17 novembre 2012

(Pen)ultimo giorno di festival

Tom le Cancre (t.l.Tom il somaro) (Fracia, 2012) di Manuel Pradal parte benissimo restituendo il punto di vista di un gruppo di bambini persi nel bosco mentre la maestra è svenuta dopo aver mangiato una mora, con un'anarchia radicale e indimenticabile fino all'incontro con un ragazzo più grande, che vuole far disimparare loto tutto prima di riportarli alle rispettive famiglie. Ma da quando incontrano il lupo (un adulto con la pelle dell'animale) il film si dimentica dei bambini, non esplora più le potenzialità dei personaggi e perde e segue gli adulti corteggiamenti  e matrimoni disgustosamente  sessisti arrancando stancamente verso un finale debole e non conclusivo.
Una delusione perché il film ha elementi notevoli  che lo rendono davvero godibile.

Mundo Ivisiviel, film collettaneo con 12 registi 12 finanziato dalla Mostra internazionale del cinema di San Paolo con la mission di parlare del visibile e dell'invisibile nella città è una delusione gigantesca assai visibile.
Solo tre dei 12 cortometraggi sono visibili, gli altri sono veramente fuffa e della peggiore specie.

Do Visível ao Invisível, di Manoel de Oliveira
racconta dell'incontro inaspettato di due amici disturbati dalle continue telefonate ai rispettivi cellulari. Così per parlare si parano tramite telefono nonostante siano uno di fronte all'altro.

Tributo ao Público de Cinema, di Jerzy Stuhr
Un omaggio alla platea: Jerzy Stuhr riprende il pubblico e le sue reazioni durante la proiezione del suo film O Tempo de Amanhã (2003) ala Mostra Internacional de Cinema de São Paulo

Gato Colorido, di Guy Maddin
Immagini amatoriali ma in bianco e nero del cimitero da Consolação che si alternano a quelle a colori di un gatto nero che cerc di mangiare una carcassa animale (un uccello?)

Fábula – Pasolini em Heliópolis, di Gian Vittorio Baldi
Sarà anche stato il suo produttore ma Gian Vittorio Baldi  non è Pasolini la ricostruzione del sopralluogo fatto nel 1968 per girare un film sull'Apostolo San Paolo nella città omonima si lascia sedurre dalla strada sin troppo facile dell'imitazione di Pasolini, fastidiosa e inopportuna.

Tekoha, de Marco Bechis
Una barzelletta filmata. Degli indios passeggiano per il Parque Trianon, nel centro della città mentre delle voci fuori campo li idnicano e chedno loro se sonoindios come fossero alieni. All'eneisma domanda uno degli indios risponde che sembrano ma non lo sono.

Ver ou não ver, di Wim Wenders
Un Wenders senile riprende amatorialmente un gruppo di bambini e bambine ipovedenti assistiti dal Departamento de Oftalmologia da Santa Casa de São Paulo, mentre una musica strapalacrime al painoforte insiste sul pedale della commozioe spinta. come il vuoto di questo corto. Da vomitare.

Aventuras do Homem Invisível, di Maria de Medeiros
L'uomo invisibile è un cameriere di un albergo di lusso di San Paolo che, in qanto servo, è ignorato, oppure, usato come occhio voyer. Quando, finito il turno di lavoro, assiste una donna che è caduta, la dona, cieca, lo ringrazia dicendo che è molto gentile. Il vedere non riguarda la vista. Semplice e commovente.

Céu Inferior, di Theo Angelopoulos
Un predicatore fuori di testa rompe i coglioni ocn Gesù cristo, Insopportabile. Inutile. Come chi ci vuole imporre Gesù.

Yerevan - O Visível, di Atom Egoyan
Il più bel corto, l'unico non ambientato a San Paolo ma a Yerevan capitale dell'Armenia dove viene raccontata una delel tante storie del genocidio armeno che ha visto morire un milione e mezzo di persone nel silenzio pubblico mondiale.

