1 novembre 2011

Noordzee Texas di Bavo Defurne, omofobo, misogino, pieno di morte. Il giorno di festival inzia male ma per fortuna cresce.


Bobby Fisher against the world (USA, 2011) di Liz Garbus è un documentario classico apparentemente basato sulla stessa struttura di Project Nim. Ma mentre lì le testimonianze raccolte sono competenti, perché ognuno racconta quello che gli è capitato senza esprimere giudizi, in questo documentario le persone, pur essendo amici di vecchia data del protagonista si permettono giudizi nemmeno personali ma generali su aspetti piscologico-biografici senza che il documentario prenda una sua posizione dando dunque oggettività a quelle dichiarazioni ideologiche (Fisher viene accusato di eversione e delirio perché contrario alla politica estrema degli Stati uniti...). Interessante per i materiali d'epoca, interviste, programmi tv, il documentario non fa mai vedere il dietro le quinte, dando per scontato che la sua versione dei fatti, personale e discutibile, sia invece Storia oggettiva. Pretenzioso e destrorso.


Pim è gay. Lo capiamo sin dai titoli di testa quando, ancora preadolescente,  guarda un giovane uomo con uno sguardo interessato. Ancora bambino si mette la tiara e la fascia di un premio di miss camping vinto dalla madre in gioventù.  Cresciuto, quasi 15enne, è innamorato del quasi 18enne Gino, figlio dei vicini, una madre e una sorella, niente padre. Anche Pim vive solo con la madre. Nulla ci è detto del padre. La madre, grassa, civetta, flirta con un meccanico, presso il quale lavora Gino. Gino e Pim scopano, e quando Gino si trova la ragazza Pim ne rimane deluso. La madre scappa con un giovane zingaro, quello al quale sorride bambino nei titoli di testa, dopo che la storia col meccanico è finita perché, come spiega Pim alla sorella di Gino, a mamma quelli grassi non piacciono. Pim è accolto dalla madre di Gino, già malata, che muore poco dopo non prima di aver unito le mani dei due ragazzi. Ma quando Gino ribacia Pim e questi gli chiede di restare il film finisce.

Ambientato alla fine degli anni 60 Noordze, Texas (Belgio, 2011) di Bavo Defurne colleziona tutti i luoghi comuni del film con personaggi omosessuali senza averne alcun pregio.
Padri assenti, madri amorali o assenti anche loro, le famiglie di Gino e Pim sono disastrate senza che ne sappiamo davvero il perché. L'amore di Gino sembra più il patriarcale rito di iniziazione gay prima della fase etero e se Gino ritorna da Pim è più per foja che per amore. Li vediamo baciarsi, masturbarsi, ma non condividono nulla per cui l'attrazione fisica possa diventare amore. La sorella di Gino è innamorata di Pim e dunque frustrata e respinta come nella migliore tradizione misogina che vede le donne invadenti, rifiutate o morte.
Un film malato che non è affatto un riscatto del desiderio omoerotico, sia esso fisico o romantico, ma il classico fiore nato nella merda e destinato a morire. Un film da vietare ai minori di 18 anni perché a un adolescente che sta scoprendo il proprio omoerotismo questo film può solo fare danni e preparare al peggio. Perché il film non racconta di un sentimento legittimo come quello etero ma di una pulsione incontrollabile da tollerare tollerare perché non la si può impedire.
Bavo Defurne dovrebbe essere bandito dalla comunità gay come il peggiore omofobo che l'occidente abbia conosciuto. Lui e il romanzo, che non ho letto, dal quale il film è tratto. Rispetto film quali Beautyful Thing (Gran Bretagna, 1989) di Hettie MacDonald, il film di Defurne fa fare un passo indietro alla legittimazione dell'amore gay di almeno 40 anni!



