14 agosto 2009

Cirillo Du Barry

Si racconta che, sul patibolo, la famosa cortigiana di Luigi XV, madame du Barry,abbia implorato il boia perché le lasciasse "ancora un minuto di vita". Mia madre aveva un coraggio, su piano fisico, che sconfinava quasi nella temerarietà (...). Ma era pronta, quello sì, a sacrificare qualunque cosa, eccetto quella dignità, per poter avere altro tempo in questo mondo (...).
David Rieff Senza consolazione Gli ultimi giorni di Susan Sontag Mondadori, Milano 2009 pp. 64-65



Cirillo sta male.
Passa tutto il giorno, quando non sta vicino a me, sdraiato di lato, lungo lungo, sul pavimento, o, più raramente, sul mio letto.
Lo sguardo nel vuoto, le zampe in strane posizioni (credo gli diano fastidio per via delle infiltrazioni cancerose), attende. Solo la mattina mi sveglia con un profluvio di le fusa e di dolci capocciate sulla fronte. Durante il giorno,
quando entro nella stanza do9ve si trova, quando lo accarezzo dolcemente, solleva stanco la testa, quasi a fatica, e mi guarda con i suoi occhioni spalancati.
Tocca a me stabilire quando questo stato di dignitosa agonia diventi insostenibile (per lui) e debba quindi portarlo a sopprimere.
Quel suo sguardo mi dice che sa di avere poco da campare ma non so se dica timidamente Sono pronto. Quando vuoi! oppure chieda un altro giorno di vita.

Cirillo Du Barry.

13 agosto 2009

Il gr2, Fabio Cappelli e il signor Palomar

Come sapete (ah, non lo sapete?!) la mattina ascolto il Gr2. Qualche mattina fa tra le notizie ne è stata data una che mi ha particolarmente colpito per la sua inconsistenza (ma, si sa, d'estate non succede mai niente...) e per il modo di essere riportata. L'ho trascritta dal podcast del sito Rai potete ascoltare l'originale cliccando qui.

(voce femminile) 7 e 48 Al mare in topless una moda sorpassata e ripudiata proprio dalla Francia che in passato la lanciò. Da Parigi il corrispondente.
(si sente Ragazzo triste di Patty Pravo) (voce maschile) 40 anni fa faceva la sua apparizione sulle spiagge della Costa Azzurra, era quasi il pendant della contestazione dilagata nel 68 per le strade di Parigi. Mettendosi in top-less le donne rivendicavano la loro libertà e il diritto di disporre del proprio corpo. Oggi le cose appaiono molto cambiate. A Bormes-les-Mimosas, ad esempio, fino a qualche anno fa quasi la metà delle donne era a seno scoperto quest'estate arrivano a stento al 2%. Sono soprattutto le più giovani ad essere pudiche dicono di temere il cancro della pelle oppure hanno paura che il loro seno non sia abbastanza bello. Sul fenomeno si interrogano anche gli esperti. Jean-Claude Kauffman autore del libro "Corpi di donne sguardi di uomini" sostiene che i valori della nostra epoca sono più orientati verso la sicurezza e l'identità gli anni '70 invece erano dominati dall'avventura e dalla rivendicazione. Segno dei tempi in Costa Azzurra non si combatte più il nudismo abusivo sulle spiagge ma il fenomeno dei turisti che girano a torso nudo nei centri abitati. Non è più liberazione sessuale solo cattivo gusto. Da Parigi per il gr2 Fabio Cappelli.

Qual è la notizia?
Faccio una veloce ricerca su internet e, grazie al sito mediaset Tgcom scopro che la fonte è un articolo del quotidiano francese Le Parisien nel quale i dati offerti (il 2% di seni nudi sulla spiaggia di Bormes-les-Mimosas, le ragioni per cui le giovani non prendono più il sole con il monokini) non sono forniti da centri di ricerca, né tanto meno dal sociologo francese citato dal servizio del gr2 (il libro del quale non è mai stato tradotto in italiano e dunque andrebbe citato in francese...) ma da alcune donne delle coste francesi del quale l'articolo de Le Parisien riporta l'opinione.