O Ser Transparente, di Laís Bodanzky
Una carrellata di luoghi comuni sul ruolo del'attore, sull'impegno, la disciplina, la fatica (come se ci fossero lavori in cui non ci si deve impegnare o avere disciplina, ma vai in fabbrica va') e dove ci si rifà alla teoria sull'attore di un giapponese trapiantato in Brasile, Yoshi Oida, che parla di attore invisibile, cioè di un attore strumento della performance che è l'unica cosa che conta e si deve vedere. La luna e non il gesto. Peccato che una delle attrici che si rifà a questa poetica è conciata come una guru buddista, capelli rasati, di arancio vestita. menomale che doveva essere invisibile.
Conta solo l'atto creativo non l'interpretazione che è solo tecnica. Benedetto Croce non muore mai.  
Avremmo dovuto poi vedere The Dandelion con Isabella Rossellini. Ma la proiezione è stata cancellata pare per i contenuti inadeguati (!?) del film. Nulla di ufficiale, ma i problemi tenici addotti dalla responsabile quando le ho chiesto lumi non mi hanno convinto. I problemi tecnici avendo tempo si risolvono. e il tmepo per stampare un comunicato da mettere in casella stampa (colpa mia che non l'ho letto in tempo) ci sono stati. Dunque non so... E non saprò.

My Sweet Orange Tree (Brasile, 2012) di Marcos Bernstein è uno di quei film che a leggere le note sul programma non avrei valuto vedere, invece è un film commovente di quelli che si facevano alle prime edizioni di Alice (alla Festa del cienma):  punto di vista del bambino, amicizia con adulti, altri adulti piccoli e cattivi (oltre che violenti) il premio per il miglior film non poteva andare a film migliore (tranne forse Blackbird...) coin una bella motivazione:
per il perfetto equilibrio tra poesia ed intrattenimento che ne fa un film tecnicamente elegante senza essere inaccessibile. La forte emotività dei contenuti si fonde con una fotografia suggestiva e dal taglio personale. La fantasia è resa protagonista grazie a scene che rappresentano l’immaginazione del piccolo personaggio Zezè, magistralmente interpretato da Joao Guilherme de Avila, senza nulla togliere alla veridicità e alla profonda intimità del legame tra i personaggi.

Altra sorpresa The Passion of Michelangelo (Chile, 2012) di Esteban Larraìn che racconta le vicende del giovane Miguel Angel Poblete, un giovane ragazzo di strada di 14 anni che che giura di vedere e parlare con la Vergine Maria rendendo improvvisamente faso il piccolo paese di Peñablanca, in Chile, dove stigmate, e miracoli sono all’ordine del giorno. Mentre il governo di Pinochet cerca di piegare questo fenomeno a suo vantaggio, la Chiesa manda un prete a indagare. Intanto Miguel Angel si monta la testa, diventa ambizioso, coinvolge alcuni amici di strada, si convince a spettacolarizzare il suo contatto con la Vergine.  Quando la verità viene scoperta il ragazzo viene abbandonato al ludibrio della folla che gli dà del frocio perchè Miguel Angel, vistosamente effeminato si è vestito da Vergine.
Un film solido che non lascia  spazio alla retorica e non eccede nel clericalismo né nell'anticlericalismo.
durante i titoli di coda il film ci informa che dopo 20 anni di oblio di Poblete si è di nuovo parlato nel 2002 quando, diventata una donna transessuale e avendo preso il nome di Karol Romanoff, raccotoò di essere stato manipolato e indotto a credere alle visioni.
Karol è morta nel 2008 per una grave forma di cirrosi in quanto alcolista.

Ciro (Italia, 2012) di Sergio Panariello e Razza Bastarda (Italia, 2012) di Alessandro Gassman, sono accomunati oltre che dalla programmazione dalla stessa ideologia, televisiva, cioè semplificatoria, che cerca le ragioni della marginalità sociale nella origine geografica, partenopea per Ciro, il giovane protagonista del corto, e romena per il personaggio interpretato da Gassman.
Se Ciro è naif prima ancora che indigesto, tutto paternalisticamente incentrato sulle ragioni di ragazzino innamorato che portano il giovane protagonista a lavorare per un delinquente così può passare i soldi a una ragazza che gli piace e che, ma non si sa perchè, è a corto di soldi ed è pronto a vendicare la ragazza, quando scopre che l'uomo che l'ha messa incinta e abbandonata è proprio il ras che gli dà lavoro immaginandosi di sparargli, Razza Bastarda, girato con un pretenzioso bianco e nero contrastatissimo, vede un Gassman pessimo nella recitazione (il suo accento rumeno è razzisticamente inesistente e ridicolo)
in una storia che dove il giovane figlio del protagonista è innamorato di una giovane prostituta (e quando la vede con un cliente piange) ma la sensibilità non lo sottrae da spacciare o rubare una partita di eroina al padre, mettendolo nei guai. La soluzione? Farsi a sua volta di ero mentre il padre si mette una pistola in bocca...
A vedere queste pellicole si stenta a credere che siamo lo stesso paese che ha avuto il neorealismo...

