ATTENZIONE SPOILER
Un truffatore che si impossessa di inestimabili quadri riuscendo a pagarli una frazione del loro valore per ammirarli in una segreta e personale pinacoteca.
Altri truffatori che organizzano una messa in scena colossale per sottrargli la collezione.
La passione per l'arte contro la passione per il denaro.
Ecco in due parole la trama dell'ultima fatica cinematografica di Tornatore, La migliore offerta, che ho visto all'Alahambra con Antonio.
Mentre scorrono i titoli di coda commento a caldo la banalità del finale che riconduce tutto alla volgare bramosia economica.
Mentre il collezionista di quadri sfrutta il sistema economico delle valutazioni d'arte per entrare in possesso di quadri che altrimenti non potrebbe permettersi con lo scopo di soddisfare la propria brama del possesso per motivi estetici, i truffatori gli sottraggono i quadri per il loro mero valore economico.
Una bella metafora della nostra contemporaneità dove i valori del collezionista, per quanto discutibili e pericolosi, sono stati sostituiti dal denaro che non è più un mezzo per acquisire qualcosa d'altro ma diventa lo scopo finale.
Dalla ricchezza estetica alla ricchezza tout court.
Antonio sembra molto infastidito da questa mia considerazione.
Dice che mi sbaglio e che il collezionista e coloro che gli sottraggono la collezione sono della stessa pasta perchè sono tutti truffatori.
Ne nasce una accesa discussione che prosegue anche in strada dove una donna che ci sente discutere animatamente si ferma a parlare del film con noi.
Lei fa un parallelo col film di Ken Loach e ravvede in entrambe le pellicole la stessa arte di ingegnarsi di chi è stato marginalizzato dal capitalismo finanziario rispondendo ai truffatori con la stessa arma della truffa...
Due uomini e una donna hanno visto lo stesso film.
Tre letture diverse, non necessariamente rivali.
La lettura morale, dura e pura, di Antonio.
Quella sociale del sottoscritto.
Quella di lotta di classe della signora che ci ha fermati per strada.
Un bel momento di confronto su un film, che va al di là del classico giudizio di pancia, m'è piaciuto non m'è piaciuto.
Un confronto fatto per strada perché la società di oggi non offre più degli spazi, un cineforum, un circolo culturale, una collana di libri, una rivista, una trasmissione tv, una casa in cui ritrovarsi tra amici, come succedeva nei decenni precedenti.
Oggi tutto è merce e se i consumatori vogliono continuare a usare i film per interpretare il reale, o per esprimere una propria posizione morale, etica o politica, che lo facciano per strada.
Il Segretario ha poi rivendicato la "rivoluzione femminile" operata dal PD: "Possiamo portare in Parlamento il 40% di donne, è una rivoluzione", ha sottolineato. Infatti su 38 capilista del PD, 15 saranno donne.
La vera rivoluzione sarebbe stata il raggiungimento di una vera eguaglianza al 50%. Ma quella del sessismo e della sperequazione e asimmetria di genere è una questione trasversale e che riguarda donne e uomini proprio come l'omofobia.
Ammetto lo sforzo di apparire per quelli che non si è ma quelli e quelle del PD non sono nemmeno capaci di scrivere un titolo che non sia sessista.
Il PD potrà anche portare in Parlamento il 40% di donne, ma la lista rimane una lista di candidati.
L'idea stessa che un uomo dica, parlando al plurale del partito, che possono portare in parlamento le donne lascia intendere quanto la cultura di condivisione compartecipazione tra uomini e donne, nel Pd come nel resto di Italia, dentro e fuori la politica, sia ancora tutta da costruire.
Se le donne stanno dentro il partito e stanno nella politica non si porta in Parlamento il 40% di donne ma di deputate e senatrici.
Per il PD quella delle donne è una questione di mera rappresentanza di genere, è come se Bersani avesse detto portiamo in parlamento il 40% di operai, di calzolai, di geometri, di disoccupati.
Il fatto è che le le donne sono in tutte le categorie e il fiore all'occhiello del PD non sono il 40% di donne, ma di colleghe, di politiche, di senatrici, di deputate.
Non è una questione linguistica, è una questione di pensiero, di sostanza, di modo di vedere.
Un conto è fare politica insieme. Un conto è sottolineare la rivoluzione che c'è nel portare il 40% di donne in parlamento.
Un modo di vedere ancora troppo disgustosamente patriarcale e maschilista.
Ho sempre creduto che le dinamiche di questo "sport" (le virgolette riguardano il fatto che i tifosi lo vedono e non lo fanno) abbiano come loro condizione naturale e spontanea la violenta discriminazione della tifoseria avversaria (basta il nome) e che tutto serve a insultare dalle famosa corna dell'arbitro ai cori razzisti alle uscite omofobe.
Che nessuno pensi che questi insulti siano fatti per offendere davvero il nero o il gay o il fedifrago ma siano percepiti come semplici insulti da maleducati la dice lunga sulla scarsa percezione che del razzismo e ogni altra forma di discriminazione (da quelle geografiche a quelle sull'orientamento sessuale) si ha nel nostro paese.