Amy George (Usa, 2011) di Yonah Lewis, Calvin Thomas è un film interessante su un giovane adolescente di 13 anni alle prese con un compito per la classe di arte e l'erotismo con le ragazze anche se la famiglia (una coppia di genitori sprovveduti anche se progressisti) lo sospetta di essere gay perché non ha ancora la ragazza. Splendido il rapporto con la zia, con la quale parla da adulto anche se gli adulti, professore compreso, non lo stanno davvero ad ascoltare. Un film perfetto per la sezione Alice nella città, presentato in concorso

Cosa succede se sei donna, vuoi cantare, guidare la macchina, ballare, bere alcol e fumare sigarette, ma sei in Iran? che vai al commissariato, dove uomini ti ispezionano corporalmente per vedere se sei vergine, dove tuo fratello, ex tossico, dispone videocamere in tutta la casa e ti vede a letto con la tua migliore amica. La salvezza non sta nemmeno nei soldi della tua ricca famiglia ma solo nella città di Dubai dove tutto è permesso. Meno asciutto e più esplicito di Dog Sweat (Iran.Usa, 2010) di Hossein Keshavarz, visto al Festival lo scorso anno Circumstance (Stati Uniti, Iran, Francia, Libano, 2011) di Maryam Keshavarz denuncia il clima dittatoriale di un paese come l'Iran senza mostrare però la complessità di una cultura altra che dà alle donne l'opportunità di studiare anche se non possono cantare o guidare la macchina, made unica comunque l'insostenibilità della mancaza di diritti civili in un paese che anche se sembra ancora nel medioevo è a tutti gli effetti nel 2011 (droghe comprese).

Sciatto il film di Guzzanti su Franca Valeri, senza contesto storico, senza citare le fonti, con battute ferocemente misogine sulle prostitute che vanno in parlamento. sabina Guzzanti non è proprio nessuno e si crede qualcuno. Ma tra 100 anni di Franca Valeri si parlerà ancora e di lei no.

31 ottobre 2011

quarto giorno di Festival

Questa domenica è stata un giorno parco di film, con un grosso buco all'ora di pranzo. Per cui ho deciso di trascurare il film della mattina Mon Pire Cauchemar (anche per dei rumors sulla sua bruttezza) e ho preso una pausa dopo due giorni di 6-film-6 al giorno...
Come primo film della giornata ho visto Poongsan (Korea del sud 2011) di Juhn Jai Hong assistente alla regia di Kim Ki-duk che lo ha scritto e prodotto. Poongsan è un fumetto senza occhio per il sociale incentrato a costruire dei personaggi tutti di un pezzo, i coreani del nord, comunisti, quelli de sud capitalisti, che si odiano non in base a convinzioni, sono poco più che degli slogan, ma solo perchè l'altro è il nemico in un gioco semplificatorio talmente spinto da lasciare senza fiato,  senza accorgersi che il vero male è la ferita inflitta alla Corea da una divisione innaturale. Così mentre spie del nord e del sud si combatto ridicolmente e mentre persone che si amano divise dal confine tra le due Coree muoiono senza vedere più l'amato bene, un personaggio misterioso (non sappiamo nulla di lui che non parla per tutto il film) quasi un supereroe, che sembra sopravvivere alle mine antiuomo e alle pallottole (ma alla fine morirà crivellato di colpi) porta messaggi e video alle coppie separate ormai anziane dall'una all'altra delle due coree attraversando magicamente la zona smilitarizzata. Per farlo si spoglia nudo e si mimetizza col fango (per non farsi beccare dai rivelatori di raggi infrarossi...). Lo stesso fanno le persone che conduce con sé.  Quando porta dal nord al sud la donna  giovane di una spia del nord passata al nemico se ne innamora ricambiato e diventa ricattabile per lei e costretto così a liberare spie invece che fare il messaggero d'amore. Quando la donna muore (squartata come un pesce dalle spie comuniste del nord che vogliono recuperare una collana di diamanti, segno di corruzione capitalista,  che il loro capo le ha fatto ingoiare), il nostro,  che viene chiamato Poongsan, dalla marca di sigarette che fuma continuamente, si vendica e rinchiude nella stessa stanza delle torture le spie del nord e del sud che lo hanno manipolato.  Riprende poi a fare la staffetta ma non è più lo stesso di prima e mentre si appresta a saltare con un giavellotto improvvisato la recinzione della zona smilitarizzata, viene crivellato di colpi mentre è ancora sospeso in aria.
Poongsan è un film niente affatto banale che seduce e incanta mentre mostra pur nel suo schematismo, ma è un tratto estetico voluto, l'assurdità di una rivalità dogmatica che ormai ha perso ogni sua ragioen di esere e che l'amore quello reciso da una divisione politica del paese quello che unisce nonostante tutto è l'unica ragione di vita, l'unica coordinata morale sopravvissuta a un mondo abbrutito e sadico. Un mondo fatto di uomini dove le donne sono svilite nella funzione di amanti o intrattenitrici da una cultura maschilista che accomuna comunisti a capitalisti, e dove solo le persone anziane, che Poongsan fa morire in pace mettendole  in contatto dopo anni di separazione politica, sembrano avere la percezione dell'artificiosità di una divisone che fa male non solo al Paese.


