15 luglio 2010

Teresa

Negli anni settanta si facevano ancora 30 giorni di ferie e anche la mia famiglia, mia mamma Mirella, mia nonna Rosa, mia sorella Silvia e me, non faceva eccezione. Alberghi convenzionati col dopolavoro ferroviario, biglietti chilometrici gratuiti (mamma lavorava alle Ferrovie dello Stato, servizio Impianti Elettrici), la famiglia Di Silvestro-Paesano non si faceva mancare nulla, nemmeno il lusso di cambiare albergo, appena arrivati a Riccione perchè non piaceva la stanza (o proprio l'albergo?), non il lusso del denaro, ma quello dato dall'onestà di dire questo posto non mi piace è diverso da quello che sembrava sul dépliant.
Ogni anno, a Luglio, si stava via un mese e il momento migliore per me era sempre il rientro a casa, il lampadario tubolare verde dell'ingresso, l'odore caratteristico di casa, che in un mese non avevi respirato abbastanza a lungo da poterlo riconsocere appena riprendevi ad annusarlo, la mia scrivania, cameretta, libreria, da risistemare, cambiando posizione e disposizione di libri, datari, lampada, tagliacarte.
Se mia madre lo avesse saputo che il momento migliore della vacanza per me era il rientro non avrebbe speso tutti quei soldi per portarmici.
Ogni anno svuotavamo mazza casa, riempivamo un baule, quelli di una volta, su due tonalità di verde, con le borchie rinforzate agli angoli,  lo spedivamo giorni prima all'albergo (sempre tramite le ferrovie) assieme alla carrozzina per mia sorella (che aveva 4 anni nel 1973) e poi partivamo pure noi.
Non so di cosa riempissero il baule, so solo che ogni anno era talmente pieno che né mamma né nonna erano in grado di chiuderlo. Si sforzavano all'inverosimile, nonna facendo una smorfia da Cammela mancata mamma con un po' di convinzione in meno era cardiopatica e gli sforzi davano un senso concreto alla sua ipocondria. Per quanto provassero desistevano sempre e, rassegnate, guardandosi negli occhi, con la stessa solennità con cui puoi decidere di impegnarti le lenzuola per fronteggiare una spesa imprevista, ricorrevano all'ultima ratio, che poi, a ben vedere, era stata l'unica opzione sin dall'inizio.
Chiamiamo Teresa? chiedeva mamma e nonna concordava chiamiamo Teresa.
Teresa era (è) la figlia dei vicini di casa (quelli del piano di sopra) una giovane ragazza, all'epoca studentessa di medicina, oggi medico affermato (lavora al San Camillo), dalla stazza generosa e abbondante, alla quale, tra mille profferte di scuse e inchini, mamma e nonna chiedevano umilmente l'intervento. Teresa scendeva le scale, percorreva i lunghi corridoi di casa nostra fino alla stanza da letto (quella più interna all'abitazione), si avvicinava al baule ancora aperto, ci si sedeva sopra e mamma e nonna potevano chiuderlo agevolmente.
Teresa, la faccia mesta, di chi si vergogna della propria stazza, scendeva dal baule, ripercorreva i corridoi, risaliva le scale e tornava a casa sua.
Questo siparietto si ripeteva ogni anno, era il nostro piccolo rituale che significava stavamo davvero per partire in vacanza.
 Un matriarcato alla buona, senza rivendicazioni di principio ma che funzionava nei fatti. Niente uomini forzuti in giro per casa a spargere i loro ormoni in una famiglia di due donne e due bambini... Solidarietà tra donne, intesa muliebre, ne sono cresciuto avvezzo.
Non ricordo come facessero nonna e mamma al rientro, quando dopo un mese di albergo e mare e di cianfrusaglie acquistate,  si presentava nuovamente la necessità di chiudere il baule.
Magari chiamavano Teresa per telefono... e poi bastava poggiare la cornetta sul baule...

11 luglio 2010

Carmela

Da quando ho perso quel pezzo di plastica spugnosa che Frances mi aveva regalato che permetteva una presa sicura su tappi, coperchi e quant'altro garantendone una rapida apertura, sono tornato ad invocare Carmela come faceva nonna Rosa. Beh, veramente lei diceva Cammela, più per una sua propensione atavica a storpiare nomi che per retaggio dialettale.
La parente Loredana (la moglie di nostro cugino Antonio, il figlio di Zia Maria) per lei era  Luridana, la signora Pompili, diventava una più plebea sinora Piombini, Spazio 1999 un più comodo Spazio 84, il Lysoform Lusoformio (che io, nipotino dodicenne, intendevo come l'usoformio, l'alchermes, il rosso liquore per imbibire i dolci, diventava il più esotico Alchemisi però Cammela non c'erano dubbi era Carmela. Una delle varie componenti della servitù quando la mia famiglia, da parte di madre, famiglia Di Silvestro, non Paesano, viveva in Libia, a Tripoli, allora suolo italico, in una villa con 12 stanze, scimmie, cavalli, e servitù del luogo,tra le quali le tanto amate (e rimpiante) Escia e Manfìa (chissà l'esatta grafia del nome...) tanto brave, dedite e riconoscenti alla famiglia Di Silvestro (ehm...).



