3 dicembre 2012

Piazza della rotonda. Capitolo Due

Alessandro scende per primo e io gli sono subito dietro, così ci giriamo entrambi e prendiamo Tamara per mano così lei scende con un balzo e tutti e tre ridiamo, e dall'autobus qualcuno si  sporge dalla sedile per vedere quell'eccentrico trio.
Ho detto eccentrico? Meglio straordinario. E' l'aggettivo che ci si addice di più. Per come camminiamo spavaldi, per come ridiamo felici cingendo entrambi le spalle di Tamara è chiaro a tutti che la città è nostra. Peccato che siamo a Boccea e non più al Pantheon.

Dopo aver percorso una strada in salita che non smorza gli entusiasmi nostri siamo già a casa di Alesandro .
Saluti e convenevoli mentre cappotti e trench finiscono sul letto della spartana stanza letto di Alesandro .

Tamara si liscia la gonna nera a tubo e si riassesta i capelli con un gesto sapiente delle mani che le invidio, io che quando mi tolgo il cappello ho sempre il capello fuoriposto.

La mia giacca usata comprata a via Sannio a 20 mila lire tiene miracolosamente la piega.


Alessandro indossa un blazer nero aderente che gli sta a pennello.

La madre di Alessandro è una ex teenager dalla bellezza avvizzita, i capelli biondi, la voce inrauchita dalle sigarette, il passo reso indolente da una canna che ci offre come benvenuto e che io declino educatamente mentre Alessandro fa un tiro svogliato. Tamara mormora tra sé, credo non abbia apprezzato l'offerta e non commenti a voce alta per educazione.
Senza essere davvero invitati seguiamo tutti la madre - chiamatemi Carla - di Alessandro in cucina dove la pentola dell'acqua per la pasta è già sul fuoco.

Avete fame?  ci chiede Carla, flemmatica, ma allegra. Aspettiamo Ale dice Alessandro appena infastidito dal ritardo del suo amico.

Un altro Alessandro.
Il terzo, sì.
Non è scarsa fantasia dell'autore ma la verità. Eravamo davvero tre Alessandri.
La realtà è spesso più noiosa della finzione.

Mentre la pasta viene calata e la canna, alla quale al secondo invito non ho saputo dire di no, spenta, Tamara e Carla conversano e Alessandro si offre per farmi fare un tour della casa. Pareti spoglie, bianche, arredo rado e minimale con molti punti luce che creano tanti piccoli spazi diversamente illuminati. Alessandro mi invita a sedere sotto un lume anni 50 sulla sedia in similpelle verde bottiglia e dalle borchie ramate, ma io preferisco apprezzarne il design che sedermici sopra.
Intanto una bottiglia di vino viene stappata e prima che possa reclamarne un bicchiere la pasta è già cotta e Carla ci porge un piatto generoso e ricco di condimento, un'amatriciana alla sghicia.
Siamo lì, accampati in cucina, Alessandro e Tamara seduti al tavolo per due, io e Carla in piedi, la forchetta che sta pescando i primi spaghetti dal piatto, quando suona il citofono.
Ci fermiamo tutti con lo spaghetto che penzola dai rebbi  mentre Carla dice il tuo amico! con lo stesso tono con cui potrebbe dire la polizia!  
Svelti svelti, prosegue ognuno metta un po' della sua pasta qui, ci comanda porgendo un piatto vuoto così Ale non saprà mai che non avevamo pensato a lui.
Scoppiamo tutti in una risata, tranne Alessandro che è andato ad aprire la porta.
Così quando Alessandro, il nuovo arrivato, entra in cucina la risata ci si spegne in gola repentina come era nata. Alessandro ci guarda imbarazzato, e, diventando subito rosso in viso, dice scusate per il ritardo.
Ma che ritardo! gli risponde Carla mettendogli in mano il piatto di pasta rimediato sei uno di famiglia! Appena Ale assaggia la pasta scoppiamo di nuovo tutti a ridere e intanto che lui deglutisce il boccone guardandoci con aria interrogativa è Alessandro a dirgli, non ti avevamo contato, ognuno ti ha dato due forchettate del suo piatto.  
Sì ma non avevamo ancora cominciato aggiunge Carla mortificata.
Ale, che si è fatto ancora più rosso in volto, sorride ad Alessandro e capisco subito da come indugia nel guardarlo metre il sorriso non vuole proprio saperne di spegnersi, che prova qualcosa per lui.
A me Ale sta subito simpatico, anche se, col senno di poi, credo di stare confondendo per simpatia l'ondata di desiderio che sento salirmi dalla spina dorsale e irradiarsi in ogni muscolo del mio corpo.
Non un desiderio sessuale come quello che mi ha ispirato Alessandro sin da quella sera all'Alibi.