Project Nim è un documentario straziante sulle sorti dello scimpanzé Nim che negli anni '70, in seguito a un esperimento della Columbia University di New York, imparò la lingua dei segni e che quando, troppo cresciuto, divenne ingestibile, perchè pericoloso in quanto scimpanzè, venne rispedito nell'istituo dove era stato preso alla nascita dal quale per mancanza di fondi viene venduto ai vivisezionisti di stato. Solo l'intefevto di un avvocato impedì che almeno lui venisse impiegato come cavia. Nim finisce così in un centro di accoglienza per animali maltrattati ma lì rimane solo e isolato (essendo l'unico scimpanzé) finché uno dei sui ultimi custodi (che lo aveva conosciuto quando era tornato all'Istituto prima che venisse venduto) non riesce almeno a dargli compagnia. Muore nel 2000 all'età di 26 anni.
Il documentario, straordinario, è raccontato attarverso le persone che lo conobbero lo crebbero, accudirono, studiarono, insegnarono la lingua dei segni e anche dello scienziato che, comportandosi come un dio, ne decretò gloria (anche sui media) e decadenza, tramite delle interviste, di oggi, ai diretti interessati, sostenute da da fotografie cine-riprese e altri materiali dell'epoca dando al documentario la parvenza di un film con una storia che si sta volgnedo mentre la vediamo. Il documentario apre in realtà questioni pofondissime sulla mancanza di rispetto rispetto per le vite animali di cui Nim è stato vittima della superficialità crudele con cui prima è stato trattato da umano e poi rimesso in gabbia.

God bless America..
Ma il regista è inglese...

30 ottobre 2011

Totò sbarca al festival internazionale del film di Roma ed è tutta un'altra storia! I film in concorso sono i peggiori mai visti in occidente (e non solo...)




Jesus Henry Christ (Usa, 2011) di Dennis Lee è uno dqi tanti esempi di film off off hollywood che in Italia non giungono mai e che possiamo vedere solo grazie ai festival che costituiscono uno dei tanti mattoni di un immaginario collettivo altro, laico, divertente, politicamente impegnato senza scadere nella propaganda. se poi tra gli attori c'è un talento innato come quello di Toni Collette il film non può che far rimpiangere tutti quelli simili, e non, che non giungono mai qui da noi. Un film a 360 gradi tra gifted sons, sexual orientation e famiglie mononucleari il film è uno spaccato della società americana contemporanea, quella che fa invidia all'Europa.

Le cosiddette invenzioni sono spesso dei ripescaggi per invogliare la gente a tornare a comperare qualcosa. La nuova orgia di film in 3d è un classico esempio di quel che vado dicendo. Il 3d esiste da sempre nel cinema, ne presentarono un esemplare i Lumiére nel 1900 all'Esposizione Universale di Parigi.
Come ogni invenzione nata dalle esigenze commerciali e non da una esigenza tecnica deve poi trovare un suo campo di espressione, quel che manca al 3 d di oggi (basta vedere Tintin di Spielberg per rendersi conto della sua inutilità). Mattioli ne Il più comico spettacolo del mondo (Italia, 1953) il primo film italiano in 3d - sceneggiato, tra gli altri, da Monicelli e Maccari, -  con una tecnica detta podelvision (dalle iniziali dei cognomi dei due produttori Carlo Ponti e Luigi De Laurentiis) usa il 3d meglio di Spielberg e fa uscire dallo schermo verso lo spettatore fiori, getti fumogeni, il selz schizzato da un sifone, la polvere bianca di un estintore... Il resto lo fanno Totò e gli attori di sempre (con camei d'eccezione, Silvana Mangano, Aldo Fabrizi, Anthony Quinn) di un cinema che ormai non c'è più per cui oltre a ridere a crepapelle Il più comico spettacolo del mondo è involontariamente malinconico perché ci mostra come eravamo e come non saremo mai più.