Così è una non meglio identificata Sabine (vendeuse de maillots de bain face à la plage de Saint-Clair au Lavandou (Var)1 a spiegare che le ragazze hanno paura del cancro alla pelle oppure che non considerano più un segno di emancipazione mostrarsi a seno nudo.
Ma quello che dice Sabine, al di là del suo non essere qualificata per fare storia del costume locale..., è molto più preciso di quanto riportato da Fabio Cappelli, l'autore del servizio del gr2.
Cosa dice il nostro?
Mettendosi in topless le donne rivendicavano la loro libertà e il diritto di disporre del proprio corpo.

Una rivendicazione generica della libertà, faccio quello che mi pare, e il diritto di disporre del proprio corpo, senza prospettiva storica, o politica.

Molto meglio Sabine:
(...) les filles d’aujourd’hui n’ont plus besoin de revendiquer le droit d’être bien dans leur corps, de le montrer, c’est de l’acquis pour elles. Il y a trente ou quarante ans, quand le seins nus est apparu, c’était d’abord un acte de militantisme, de libération. Les femmes voulaient faire passer un message: C’est mon corps, j’en fais ce que je veux2
Qui si parla di diritto a stare bene nel loro corpo, a stare bene nel mostrarlo, al fatto che era un atto di militanza, di liberazione.

Come giornalista Sabine vale più di Fabio Cappelli...

Il Cappelli, poi, si guarda bene dal dire che, tra i motivi che inducono le ragazze più giovani non mettersi in topless, compaiono anche gli sguardi aggressivi dei ragazzi come viene detto, invece, nell'articolo de Le Parisien:
Clara et Euphrasie, 17 ans, ne jurent que par le deux-pièces. « Etre topless entre copines à la piscine, à la rigueur. Mais à la plage, jamais, il n’y a que les vieilles qui font ça aujourd’hui ! Le regard des garçons, c’est trop gênant », confient les adolescentes3.

Tra l'altro se il nostro Cappelli avesse un minimo di cultura avrebbe potuto anche citare quel bellissimo racconto di Calvino nel suo ultimo grandioso libro Palomar Il seno nudo.

