scontate e vere.

Invece niente di  più inaccurato,  le due uscite l'anno sono storia recente mentre la bipartizione tra brani inediti e rivisitazioni appartiene all'epoca degli album doppi.

Vediamo.

Dal 1972 (con 1+1) al 1995 (con Pappa di latte) Mina esce con un disco doppio all'anno (ma nel 1972 era uscito anche cinquemilaquarantatre**), due lp,  due dischi diversi, con copertine diverse, titoli diversi, uniti da un packaging creativo (nel 1977 addirittura una busta in tessuto di carta con la sua firma sopra).
Poi, dopo la pausa di Mina live '78 (altro disco doppio, recentemente ripubblicato in cd su disco singolo) Mina continua ad uscire con un doppio all'anno che però mantiene lo stesso titolo, le cui canzoni, tra cover e inediti,  sono sparse tra i due volumi (come si chiamano i due dischi sulle etichette e sulle copertine) in Attila, Kyrie e Salomé e poi si dividono tra primi volumi di cover e secondi volumi di inediti da 25 fino a Pappa di Latte.

Nel 1996 escono sì due dischi  come singoli e distanziati nel tempo, si comincia con Cremona (settembre 96) e Napoli (novembre 96) poi ripubblicati come doppio a Natale dello stesso anno e da allora la formula dell'uscita doppia scompare.

Siamo nel 96 22 anni fa (alla data in cui Moltisanti pubblica il suo pezzo) come dire Storia.

Ecco è proprio la Storia che ci pare manchi a questo articolo, la precisione minima che rende scientifico (informato?) anche un pezzo frivolo come quello in esame (frivolo perché la scelta su cui basare i 10 dischi da salvare e riconsiderare si basa su gusti personali e non su criteri condivisibili o storicamente determinati).

Dal 97 in poi non solo Mina esce normalmente con un disco solo all'anno tranne rare eccezioni (99, Olio e  Mina n°0, 2005 Bula Bula e L'allieva, 2009 Sulla tua bocca lo dirò e Facile) ma ci sono anni in cui non esce per niente 2004, 2008, 2015 e 2017 (quando riesce il disco dell'anno precedente con una scaletta diversa ma un solo brano in più).

Alla faccia delle due uscite all'anno (in realtà una uscita unica di un doppio disco) bipartita tra cover e inediti.
Ci si rifà, ricordandola male all'epoca Emi  finita nel 1995...

Moltisanti  evidentemente ignora i trascorsi recenti della Signora le pressioni della etichetta di distribuzione che si fanno violente anche quando si tratta di Mina (la Sony cui Mina è suo malgrado ritornata dopo un'esperienza di distribuzione indipendente).

Capiamo che questi sono argomenti off topic per l'articolo frivolo che Moltisanti voleva scrivere.

Però non si capisce perché un articolo per  essere frivolo (non c'è nulla di male) deve anche essere inaccurato.

Dice Moltisanti

provando a compilare una piccola classifica delle “perle minori” della Tigre di Cremona, a patto che esistano, che non sia tutto magnifico, dai giorni degli Happy Boys ai vocalizzi per la Tim, si rimane sorpresi della pressoché totale assenza di recensioni negative sulla rete – e ancora meno sulle riviste.        

Ma quando mai?

Le recensioni dei dischi di Mina del dopo ritiro dalle scene (dal 1978) in poi sono spesso  state scritte in punta di penna, con sufficienza portando come giustificazione il confronto con la sua produzione anni 70

Ricordiamo  una critica livorosissima (ed ecolalica a dire il vero) di Mangiarotti per Bau (2006, 12 anni fa, alla data dell'articolo di Moltisanti, di nuovo, Storia) che ebbi modo di massacrare proprio su questo blog

E ci sono tanti altri esempi.

Insomma non ci pare proprio che la critica non abbia mai criticato. Anzi...

Vero è che i e le fan hanno sempre idolatrato  non a caso anche il fan club idolatra e incensa senza alcuna visione critica. Ma sto divagando...

Invece basisco quando leggo  che

alla prima edizione di Ti Conosco Mascherina con copertina apribile e poster neanche fosse un disco dei Jethro Tull, 
come fosse il primo o il più barocco dei packaging. E allora cosa dire di La mina - Minacantalucio (1975) contenuti dentro a un poster che aperto diventava di dimensioni notevoli e riproduceva una mina preraffaelita (non in sintonia con le copertine...)?  Per tacere della copertina apribile che caratterizza tutti i doppi di Mina da Attila in poi, 1979 (da quando cioè il doppio è un disco solo e non due dischi diversi che escono insieme).

Non sono puntigliosità da fan maniaco, ma differenze sostanziali che tradiscono la mancanza di conoscenza da parte di chi scrive. Ma allora io perché dovrei leggere?

Mi esimo dal puntualizzare i commenti ai singoli album (non posso esimermi però dal notare come Kyrie, dopo l'apoteosi di Attila che coronava un percorso musicale anziano nel 1970, rappresentava  per Mina un tentativo di fare qualcosa di diverso per il suo registro musicale, come dimostrano l'elettronico Musica di Anesa e Marino  o tutte le perle di Simonluca che ci restituiscono una mina rock del tutto inedita e innovativa (per i suoi standard si capisce).

Su Mina si dicono sempre tante cose imprecise e questo mi rompe sempre.

Anche perché la memoria storica, la precisione storica, l'affermazione informata sono l'unico viatico per distinguersi in quell'orda barbarica dei commentatori    (e commentatrici) da bar di cui ci ha parlato così bene Umberto Eco...


 


* Caramella è del 2010 e quell'anno appartiene al decennio precedente     
** lo so andrebbe scritto con l'accento ma nel disco è scritto senza e così mi adeguo
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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