L'unica nota positiva del film è Giovanni Anzaldo e non tanto per l'avvenenza (notevole) ma proprio per la bravura con cui interpreta Geco.

Il film è la versione cinematografica di Cuba and His Teddy Bear scritto da Reinaldo Povod nel 1986, portato in scena da Robert De Niro a New York, incentrato sui contrasti tra ispanici e statunitensi e sul mondo della droga.

A riadattarlo per il teatro italiano con il titolo
Roman e il suo cucciolo da Edoardo Erba, è stato trasposto a Roma e portato in scena sempre da Gassman  e Anzaldo con un grande successo di pubblico e critica insignito del Premio Ubu 2010 come Miglior Spettacolo dell'anno mentre Anzaldo, quest'anno, è stato insignito del Golden Graal del teatro come  miglior attore.

E poi con 60 minuti di ritardo sull'orario annunciato finalmente  è stata la volta di Una pistola en cada mano (Spagna, 2012) di Cesc Gay, sì, proprio quello di Krampac, che ammannisce un film anticinematografico tutto dialogo spacciando una storia di ordinarissima media borghesia per un ritratto del maschio spaesato. Noiosissima, verbosissima, interminabile nonostante i soli 94' di durata.

E finalmente in santa pace me ne trono a casa.





16 novembre 2012

Pompini e poesia. Festival internazionale del film di Roma. Ottavo giorno

Tar (Usa, 2012) di  Edna Biesold, Sarah-Violet Bliss, Bruce Thierry Cheung, Gabrielle Demeestere, Alexis Gambis,Shruti Ganguly, Brooke Goldfinch, Omar Zuniga Hidalgo, Shripriya Mahesh, Pamela Romanowsky, Tine Thomasen, Virginia Urreiztieta con la supervisione di James Franco è presnetato su IMDB come A poetic look at author C.K. Williams' life over the course of 40 years. In realtà, sù di quattro linee temporali sulle quali il film si sviluppa, il presente con il poeta che declama suo versi, gli anni 70 quando il poeta vive con moglie e figlio, l'adolescenza, e la preadolescenza,  quello che rimane impresso sono i ripetuti pompini  che il giovane si fa fare (da ragazzine coetanee e da un puttanone negro, ma scappa da quella donna, finendo da solo, dietro una casa...), mentre i suoi versi  vagheggiano di quando si era puri o che tutti moriremo dopo l'incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island (dalla poesia Tar, che dà il tutolo al film). Un film insopportabile perchè incapace di mostrare lì'estro creativo poetico, (basta una macchina da scrivere elettrica? O la rabbia della mancanza di ispirazione che fa scagliare alcuni libri per terra?). Le poesie di Williams sono molto belle (leggete TAR per sincerarvene) ma questo dal film non si evince proprio. Williams appare un pompinomane mezzo frocio che invece di sbattersi la moglie superfiga passa le notti in giro a cercare l'ispirazione...
Il senso profondo del film, pare, è che il poeta che vagheggia sempre del passato a causa di questo non sta vicino a moglie e figlio finché non capisce però che anche loro sono importanti.
Se non è cunnilungus sono fellatio. Questo l'epitaffio della più brutta edizione del Festival da quando è nato, il cui demerito va a Muller che, invocando il rottamatore universale, spero proprio scompaia dalla faccia (feccia?)  della terra.
Vedendo film inutili e inconsistenti come questi vagheggio l'idea di costituire un sindacato sui diritti del tempo dello spettatore  Un film deve giustificare il tempo che chiede al suo spettatore  alla sua spettatrice, per essere visto, perché il tempo di tutti ha lo stesso valore e non si possono chiedere 72 minuti per sentire versi declamati come non vanno mai declamati con, l'enfasi di chi crede di dire verità universali.