"Il signor Palomar cammina lungo una spiaggia solitaria. Incontra rari bagnanti. Una giovane donna è distesa sull'arena prendendo il sole a seno nudo. Palomar, uomo discreto, volge lo sguardo all'orizzonte marino. Sa che in simili circostanze, all'avvicinarsi di uno sconosciuto, spesso le donne si affrettano a coprirsi e questo gli pare non bello: perché è molesto per la bagnante che prendeva il sole tranquilla: perché l'uomo che passa si sente un disturbatore.
Perciò egli, appena vede profilarsi da lontano la nuvola bronzeo-rosea di un torso femminile, s'affretta ad atteggiare il capo in modo che la traiettoria dello sguardo resti sospesa nel vuoto e garantisca del suo civile rispetto per la frontiera invisibile che circonda le persone. Però, pensa, io così facendo, ostento un rifiuto a vedere, cioè anch'io finisco per rafforzare la convinzione che ritiene illecita la vista del seno, ossia istituisco una specie di reggipetto mentale sospeso tra i miei occhi e quel petto che, bagliore intenso che me ne è giunto sui confini del mio campo visivo, mi è parso fresco e piacevole alla vista. Insomma il mio non guardare presuppone che io sto pensando a quella nudità, me ne preoccupo, e questo è in fondo un atteggiamento indiscreto.
Ritornando dalla sua passeggiata, Palomar ripassa davanti a quella bagnante, e questa volta tiene lo sguardo fisso davanti a se, in modo che esso sfiori con equanime uniformità la schiuma delle onde che si ritraggono, gli scafi delle barche tirate a secco, il lenzuolo di spugna teso sull'arena, la ricolma luna di pelle più chiara con l'alone bruno del capezzolo, il profilo della costa nella foschia, grigia contro il cielo.
Ecco,-riflette soddisfatto di se stesso, proseguendo il cammino- sono riuscito a far si che il seno fosse assorbito completamente dal paesaggio, e che anche il mio sguardo non pesasse più che lo sguardo di un gabbiano o di un nasello. Ma sarà proprio giusto, fare così, riflette ancora, o non è un 'appiattire la persona umana a livello della cose considerarla un oggetto, e quel che è peggio considerare oggetto ciò che nella persona è specifico del sesso femminile?
Si volta e ritorna sui suoi passi. Ora nel far scorrere il suo sguardo con oggettività imparziale, fa in modo che non appena il petto della donna entra nel suo campo visivo, si noti una discontinuità, uno scarto, quasi un guizzo. Lo sguardo avanza fino a sfiorare la pelle tesa, si ritrae, come apprezzando con un lieve trasalimento,a diversa consistenza della visione e lo speciale valore che esso acquista e per un momento si tiene a mezz'aria, descrivendo una curva che accompagna il rilievo del seno da una certa distanza, elusivamente ma anche protettivamente, per poi riprendere il suo corso come niente fosse stato.
Così credo che la mia posizione risulti ben chiara, pensa Palomar, senza malintesi possibili. Però questo sorvolare dello sguardo non potrebbe in fin dei conti essere inteso con un atteggiamento di superiorità, una sottovalutazione di ciò che un seno è e significa, un tenerlo in qualche modo in disparte in margine o tra parentesi? Ecco che ancora sto tornando a relegare il seno nella penombra in cui lo hanno tenuto secoli di pudibonderia sessuomaniaca e di concupiscenza come peccato.
Una tale interpretazione va contro alle migliori intenzioni di Palomar, che pur appartenendo ad una generazione matura, per cui la nudità del petto femminile si associava all'idea di un'intimità amorosa, tuttavia saluta con favore questo cambiamento nei costumi, sia per ciò che esso significa come riflesso di una mentalità più aperta nella società, sia in quanto una tale vista gli riesce particolarmente gradita.
Fa dietro front. A passi decisi muove ancora verso la donna sdraiata al sole. Ora il suo sguardo lambendo volubilmente il paesaggio, si soffermerà sul seno con uno speciale riguardo, ma si affretterà a coinvolgerlo in uno slancio di gratitudine per tutto, per il sole e per il cielo, per i pini ricurvi e la duna a l'arena e gli scogli e le nuvole e le alghe, per il cosmo che ruota attorno a quelle cuspidi aureolate.
Questo dovrebbe bastare a tranquillizzare definitivamente la bagnante e a sgombrare il campo da illazioni fuorvianti. Ma appena lui torna ad avvicinarsi, ecco che lei si alza di scatto, si ricopre, sbuffa, si allontana con scrollate infastidite della spalla come sfuggisse alle insistenze moleste di un satiro.
Il peso morto di una tradizione di malcostume impedisce di apprezzare nel loro giusto merito le intenzioni più illuminate, conclude amaramente Palomar".
(dal sito annamariamangia)

Calvino a parte il nostro insinua un giudizio nemmeno tanto celato:
Segno dei tempi in Costa Azzurra non si combatte più il nudismo abusivo sulle spiagge ma il fenomeno dei turisti che girano a torso nudo nei centri abitati. Non è più liberazione sessuale solo cattivo gusto.

Capita l'antifona?

Il nostro maschilista e paternalistico (nonché patriarcale) giornalista (sic!) in una frase sola liquida non tanto il topless in sé quanto le sue origini politiche, di rivendicazione.

Il topless, come il nudismo, non sono segno di una liberazione sessuale ma solo cattivo gusto, come le persone (ragazzi, uomini) che vanno in giro per i centri abitati a torso nudo.

Ecco bell'e sistemato un quarantennio di tette al vento!

Cosa dice Grillo ai giornalisti? VAFFANCULO.

A buon intenditor...

(continua)

1) Venditrice di costumi da bagno di fronte alla spiaggia di Saint-Clair au Lavandou (Var)

2) Le ragazze d'oggi non hanno più bisogno di rivendicare il diritto di stare bene nel propri corpo, di mostrarlo, è un fatto acquisito per loro. Sono passati 30 40 anni da quando i seni nudi hanno fatto la loro comparsa, si è trattato prima di tutto di un atto di militanza, di liberazione. Le donne volevano trasmettere un messaggio: è il mio corpo, ci faccio quel che voglio

3) Clara ed Euphrasie, 17 anni, non credono che nel due pezzi «essere in topless va bene, al limite, tra amiche in piscina. Ma mai sulla spiaggia. Solo qualche vecchia lo fa oggi! Gli sguardi dei ragazzi sono troppo imbarazzanti», confidano le adolescenti.