Guardando Ale mi immagino noi due passeggiare per le vie di Roma, uscire da un cinema mentre commentiamo il film appena visto, ridendo e discutendo animatamente, oppure mentre prendiamo un caffè al bar di un museo, o di un teatro, come in una sequenza di montaggio di una commedia, quando non senti i dialoghi ma una musica di commento, solo che la musica stavolta è il battito del cuore che mi rimbomba nelle orecchie. Corro dietro questa fantasia solo per pochi secondi, ma Ale, che non è affatto sprovveduto, se ne accorge e da come mi guarda  sembra che abbia visto anche lui quel che mi sono immaginato.
I nostri sguardi si incontrano e io non posso evitare di abbassare il mio, quando torno a guardarlo Ale è già così vicino che mi porge la mano mentre mi dice mi chiamo Alessandro e tu?
Anche io, gli balbetto e l'altro Ale, il padrone di casa, commenta ironico che ci sono troppi Alessandri nella stessa stanza.


Non ricordo altro della sera.
Non ricordo il commiato da casa di Alessandro .
Non mi ricordo nemmeno se sono uscito da solo o se Tamara è venuta con me.

Non mi ricordo nemmeno di Ale anche credo sia rimasto a dormire da lui.

In un colpo solo li ho persi entrambi.

Anche se non me lo ricordo mi rivedo tornare a casa, lo avrò fatto no? e mi immagino solo, spaesato e deluso.

Per me la vita vera è sempre stata altrove.

2 dicembre 2012

Piazza della rotonda.

Mentre tardo a raggiungere piazza della Rotonda mi pento di avere accettato.
Sono uscito trafelato da scuola che è già buio, anche se siamo appena a metà ottobre.
Odio l'orario di pomeriggio.
Io che non sopporto andare di fretta sto correndo all'appuntamento con Alessandro.
Sono le 18 e 47 e ho quasi 20 minuti di ritardo.

Poi vedo Alessandro davanti alle scale della fontana, sul lato prospiciente il Pantheon, e mentre rallento il passo mi chiedo come sto, se ho i capelli fuori posto, se non apparirò tropo trafelato, troppo sudato, troppo qualcosa, o magari troppo poco.

Mentre mi sto ancora a preoccupare Alessandro mi vede, mi sorride e mi chiama con la sua voce allegra, trascinando un po le vocali. Aaaleee dice venendomi incontro e mi abbraccia e mi bacia come fossimo vecchi amici.

Hai visto che ce l'hai fatta? continua, mentre mi fa festa, le sue mani sulle mie spalle, alludendo ai miei timori del giorno prima, quando gli ho spiegato per telefono che non sapevo se ce l'avrei fatta a stare al Pantheon prima delle 18 e 30, esco da scuola alle 18.00...

Infatti sono le 18 e 52 gli rispondo, ma lui non sembra fare caso al mio ritardo.

Non so dove andremo o cosa faremo.
So solo che  è il mio primo appuntamento con un ragazzo gay, conosciuto all'Alibi, una discoteca gay.
Ho 20 anni  ma mi sento un quindicenne in ambasce.


Non pensiate a una distrazione letteraria.
A 20 anni andavo davvero ancora a scuola, essendo stato seccato, cioè bocciato, per ben due volte, in Prima (a Giugno)  e in Quarta (a Settembre).

Frequentavo la classe Quinta, ed ero al mio settimo anno di Liceo, lo Scientifico M. (non è per nascondere che si tratta del Morgagni è che la M. fa tanto Marquise von O.)

Sono al mio primo appuntamento con un altro gay come me e mi sento un pesce fuor d'acqua, perchè non so minimamente come due gay si comportino al primo appuntamento.

Non voglio apparire inadeguato, o, peggio, naïf.

Non voglio sembrare inesperto, io che in classe ho la fama di viveur (sono dichiarato ma non ho uno straccio di ragazzo da sfoggiare...).

I mie compagni di classe, di due anni più piccoli di me, si immagino che la mia vita da gay  sia fatta di nottate in discoteca, e tanto libertinaggio.
E' un po' la vita che mi immagino anche io, se solo riuscissi a viverla.
E' che non so come si fa!!!

Così eccomi a piazza del Pantheon, ancora tutto trafelato, a domandarmi come si comporterebbe un vero gay, pardon, un vero viveur, al posto mio, quando Alessandro ha già smesso di farmi le feste e si guarda intorno.

Deve arrivare la mia amica Tamara, dice. Andiamo a casa mia. Mia madre ci sta aspettando per cena. 

Ah, rispondo io laconico, celando la delusione del programma che Ale mi ha appena prospettato, ben diverso dalla serata gay che mi ero immaginato con un po' d'ansia per l'incognita che essa rappresenta per me, ma che, comunque, pensavo, che dico, ero sicuro prevedesse solo la presenza di noi due.

Io e Ale.

Ale e me.

I due Ale.

Noi. E basta.