Carmela, pensavo, doveva essere la serva fidata portata in Africa da quel di Sicilia, la serva italiana, quella di cui ti fidi ciecamente. Un donnone corpulento con lunghe vesti un po' lise e mai del tutto linde, dalla forza non indifferente, se riusciva sempre al primo tentativo ad aprire barattoli recidivi ed estrarre tappi inamovibili, a dimostrazione che l'uomo non serve nemmeno per mere questioni di forza bruta, se c'è Cammela in giro chiami lei! Una femminista ante litteram, una forza della natura, ... in una parola Cammela!
Mia nonna morì nel 1982. Si spense in 6 mesi da quando le diagnosticarono un cancro ai polmoni. Si aggravò per sua decisione quando si rese che non era più autonoma (mi aveva confessato che era quella la cosa che temeva, e si augurava che dio la portasse via presto in quel caso, perché non voleva essere di peso a nessuno). Così quando un pomeriggio, mentre io stavo uscendo per andare a sentire i concerti di Via Giulia (questa ve la racconto un'altra volta)  nonna scivolò tra le braccia di zia Zizzi (diminutivo di Enza...) che gridò aiuto a gran voce, e io sollevavo nonna, malamente caduta sul letto, lo sguardo che vidi nei suoi occhi (ah sì? Sono arrivata a questo punto?) mi fece capire che non sarebbe vissuta ancora a lungo, per scelta, per determinazione. Moriì 10 giorni dopo, per volontà.
Non pensai più a Carmela, se non quando continuavo a dire, allora come ora, ci vorrebbe Carmela (per mio vezzo lo avevo italianizzato, solo nonna poteva dire ci vorrebbe Cammela) quando c'era bisogno di un donnone forzuto.
Poi, un giorno, del tutto ignaro, mentre studiavo storia (o meglio storia del costume) incappai non so come nella descrizione di un antico pugile, campione mondiale dei pesi massimi nel 33-34, che aveva fatto sognare tanti italiani: Primo Carnera. Mai epifania fu più rapida e radicale, nonna avrebbe detto subitanea. Carmela era un uomo!
Corpulento e forzuto ma uomo... In una frazione di secondo mi vennero in mente tutti i nomi storpiati, e non mi capacitai come per Cammela mi fossi fermato all'apparenza esteriore,  senza intuire che alle origini dovesse esserci per forza un altra parola, un altro etimo...
Ma ormai Carmela era così vivamente entrata nella mia vita, così vivida nella mia memoria anche se non l'avevo mai vista (e come avrei potuto? Non esisteva!) che ancora oggi, da solo o in compagnia, quando devo aprile un barattolo, evoco Carmela e sorrido, pensando al pezzo di storia della mia famiglia che si cela dietro quel nome.

10 luglio 2010

Temple Grandin: e (alcuni) vegetariani hanno sempre meno ragione

>Lei si chiama Temple Grandin, oggi è una professoressa associata dell’Università Statale del Colorado, affetta da una leggera forma di autismo, sua pi grande fortuna perchè le ha dato una memoria eidetica che le permette di consultare come fosse una fotografia qualunque dato visivo ha memorizzato. fornita di uno spiccato senso per la fisica e per l'osservazione si è dedicata alle strutture zootecniche per le mucche, progettando vasche circolari per le disinfezioni dei capi di bestiame e per dare ai capi destinati alla macellazione una morte dignitosa, priva di tensione e violenza ( un attimo prima è calma e tranquilla e un attimo dopo cade). Nonostante la sua fama mondiale (ne ha parlato Olive Sackr e ha scritto anche dei libri, pubblicati anche in Italia) non ne avevo mai sentito parlare.

Grazie allo splendido Temple Grandin (Usa, 2010) di Mick Jackson (un regista specializzato in serie tv), un Biopic per la tv degno della sala, ho scoperto questa donna affascinante, non bella come Claire Danes che la interpreta sullo schermo, la cui storia mi ha fatto pensare agli imbecillotti che, tempo fa, hanno scritto sul mio blog  a proposito delle osservazioni che facevo su Vaccaro un sedicente vegetariano che spara cazzate su tutto, e a convincermi che per certi, ma non per tutti, il vegetarismo è una religione, un mezzo per placare ansie ataviche, e che, in fondo, a queste persone non interessa davvero la vita degli animali, non in forma concreta (se parlano di anima e di telepatia) (non che siano domande peregrine ma sono domande senza risposte, come viene splendidamente mostrato nel film quando Temple chiede, ogni volta che vede una mucca morire, dove va? e lo stesso fa quando muore il suo professore di scienze del liceo...).

Temple ha pensato che sE non si può evitare loro la morte almeno si può renderla il più dignitosa possibile. ecco un vero amore per gli animali, pratico, concreto (consultate il suo bellissimo sito ufficiale per apprezzarne lo spessore), non quello ideale e ideologico di chi si limita a non magiare asceticamente carne dicendo a tutti quelli  che la mangiano che mangiano cadaveri.

E la mia ansia aumenta sempre. Se anche quelli che provano a essere fuori dal coro, sensibili verso il mondo che li circonda sono così superficiali e ideologici chi salverà il pianeta dall'orda dell'imbecillità? 
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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