Le foto dei quadri sono tratti dal sito Il seno nell'arte

12 agosto 2009

Susan, la morte ed Io


Ho appena finito di leggere Senza consolazione Gli ultimi giorni di Susan Sontag libro scritto dal figlio David Rieff nel quale più che raccontare strettamente gli ultimi giorni di sua madre fa delle lunghe e articolate considerazioni sulla morte partendo dalla sua esperienza di figlio e analizzando i comportamenti di Susan Sontag.

Conosco Susan Sontag (come intellettuale e NON personalmente bien sur) dai tempi dell'università, quando studiai un suo famosissimo saggio, Against interpretation e ancora prima, quando lessi, al liceo, alcuni estratti di un altro suo saggio del '64 Note su Camp" (li potete leggere entrambi nell'edizione degli Oscar Mondandori*) o, anche, qui (grazie al sito I Miserabili).


Senza consolazione discutibile titolo italiano, quello originale recita Nuotando in un mare di morte (Swimming in a Sea of Death) mi ha deluso ma, anche, mi sta aiutando molto a superare (a trascorrere?) un periodo di morte che dura dalla dipartita di Frances e che ora si è nuovamente acuito dalla malattia di Cirillo, che è ancora vivo, ogni giorno più debole, sempre con più escrescenze cancerose che infestano il suo corpo smagrito e ...peloso!

Avevo bisogno di una terapia d'urto e per arrivare all'altra sponda del mio personale mare di morte il libro di Rieff mi era sembrato adatto.

Credevo che leggere della agonia di Susan Sontag, del suo calvario medico (sopravvissuta a due cancri, uno al seno negli anni 70 uno all'utero negli anni 90 e poi quello fatale al sangue nel 2004) sarebbe stata la mia catarsi, che di fonte al calvari altrui potessi scrollarmi di dosso quello mio.
Non che mi pesi particolarmente ma da quando è morta Frances mi sembra che nella mia vita non sia accaduto più nulla di altrettanto rilevante.

Il libro invece è il grido disperato di una mente sprovveduta di fronte alla morte.
Di una mente nemmeno troppo intelligente!

Mi ha fatto venire in mente, per certi aspetti, alcune considerazioni di mia sorella, altrettanto poco intelligenti, ma almeno mia sorella ha il buon gusto di non scriverle in un libro.

Mentre mia sorella si informava sullo stato di salute di una mia amica sieropositiva (amica non è un aggettivo camp si tratta proprio di una ragazza) si lascia quasi scappare che che la mia amica le fa tanto pena. Le chiedo perché e lei mi risponde Eh sapere che deve morire...!. Le faccio notare che TUTTI dobbiamo morire, anche io e lei, ma Silvia rintuzza Sì ma la tua amica prima!. Ovviamente non è vero. Domani posso attraversare la strada distrattamente e morire investito da un autobus, mentre la mia amica sieropositiva mi sopravvive.

L'idea che un malato cronico (e la sieropositività se diagnosticata in tempo, è cronica non più mortale) sia più mortale di una persona sana mi fa trasecolare.

Io non mi sento diverso da un malato riguardo le nostre aspettative di vita.

Al capezzale dei malati terminali vedo tante facce tristi. Non si tratta mai solo del dolore per la prossima dipartita di una persona cara. E' sempre anche un imbarazzo, un senso di colpa perché chi è malato morirà e chi è sano no.

Io non mi sento più immortale o meno morituro di un malato so che quel che sta capitando a lui o a lei capiterà anche a me prima o poi.


C'è un'amica di mia sorella, alla quale è stato diagnosticato un cancro terribile del polmone, più di quattro anni fa.

I medici non le davano più di 6 mesi di vita. Mia sorella, forte dei suoi studi di medicina (è assistente di analisi di laboratorio in un ospedale di Roma) parve ancora più pessimista dei medici e mi parlò della sua amica come fosse già morta.
Non per me.
Nel seppellire la sua amica prima del tempo c'era un che di perverso, ingiusto oltre che straordinariamente presuntuoso che faceva vibrare ogni fibra del mio essere di indignazione.
Che presunzione in noi "sani"!

Sono passati 4 anni e la sua amica è ancora viva, in buona salute, anche se sempre sotto terapia, grazie a una terapia sperimentale che ha permesso al suo cancro di recedere (un caso su non so quanti ma tant'è).