Il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio, designato dal Ministero dell’Interno, il quale rileva uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida ed ogni altra manifestazione discriminatoria di cui al comma 3) costituenti fatto grave, ordina all’arbitro, anche per il tramite del quarto ufficiale di gara o dell’assistente dell’arbitro, di non iniziare o sospendere la gara.
Invece Giovedi scorso l'arbitro non ha segnalato i cori razzisti dei tifosi del Pro Patria, che imitavano i versi delle scimmie, contro i giocatori neri del Milan Kevin-Prince Boatenge Montari, al responsabile dell’ordine pubblico dello stadio nonostante le ripetute segnalazioni dei giocatori del Milan e Boateng è stato lasciato da solo a decidere di ritirarsi dalla partita amichevole, seguito dagli 10 compagni di gioco.
Abete, presidente della F.I.G.C., nelle dichiarazioni rilasciate in una intervista sul IL SECOLO XIX di ieri, nel giustificare la mancata sospensione di molte partite della serie A (quella giocata giovedì scorso era un'amichevole) nonostante i cori razzisti si giustifica così
«Sospendere una (...) qualsiasi partita di serie A, significa mandare a casa decine di migliaia di persone, senza la certezza che tutti si siano davvero accorti di cosa stia accadendo.
Anzi spesso la procedura, sollecitata anche dai vertici
Uefa, prevede che prima vengano lanciati messaggi che invitano a
smetterla con quelle espressioni, pena sospensione della partita. È
dimostrato che hanno un effetto deterrente.
Il pubblico presente alla gara dovrà essere informato sui motivi del mancato inizio o della
sospensione con l’impianto di amplificazione sonora od altro mezzo adeguato, e verrà
immediatamente
invitato a rimuovere lo striscione e/o a interrompere cori, grida ed
ogni altra manifestazione discriminatoria di cui al comma 3) che hanno
causato il provvedimento.
Insomma la gara a minimizzare questi episodi non è solamente del sindaco di Busto Arsizio o dei bustensi.
Arbitro, delegato di polizia, la società non hanno mosso un dito lasciando Boateng solo in campo.
E l'elenco di episodi di razzismo negli stadi è lunghissimo.
Dallo striscione lungo trenta metri degli juventini contro i torinesi (Noi di Torino orgoglio e vanto, voi solo uno schianto) sui caduti di Superga, anno 1949, ai ripetuti insulti ai morti dello stadio Heysel, ai veronesi che offendono Piermario Morosini, calciatore del Livorno morto per un arresto cardiaco a Pescara nello scorso campionato, per i milanisti che insultano
Pessotto, ai cori antisemiti all'Olimpico dai tifosi laziali l'intero mondo del calcio è infestato da chi confondendo tifoseria e crimini d'odio dimostra come il calcio stesso sia da cancellare. Di come tutte le partie debano essere giocate a porte chiuse, senza spettatori.
E che i daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) non servono a nulla e colpiscono individuando solamente dei capri espiatori.Tutte le partite di campionato e non dovrebbero essere giocate senza spettatori per almeno un paio d'anni.
Ma la soluzione radicale sarebbe impedire qualunque forma di tifoseria che si basa sulla forza irrazionale di odio coltivando pregiudizi e discriminazioni.
Un sostegno del branco che, ha ragione Fulvio Bianchi su Repubblica, la cui violenza c'è ovunque non solo in curva. Ma
anche in tribuna vip (o tribuna stampa).
Invece mentre la magistratura e la polizia indagano su almeno altri 5 giovani tra i 20 e i 28 anni, tifosi abituali della Pro Patria
con evidenti simpatia politiche per l’estrema destra ultradestra oltre al ventenne accusati di istigazione al razzismo e che sarà colpito anche da Daspo, i cittadini di Busto Arsizio tra cui il primo cittadino si sono schierati con i tifosi della Pro Patria ritenendo eccessiva la reazione di Boateng.
il gesto di alcuni ultras della pro pratria non è isolato, e
che questi "tifosi" si sono resi protagonisti in precedenza di altri
gesti ed azioni xenofobe. E non vi è chi non veda un legame forte e delineato che come un filo
nero attraversa tutta la provincia ed arriva a toccare altri pericolosi
estremismi presenti tra Milano, Como e Pavia.
La provincia insubrica vede 2 gruppi ultras tra i più pericolosi, perchè
oltre agli "skins" di Busto Arsizio, il cui comportamento ha più volte
comportato sanzioni pecuniaria alla società sportiva Pro Patria, non
possiamo dimenticare i "blood and honour" varesini.
Ogni giorno nella nostra Provincia possiamo notare un passo verso un estremismo incontrollabile di natura razziale.
E non possiamo dimenticarci dei legami che questi gruppi mantengono con
associazioni pseudo culturali e gruppi o movimenti politici.
Altro che casi isolati.
La tifoseria calcistica è un prolifico terreno di coltura per ogni forma di odio xenofobo e non solo.
Bisogna intervenire chirurgicamente a costo di cancellare questo sport inutile e stramilionario dalla feccia pardon dalla faccia della terra.
Boateng oggi dichiara che non sa se resterà ancora in Italia a giocare e mentre in questo paese di fascisti di merda c'è chi ancora minimizza sull'episodio, Boateng è divenuto un simbolo internazionale di ribellione contro il bullismo xenofobo.