La passione di Laura (Italia, 2011) è un bel documentario di Paolo Petrucci (che di mestiere fa il montatore) su Laura Betti. Con materiali d'archivio, interviste a Laura, estratti da programmi tv, interviste (tante) a gente che l'ha conosciuta e amata e a stralci dei suoi diari (recitati da Eleonora Danco) conosciamo l'attrice e la donna in un ritratto preciso, profondo e mai banale che non si limita a essere una filmo-teatrografia, ma nemmeno entra nella vita privata della donna, ma è anche tutto questo in una descrizione dell'intellettuale, dell'artista, della persona.
Produce Angelo Barbagallo e distribuisce Cinecittà Luce. Altre occasioni di vederlo alle biblioteche comunali 
giovedì 3 novembre ore 19
alla Europea
via Savoia 15, tel. 06 45460686


e 
sabato 5 novembre ore 17
alla Guglielmo Marconi
via Gerolamo Cardano 135, tel. 06 45460301.



(per le altre proiezioni cliccare qui).


Hotel Lux (Germania, 2011) di Leander Haussmannè un film indecente, per il quale sono stati sposi tanti soldi e che racconta di fatti importanti (Hitler, Stalin, prima della guerra) senza emozione e, soprattutto senza memoria storica, con un pressapochismo e una superficialità che fanno venir voglia di lasciare la sala. Un film interminabile (110 minuti di durata) per una storia nella quale l'unica cosa che davvero conta sembra essere l'amore di un uomo per una donna e dove nazisti e comunisti sembrano essere la stessa cosa. Un film da dimenticare non invece il nome del regista, Leander Haussmann, per evitare altri suoi film vita natural durante. Chi ha scelto questi pessimi, inutili, penosi film dovrà risponderne a tutti gli spettatori...

Schepisi si dimostra ancora un regista all'altezza della situazione nel gestire una materia narrativa complessa e abbondante (il romanzo da cui è tratta, Patrick White, premio Nobel australiano per la letteratura nel 1973 , consta di più di 600 pagine...) riuscendo a gestire una storia e un meccanismo narrativo non proprio nuovi in maniera elegante e convincete, grazie anche al cast di attori e attrici, sui quali prevale una
Charlotte Rampling (senza dimenticare Judie Davis) capace di passare dalla ultrasettantenne morente alla sessantenne in splendida forma non certo con l'ausilio del make up ma con quello della magnificenza della sua interpretazione (da brivido). Troppe le storie già viste (anche al cinema) e già dette perchè The Eye of the Storm (Usa, 2011) sia davvero degno di essere raccontato nei dettagli (figli pavidi, madre morente molto più dentro la vita di loro, donne sopravvissute al nazismo...) quel che conta è la libertà dei personaggi femminili che hanno una vita sessual sentimentale proprio come il Mondo concede agli uomini senza falsi moralismi o superficiali libertarismi, dove l'arte è una terapia alla vita e la morte la vera cifra di ogni esistenza umana.



Che non sempre la materia narrativa letteraria funzioni sul grande schermo lo dimostra questo irrisolto La femme du cinquième (Francia, Polonia, Regno Unito, 2011) di Pawel Pawlikovski, tratto dal romanzo di Douglas Kennedy Margit (Sperling e Kupfer, fuori catalogo anche se solo del 2009).
Il racconto oggettivo (che accade davvero) sulle pagine di un libro scivola via plausibilmente nel delirio ipnagogico del protagonista ma sul grande schermo rimane una storia dove non accade nulla e dove il vero protagonista è la città di Parigi. Un non film dal quale si esce con la voglia di picchiare regista e produttori. Peccato per gli attori (Erhan Hawke e Kristin Scott Thomas, che recitarono entrambi in inglese e francese) che meritavano un film vero.

Ma questi film, ci chiediamo in molti, chi li sceglie? Con quali criteri e, soprattutto, PERCHE'???

Unica curiosità del film la sua natura bilingue, da cui il doppio titolo, in francese e in inglese e le due locandine sostanzialmente diverse.

Insomma i film in concorso, so far sono i peggiori non solo del festival ma dell'universo mondo...

Piera Detassis CAMBIA MESTIERE!!!
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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