Ogni vota che le chiedo di lei mi informo su quanti anni sono passati dalla diagnosi... e godo dello schiaffo morale implicito che la sua risposta mi (le) dà.

Io sono presuntuoso e polemico ma in fatto di vita e di morte mi sento molto umile.
Siamo tutti mortali, non ci è dato sapere quando moriremo, anche se i nostri geni e i nostri comportamenti di vita possono influire sulle aspettative di vita.
Ma nulla è determinato in maniera definitiva.

Personalmente non ho paura della morte.
Non ho paura di morire. Mi fa provare rabbia perché da morto ignorerà i muovi film le nuove scoperte scientifiche le nuove canzoni, i nuovi rimorchi...
Ma siamo mortali e la nostra mortalità non è estranea alla vita. Ne costituisce anzi la sua essenza.

Sappiamo sempre di essere mortali e sappiamo quanto la morte possa essere repentina. Ognuno di noi ha perso amici o parenti morti in giovane età, prima del tempo. Non è quello un ammansirci della vita alla nostra morte?
Quando staremo per morire nessuno può dire che non credeva che andasse a finire così...

Questo sembra invece essere il leit motiv del libro di Rieff.

Come se la morte di sua madre, morta settantunenne, sia stata una sconfitta, un'infamia, un evento umiliante.

Si tratta ovviamente del modo in cui si vedono le cose.
Susan Sontag non è morta "improvvisamente" a 71 anni dopo esserle stata diagnosticata la sindrome mielodisplastica (una leucemia del sangue incurabile).
Suasan Sontag ha avuto a che fare col cancro dagli ani 70 ed è sopravvissuta per 30 anni a diversi cancri ritenuti tutti mortali.

Ma nel libro, David sottolinea proprio sul fatto che questa volta sua madre non sarebbe stata una miracolata come in passato. E, chissà perché, di questo c'è di che vergognarsi...

Come se la morte non colpisse tutti ma solo quelli sfigati e che stavolta la sfiga è toccata a lei.


Io e mia sorella abbiamo perso nostra madre nel 1990 (io avevo 25 anni mia sorella 20) per sieropositività, scoperta a settembre di quell'anno poco meno di due mesi prima che morisse. I primi sintomi (quelli gravi che l'avevano portata in ospedale sono di agosto) risalgono al febbraio di quell'anno quando lamentò una diminuzione del suo campo visivo (retrospettivamente, col senno di poi, possiamo includere anche una polmonite atipica avuta a dicembre dell'89...).
I primi di agosto, conclusa una telefonata con una collega di ufficio, mamma attacca il telefono guarda me e mia sorella e ci chiede cordialmente E voi chi siete?.
Leucoencefalopatia.
A causa del crollo del sistema immunitario un virus normalmente inerte le hanno letteralmente mangiato la parte bianca del cervello, partendo dalla corteccia visiva fino ad arrivare a quella cognitiva e della personalità.


David Rieff elenca tutta una serie di rimorsi e di sensi di colpa per essere sopravvissuto a sua madre, per non averle detto fino in fondo della gravità della sua malattia (lei che aveva terrore di morire...).

Io ricordo la profonda pietà per mia madre, per una vita interrotta così all'improvviso, aveva 54 anni quando morì, la sieropositività in seguito a una trasfusione infetta ricevuta nel 1985 durante un'operazione al cuore (gli screening sui donatori di sangue sarebbero iniziati solamente 6 mesi dopo).

Mia sorella ha odiato il mondo perché, dal suo punto di vista, il mondo le ha tolto la madre.
Io ho provato una tristezza immensaper lei. Io ho preso atto della sua morte. Cos'altro potevo fare?
Arrabbiarmi?
Deprimermi?
Uccidere qualcuno? Suicidarmi?
Nulla avrebbe riportato in vita mia madre.
Tanto valeva vivere e non sopravvivere.
Non ho mai pensato di essere più fortunato o sfortunato di altri.

Domandarsi il perché di quel che ti capita nella vita, quello che non dipende da te, è più delle volte capzioso cerca un'intenzionalità là dove non c'è.
Mia madre è morta. Punto.

Anche io un giorno morirò. Punto

Diciannove anni fa la mia morte era un fatto teorico e remoto, oggi la sento molto più prossima e concreta, ma non mi fa paura.
Non la cerco ma nemmeno la evito.
Temo molto di più la maniera in cui morirò rispetto la morte stessa.