Il film presentato come novità per essere un film collettivo in realtà meraviglia per l'uniformità di stile delle varie scene (dirette ognuna da uno dei registi delle registe firmatar*). L'unico vero pregio sono attori e attrici. La splendida Mila Kunis James Franco, ma, anche, la sua versione ventenne, Henry Hopper, figlio di Dennis,  che con Franco ha già lavorato in un suo corto e che molti ricorderanno, biondissimo, nell'ultimo film di Van Sant Restless (L'amore che resta) del 2011.


Cosimo e Nicole (Italia, 2012) di Francesco Amato è il quinto film a presentare un cunnilungus, tratto distintivo di questa settima edizione del Festival. Improvvisamente si è scoperto che la fica è buona anche da leccare, questa sembra essere la più grande verità impartita in questo Festival. Cosa verissima ma io non ne parlerei in giro... Al limite la leccherei. E basta.
Il film ha una bellissima scena in cui ricostruisce i disordini di Genova, quando la polizia ha potuto finalmente dimostrare di cosa è capace l'Italia. La solidarietà lascia però subito il posto a una storia di scrupoli morali per un nero migrante clandestino creduto morto e abbandonato per non correre guai che poi si scopre essere in coma no è vivo e non si è fatto niente  Allora i due ragazzi lo portano a Bruxelles e lì vengono arrestati per introduzione nel paese di clandestino (non per il furto del furgone, non è per omissione di soccorso e tentato omicidio perché abbandonare un ferito è tentato omicidio). Il tutto raccontato dal carcere a non si sa bene chi (e il film non ce lo dice) con dei lunghi flashback, talmente lunghi che la struttura narrativa non è affatto giustificata e al film avrebbe giovato un raccorto lineare senza sapere dove la storia li avrebbe condotti. Molte ingenuità nella sceneggiatura per un film che non riesce ad emanciparsi dall'immaginario collettivo televisivo (non a caso sceneggia Daniela Gambaro che ha lavorato a I Liceali II, allora tutto si spiega...). Dispiace questa inconsistenza dello sguardo della macchina da presa che sente il bisogno di poggiare su una trama per raccontare i momenti di una storia d'amore, di un paese, di una cultura dell'illegalità (con inferenze ambigue: il tipo che soccorre Nicole a inizio film quando è stata presa a manganellate in testa e chiama un medico amico suo perché se la porta in ospedale sa che verrà arrestata è poi lo stesso che decide di abbandonare il lavoratore nero caduto dall'impalcatura e addirittura arrivare a volersene sbarazzare quando questi riemerge dal coma come per miracolo, come a dire non c'è differenza tra resistenza civile e illegalità...)  dove il lieto fine alla festa dei fratelli neri dell'incidentato è troppo smaccatamente pittoresco ed esotico e tradisce l'innato razzismo italiano. Peccato perché il film è meno ideologico di altre opere italiane (Alì ha gli occhi azzurri da questo punto di vista molto più  razzista) e perché  come film tv avrebbe anche un suo senso. Ma l'uscita in sala è del tutto ingiustificata.


Dedali animati è l'ultima sèance che ho visto al Maxxi che ha proposto alcuni corti di animazione. I più interessanti quelli di Pino Zac
HOMO HOMINI LUPUS, 1967  HOMO TELESAPIENS Pino Zac, 1968
IL DITO DELL’AUTORITÀ Pino Zac, 1969 e  RADICE QUADRATA Pino Zac, 1969 (10’),
nei quali Zac critica con ferocia iconoclasta la società contemproanea, dalle pubblcità alla tv, dalla finanza al potere costituito con ironia ma senza sconti. Necessari.
Meno interessanti èe più datati il resto dei corti proposti.  retorici e paternalistici quelli di Manfredo Manfredi LA SPACCATA Manfredo Manfredi e Guido Gomas, 1967,  K.O. Manfredo Manfredi, 1969, LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA Manfredo Manfredi, 1971 e DEDALO Manfredo Manfredi, mentre del tutto non interessante, intellettualistico paternalista e vagamente destrorso IL SEGRETO DI VIA SATERNA dai disegni di Dino Buzzati per la regia di Renato Mazzoli, 1970.