Non anche una sua amica (e se mi fossi sbagliato? Se ad Ale non solo non piaccio io ma non piacciono proprio i ragazzi?! Se preferisce le ragazze come questa Tamara?)

Alessandro, pensando che io sia rimasto deluso dalla presenza prospettata di sua madre dice Non ti preoccupare per mia madre. Mi ha avuto quando aveva 17 anni. Siamo più due amiche che madre e figlio.
Due amiche. Al femminile. Dice proprio così.
Quell'aggettivo non mi rassicura affatto e, anzi, mi infastidisce e mi crea imbarazzo.

Poi arriva Tamara. La vedo da lontano, dinoccolata, avvicinarsi a noi.
Piccola di statura eppure slanciata, coi capelli corti alla maschietta spavaldamente femminili.
Indossa un trench beige, che le stringe la vita evidenziandone il personale minuto, i fianchi stretti, le gambe affusolate.

Mi ricorda subito Audrey Hepburn, mentre avanza quasi trotterellando, ignara del fascino che esercita su chiunque la guardi. Su di me ancora di più perchè il suo essere femminile non è pensato per piacere al maschio,  ma per star bene con se stessa.

Quasi quasi mi scordo del motivo per cui sono lì,  quando Ale la saluta con un ostentato e crudele Taaampaaax  e la abbraccia con lo stesso trasporto che ha dimostrato per me.
Ne proverei smarrimento se non fosse per quel nome storpiato così vigliaccamente da checca che non posso non notare, e odiare.

Tamara però sembra non farci caso e lo saluta con calore, subito incuriosita dalla nuova presenza. Cioè me.
La sua curiosità mi lusinga.

Mi fa sentire un ragazzo desiderato dalle donne.
Con Tamara la mia mascolinità non è messa in discussione perchè Tamara non pensa o allude al sesso, come mi è capitato qualche volta in discoteca, ma non all'Alibi, dove alla prima palpata mancata, al primo bacio che non c'è stato, le ragazze con cui ballavo mi avevano chiesto, smarrite, ma non ti piacciono le donne?

Tamara mi fa sentire il maschio galante, accetta lusingata i miei complimenti sulla sua mise, mi parla con un sorriso intelligente, svela una mente brillante, si cimenta in conversazione divertita e seducente, tanto che è Alessandro adesso a trotterellarci dietro, troppo preso a trovare un soprannome per me, spero non odioso come quello che ha scovato per Tamara, per accorgersi che ci ha persi.

Poi, non ricordo più come, ci ritroviamo sul 46, gremitissimo, in viaggio per casa sua, lontanissima e fuori mano.
Io e Tamara continuiamo a conversare ma io purtroppo comincio a distrarmi temendo di stare trascurando Ale e che lui possa pensare che a me Tamara piaccia più di lui, proprio come l'ho pensato io di lui nemmeno mezzora prima.

Tamara mi parla, ignara della tresca frocesca che si svolge tra Ale e me.
Ale, infatti, ha intuito la mia preoccupazione e si pavoneggia, proprio come la sera che mi ha fermato all'Alibi facendo finta di riconoscere in me un su ex compagno di scuola e io, che prendo sempre tutto troppo sul serio, gli avevo risposto che non mi pareva...

Mi guarda, da dietro le spalle di Tamara, sovrastandola dal suo metro e ottanta. Mi fa l'occhiolino e mi sorride e io mi perdo nel suo sorriso tanto che devo farmi ripetere una seconda volta quel che Tamara mi sta dicendo sui Frankie Goes To Hollywood.

Quando mi scopro a decidere che Alessandro mi piace e che dopo aver catturato l'attenzione di Tamara, ora vorrei che lei non ci fosse per stare da solo con lui, prima che mi possa fare schifo da solo, Ale ci dice che dobbiamo scendere e mentre corriamo per non rimanere sull'autobus uscendo dalla porta centrale tutti trafelati, improvvisamente siamo tre amici, siamo come Jules et Jim.


(continua)










Rossella Scarlet a Londra

Degli Scarlet Balanga vi parlai diversi anni fa, quando li conobbi per caso, quasi. Quando Augusto mi disse che sua sorella cantava in un gruppo.
Fu amore ...a primo ascolto!

Poi il tempo passa, e io mi distraggo e li perdo di vista. Altri dischi non ne hanno fatti (so far) ma la gente,a differenza mia che giro intorno al mio passato-cadavere senza abbandonarlo mai, va avanti.

(Ri)trovo Rossella Scarlet, leading vocal del gruppo, a Londra.

No, non sono andato a Londra! In un video no?



Nel video Rossella esegue la cover di una delle mie cantautrici preferite, così l'emozione è doppia. Ritrovarla a cantare, con la sua splendida voce, una splendida canzone, rivisitata con gusto personale, di Joni Mitchell, mi ha davvero emozionato. e poi nel video c'è una sorpresa, tutta per me!

Sabato notte mi ha fatto un regalo!
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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