Con Frances ho reagito in maniera diversa.
Altra morte fulminea, cancro al pancreas diagnosticato a metà settembre morta il 22 ottobre (lo stesso giorno di mia madre... Fico, no?).

Frances ha affrontato la morte in una maniera incredibile.
Calma, serena, altruista (ha regalato 800 euro a una vicina di letto al reparto oncologia, una 40enne con un cancro al fegato, per andare a trovare la madre in Asia prima di morire. Anche lei non c'è più). Si considerava soddisfatta, nona aveva rimorsi, rimpianti, non provava rabbia, dispiacere forse, delusione, ma non rabbia.

Mi sorprese solo un suo atteggiamento durante la sua degenza in ospedale. Non leggeva, non sentiva musica, non vedeva film. Dormiva.
Questo mi sconvolse.
Al suo posto (quanto siamo egoisti ed egocentrici..) io non mi sarei certo disperato ma avrei continuato, finché il fisico me lo permetteva, a fare le cose che mi piacevano di più. Non con l'ansia di chi sa che oggi c'è e domani no ma col la calma con cui lo faccio ora che so che, presumibilmente, domani ci sarò ancora (o no?).
La trovai una forma di debolezza di Frances, che mi deluse e, anche, mi spaventò.
La trovai una debolezza e mi chiesi come avrei davvero reagito io (molto più mammoletta di lei) se lei che era così forte aveva dismesso la sua vita quotidiana a attendeva la morte dormendo!


Daviod Rieff arriva persino a scrivere:
Ci fosse davvero un dio benevolo o uno spirito del mondo incline a immischiarsi negli affari degli uomini, o almeno a salvarli dalle cose che più temono, mia madre non sarebbe morta in maniera lenta e dolorosa di SMD, ma all'improvviso, per un infarto fulminante - la fine che dovrebbe desiderare chiunque come mia madre (e come me) venga menomato dalla paura della morte. Talvolta mi sono addirittura immaginato la scena: un momento prima, mia madre parlava di qualcosa che aveva appena visto, o intendeva vedere, o aveva appena letto, o riletto, o che voleva rileggere, o di un viaggio imminente, e l'attimo dopo - o al massimo qualche istante dopo - non c'era più. Non avrebbe avuto il tempo di spaventarsi, né di essere oppressa dall'idea di non aver completato il lavoro a cui teneva di più o vissuto la vita che avrebbe desiderato vivere («Troppo spesso» scrive in uno dei suoi diari «mi lascio sopraffare dalle circostanze»). Non avrebbe avuto il tempo per compiangersi né di diventare fisicamente irriconoscibile persino a se stessa, esposta all'umiliazione postuma della «commemorazione» che le fece Annie Leibovitz con le sue foto carnevalesche della morte della celebrità.
Ovviamente, mia madre non ebbe una rapida liberazione al momento della morte più di quanto non avesse avuto buona salute in vita
.1


Se io potessi invece vorrei sapere di star morendo.
Sistemerei quelle due tre cose che posso sistemare e poi continuerei con la mia vita finché ci sono. Finché posso.
E dopo...
Pace!


Il vero dolore, la mia vera paura, è quella di essere solo in questa vita. Non solo perché non ho un amore, o per mancanza di amici. Piuttosto perché quel che sento io è così diverso da quel che sente la gente comune (e anche non comune Susan Sontag che piange perché sta per morire che delusione!) che le perone che considero mie pari sono talentante poche che quando una di loro, come F4eances, muore, ti senti davvero più solo.

E che i miei amici (amiche) oggi mi guardino con sufficienza perché leggo libri sula morte proprio adesso mi fanno sentire come mi sentii quando tutti mi dicevano di piangere, dopo la morte di mia madre, altrimenti sarei crollato.
Ma andate a 'fanculo. Non capite un cazzo. Siete così banali e prevedibili che mi togliete il volo dalle ali. Aria! Aria!

Certo è solo uno sfogo. Non mi permetterei mai.
Ma che voglia, a volte, in certi momenti...!


* Susan Sontag Contro l'interpretazione Mondadori, Milano 1998

1) David Rieff Senza Consolazione Mondadori, Milano 2009 p. 100
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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