Eterno ritorno (Ucraina, 2012) di Kira Muratova condivide la stessa poetica de La danza di Deli. Stavolta si tratta di vari provini di stesse scene, ripetuti più volte,  per un film interrotto per la morte del regista e mostrati alla persona che può decidere se continuare  a produrlo o no. Tra bianco e nero dei provini e il colore della realtà, il film spiazza, diverte, annoia e a differenza de La danza di Deli è squisitamente cinematografico, nelle riprese, nella recitazione, nelle scenografie, nel rècit.



El ruido de las estrellas me aturde (t.l il rumore delle stelle mi assorda)  (Argentina, 2012)
di Eduardo Williams appartiene a quell'estetica perniciosa del frammento post youtube che, chissà perché, chissà come, dovrebbe fare film, di per sé. Così non è.
E nemmeno il film è.



Avanti Popolo (Brasile, 2012) di Michale Warhmann comincia faticosamente seguendo il crinale dell'estetica youtube distaccandosene presto per allestire un film personalistico su un fatto privato che appartiene alla storia di eccidi della dittatura brasiliana. Conclusa la storia on l'ultima donna un figlio torna a casa del padre che vive passivamente in attesa da 30 del ritorno di uin figlio ucciso dalla dittatura. nemmeno alcuni super8 ritrovati dal figlio superstite risveglino il padre da questa apatia (Anche seppure il figlio non  da meno... Quando la padre scompare il cane Balena il figlio non batte ciglio)  . Il film si conclude con le lacrime sofferte del vecchio che dice di non saper più vedere e che tutto è grigio.  
Stile asciutto, ellittico, che non riferisce ma accenna, però vero e struggete, e esilarante in alcune sequenze (come quella dell'amico cineasta seguace di dogma 2002 che ridoppia sequenze di film già esistenti...). La colonna sonora alcune canzoni di impegno nella cultura brasiliana, ascoltate in un programma radio. Tra queste anche avanti popolo che il conduttore radiofonico canta personalmente il disco essendo rovinato e non suonabile... Metafora dell'impegno pilitic, dell'individualismo che ci ha travolto tutt* mentre l'unico impegno praticabile sembra quello del mantenimento della memoria collettiva  e personale.

Un Enfant de Toi (Francia, 2012) di Jacques Doillon è un film che molti connazionali non gradiranno perché impossibilitati a capire una storia che pedina i protagonisti, tampinandoli mentre si inseguono in un gioco della seduzione e del ricordo, tra retoriche alto borghesi e spiazzanti verità detto da bambine tanto sagge quanto piccole (d'età).  Un film che sa restituire quella sacralità laica al matrimonio che molti pretendono abbia perso e relegano solo al matrimonio religioso. Qui invece la figlia settenne sposa simbolicamente i genitori precedetemene separati e rimessisi insieme sulla spiaggia d'inverno. Una figlia di sette anni lucida che si scoccia che la madre, con la quale vive, dividendo i fine settimana col padre e la sua compagna (quella che ha causato la separazione)  rimanga a dormire da lui, perché ha accettato la separazione dei genitori e comprende che entrambi hanno vite con altre persone (di a Gaelle che se vuole può rimanere a dormire dice la figlia al padre sulla sua compagna) ma che non sopporta bugie o falsità. Un film impensabile per un paese biogtto e reazionario come l'Italia dove infatti non è stato capito.
Perle ai porci. 
Nel ruolo del nuovo compagno della madre Malik Zidi, ormai cresciuto, che ricorderete ai tmepi di Gocce d'acqua su pietre roventi di Ozon dell'ormaio lontano 2000.

14 novembre 2012

Festival Internazionale del Film di Roma. Giorno sei

In Igual Si Llueve (Argentina, 2012) di Fernando Gatti, una giornata di un adolescente (bellissimo) viene ripresa e data in pasto al pubblico, tra attese, inquadrature con un discreto ma concreto gusto omo. erotico, senza che succeda nulla. Il protagonista guarda tutto con lo stesso faccino dagli occhi sgranati, imbambolato  silente, sia che si tratti del suo amico, o di uno sconosciuto che canta una canzone nei boschi (e la sentiamo tutta) o assista la nonna malata. Una poetica del pedinamento vuota perché questo film non ha nulla davvero da dire.
E infatti tace.

Full Metal Joker (Italia, senza data) di Emiliano Montanari, è un documentario che partendo da una intervista fatta a Matthew Modine della quale ci viene in realtà mostrato ben poco, indaga sull'attore, sul personaggio (il Joker del film di Kubrick) e la relazione tra i due, presentando allo spettatore italiano un ritratto inedito dell'attore: dal suo attivismo politico mediato attraverso la reinterpretazione politica di Gesù, che secondo Modine sarebbe stato un comunista (anche se, a essere precisi, Gesù sarebbe stato più un socialista che altro visto che non si è mai interessato di plusvalore), senza fornici però davvero una lettura politica del mondo, e nemmeno, a ben vedere, della dualità attore su cui imbastisce tutta la poetica del documentario. Un documento interessante per le informazioni che dà ma la cui lettura che propone risulta naif e, alla fine, marginale che coglie alcune delle premesse della società dello spettacolo di Baudrillard senza però proporre alcuno sviluppo coerente.  Un approccio più politico  e meno religioso al personaggio e all'attore avrebbero giovato sicuramente al documentario.

Della séance di Cinemaxxi proposta oggi (e meno male che avevo deciso di non vederne più) sono stato attratto per il 3d che però non ha riguardato tutti i corti presentati come annunciato nel programma (gli ultimi due non lo erano).

Beato chi riceve la grazia (Italia, 2012) di Margherita Giusti racconta maldestramente di un matricidio per mano del figlio (imbronciato, e maledetto) che, mentre è interrogato dalla polizia  rivive alcuni dei momenti che lo hanno portato all'insano gesto. Il più brutto effetto speciale di sangue mai visto la cinema (vernice rosso vermiglio) e, soprattutto, un 3d ingiustificato e mal usato. Tanti soldi per un esercizio da studente e infatti si scopre, alla fine del film, perché nessuno lo dice, che il corto è stato prodotto dalla Nuct. Tanti mezzi  e nessuna idea.

Pletora 3D è il seme originario della sigla del Festival di quest'anno. In più, nella sua versione integrale presenta altri quadri con un effetto 3d da Wiew Master che ha un suo senso, dove però la ricerca visiva e 3d è più legata alla fotografia o alla performatività teatrale che al racconto o espressione per immagini in movimento.

Plant (2011) Waves e All the Sides of the Road (2012)  sono invece due corti di ricerca 3d del gruppo Statunitense OpenEnded Group
Plant è una istallazione senza sonoro, per due schermi, che esplora la Packard Plant di Detroit, una fabbrica di automobili abbandonata,  rielaborando in 3d qualcosa come 18mila fotografie. Un lavoro notevole che esplora veramente le potenzialità del 3d in chiave espressiva.
All the sides of the Road esplora la matericità della strada asfaltata (la Old Highway 101 in entrata e uscita da  Dewitt, Iowa)  isolandone delle texture che diventano grafiche, texture amplificate dall'effetto 3d trasformandosi in un disegno,  una animazione e interagiscono con un frame sopra il frame sempre con l'ausilio del 3d. Altro lavoro interessante quando, a differenza che da noi, ai mezzi economici si aggiungono anche le idee e la voglia vera di sperimentare.

Ixijana (Polonia, 2012) di Jozef e Mikal Skolimowski
Uno scrittore al primo libro pubblicato dal più grande editore Polacco ha un amico del cuore che gli frega la donna del cuore, che non lo contraccambia. Si sono litigati. Ma lui non ricorda nulla. L'amico è stato accoltellato. Da lui. No. E' vivo. No è morto di overdose. No. C'è lo zampino del diavolo. No. E' solo un altro racconto a casa dell'editore. Ha preso un acido e non ricorda. No. E' la vendetta di una donna. No. Gli hanno rubato il coltello. No. Lei è un'indovina. No. E' tutto un complotto. NO. Dai figli di Jerzy Skolimowski Jozef e Mikal,  uno sciocchezzaio inutile con la profondità del più greve dei fumetti. Tra citazioni velleitarie letterarie  (Il Maestro e Margherita di Bulgacov) e cinematografiche lynch e Polanski il film si perde nei meandri di una trama farraginosa che vuole solo stupire ma non ha granché da dire. Memorabile la soggettiva finale del protagonista che muore mentre recita per se stesso un pater noster. Memorabile anche la bella, ricca, lunga e soddisfacente leccata di fica (uno dei temi ricorrenti del festival, dedicherò al più presto un post tutto suo)  che il protagonista si concede a metà film.

Gegenwart (t.l. Presenza )  (Germania, 2012) di Thomas Heise è un documentario estetizzante su di un forno crematorio che decide di mostrare  senza spiegare, con dei tempi lunghissimi che si accorciano man mano che il film si avvicina alla conclusione. Mancante di qualche spiegazione (come è possibile che i corpi nelle casse vengano manipolati solamente con dei guanti, senza mascherine?) che sono fornite dal pressbook (il forno crematorio garantisce la cremazione a 3 giorni dalla morte ecco perché i copri possono ancora essere maneggiati in un ambiente non igienicamente protetto) il documentario raggiunge il suo scopo che è quello di disumanizzare il processo crematorio e rendere le persone oggetti, macchine. Ma lo fa non da documentario ma come racconto per immagini 
E questa estetizzazione è, s ben vedere, una contraddizione di fondo.
Se la catena di montaggio del forno crematorio è disumanizzante il documentario così sviluppato non è da meno.
Anzi.

Dell'Indi(pend)e(nt) Blackbird (Canada, 2012) di Jason Buxtonpotrei dire che è un film che racconta della normalizzazione di un dark in costumi più borghesi. Che è la storia di un ragazzo che è costretto  a lasciare gli studi (nonostante gli piaccia studiare) e mettersi a lavorare. Che è un film che ha un suo impianto buonista  con lieto fine edificante e una parola di buono per tutti, anche per il minore detenuto con manie omicide. Potrei, ma non lo faccio, perché Blackbird è un vero film con dei veri personaggi, che mostra il percorso di Sean un adolescente rifiutato dalla madre, amato dal padre, che fa innamorare di sé la ragazza più ambita della scuola e diventa amico di un minore, suo compagno di carcere, che ha cercato di ucciderlo, non perché Sean ha il volto e il corpo stupendi del giovane Connor Jessup ma perché è un film vero, con vera carne, e che meriterebbe di vincere il concorso Alice.

L'ultima fatica di Paolo Franchi E la chiamano estate (Italia, 2012) ha la passione del racconto  e della storia che si vuole dire a tutti i costi. Si apre con una citazione de L'origine del mondo Di Courbet (a prestare il ...volto Isabella Ferrari) ha l'ambizione di raccontare l'irraccontabile l'inadeguatezza di un uomo che non riesce  a fare sesso con la donna che (dice) di amare e si concede solo sesso mercenario e donne di coppie scambiste. Ha una struttura narrativa ambiziosa che accanto a eleganti riproposizioni di scene che al secondo passaggio hanno una nuova collocazione temporale cambiando il significato originario, ma scade spesso nell'ingenuità, nell'errore da dilettante, pagando lo scotto di una atavica incapacità di sapere dirigere gli attori - soprattutto il protagonista maschile  Jean- Marc Barr espressivo quanto una statua di cera - complice uno dei  più atroci doppiaggi della storia del cinema italiano,  presentando una morale sessuale che più borghese non si può, dove lo scambismo  l'urofilia, il cunnilingus, la fellatio, sono tutte degradazioni dell'amore, che, si sa è penetrativo e coitale.
Un film schizofrenico pieno di imperdonabili errori ma che rispetto tanti altri film visti al festival almeno prova a dire qualcosa che poi non ci riesca è un altro paio di maniche.
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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