3 agosto 2008

Avant que J'oublie


Final(fucking)mente un film che dà da pensare al Village.
A dire il vero un film inadatto per il village perché è senza musiche di commento, i dialoghi arrivano solo dopo i primi 5 minuti di proiezione e la gente si distrae, chiacchiera, rumoreggia, risponde al telefono (giuro!), fuma.
Quando ad alta voce redarguisco chi è che parla ricordando che "non siamo a casa vostra" e che non è concesso fare commenti, qualcuno, sardonico, commenta che "chiacchierano e basta, mica stanno commentando il film".
Avant que J'oublie è un film complesso, che parla della (con la) cultura implicita e non detta di Parigi, vista dagli occhi di Pierre (interpretato dallo stesso Nolot) un ex marchettaro ormai invecchiato e malato di sida da 24 anni, che ha conosciuto Barthes quando era una "puttana" di 20 anni, è stato mantenuto da un suo vecchio cliente, che, morto, non è riuscito a lasciargli nulla (la famiglia ha messo tutto all'asta nonostante le sue ultime volontà).
Pierre si districa tra una serie di giovani marchettari (uno dei quali sogna di portarlo vestito da donna al cinema) e vecchi amici coi quali ricorda i tempi di gioventù, parla di problemi di salute e di danaro, di marchette più o meno esose (gli extracomunitari chiedono 40 euro, gli altri anche 150) vecchi amori e vecchie marchette, oggi ex galeotti, con figlie che non vedono mai, tra nuove terapie farmacologiche per l'aids, di cui Pierre ha paura per via degli effetti collaterali, teme di perdere i capelli, e uno sprovveduto psicologo freudiano!
I film che si apre con un punto nero su schermo bianco che, prima impercettibilmente, poi sempre più velocemente, si allarga occupando l'intero campo, e si chiude con Pierre vestito da donna, con dei finti capelli neri e lunghi che si pone dietro le orecchie come se fosse un gesto che compie tutti i giorni, accompagnato da uno dei suoi giovani marchettari, mentre fuma una delle tantissime sigarette, prima di entrare nel locale a passi incerti.
Testimonianza di un uomo, di un modo di vivere, quando l'omosessualità non aveva ancora scoperto l'orgoglio gay e trovava modo di essere negli unici interstizi che la società gli lasciava: la prostituzione, la pulsione sessuale priva di una possibilità affettiva, l'affettività che trapelava clandestina e umiliata dal non avere non solo alcun diritto ma nemmeno il modo di essere riconosciuta come tale, piuttosto rimossa, taciuta, negata.
Un modo di vivere, e di essere, sconosciuto ai giovani pédé di oggi, quelli che, iersera hanno visto il film, assieme a tanti etero e a tante lesbiche (alcune delle quali si sono alzate dinanzi la prima scena esplicita di sesso del film...) e quelli che nel film non compaiono mai.
Tanti giovani che ignorano che il mondo fino ieri è stato molto diverso, un mondo senza computer (Pierre scrive rigorosamente con la penna su dei figli di carta sparsi per tutta la scrivania e anche per terra) senza pornografia (i soldi vengono spesi per fare sesso con dei giovani non per vedere sesso posticcio su di un videotape o un dvd), senza tv (ma anche senza cinema), dove la cultura è quella pre massa, pre media, pre consumismo, dove il denaro (maneggiato, accartocciato, tenuto alla rinfusa in tasca, mai in un portafoglio né in un ferma banconote di metallo) serve al suo scopo (Pierre paga le marchette, lo psicologo, il garzone che gli porta a casa la spesa) ma non ha un valore di per sé (E Pierre rimprovera uno dei suoi amici di chiedere il riborso statale per lo psicologo nonostante gli affari gli vadano più che bene...).

Quello che mi sfugge, quello di cui mi piacerebbe parlare con Nolot, è lo statuto della marchetta, nel film, nella sua mente di regista e autore del film, e nella realtà nostra in cui tutti viviamo.

Una marchetta normalmente è un etero che va con gli uomini per soldi, ventenni che si pagano così i cellulari all'ultima moda, trentenni che arrotondano il magro stipendio da precario, uomini che non sanno o non vogliono vivere una omosessualità aperta, dichiarata, esplicita e si barricano dietro le convenzioni sociali, hanno la ragazza, una compagnia di amici etero omofobi, e si diceno che fanno sesso con gli uomini "solo per soldi".
I gay non si prostituiscono. Tant'è che "battere" nel mondo gay non vuol dire "cercare clienti" ma cercare qualcuno che ci sta.
Per questo chi paga una marchetta è ancora più deprecabile perché usa il denaro per uno scopo che potrebbe raggiungere altrimenti (tutti "ci stanno" non solo i gay...).
Quel che non capisco è perché Pierre, bellissima marchetta a 20 anni, a 58 anni debba cercare altre marchette. Perché non trovare un giovane al quale piacciono gli anziani (ce ne sono vi assicuro)? E se cerca uomini e non donne vuol dire che da giovane non era marchetta ma un gay che si faceva pagare... Perchè (se capite cosa intendo dire...).
Di più, dal film sembra che un uomo "anziano" possa fare sesso solo a pagamento. E questo è un modo i pensare etero! Tanti giovani gay sono gerontofili, come tanti vecchi pederasti, e le loro relazioni non sono mediate dal denaro, mentre da etero si pensa che nessuna donna la dà a un vecchio...
Magari potranno sembrarvi domande oziose, o, peggio, senza senso, ma mi piacerebbe leggere cosa ne pensate, voi lurkers del cavolo, che so che leggete questo mio inutile blog, questa mia fiera delle vanità, questo mercato delle mie ecolalie, pubbliche e private, senza pronunciarvi mai.
La parola a Voi.



Avant que J'oublie (Francia, 2007) di Jacques Nolot

la recensione di Libération

2 agosto 2008

Acqua cheta...

...anche sotto i ponti lesbici, stavolta.
Ieri sera, per la solita proiezione di film a tematica al village romano ho visto Puccini for Beginners di Maria Maggenti (vi ricordate Ragazze innamorate?) un film disarmante per il suo essere stucchevolmente borghese.
Scrittrice con un solo libro all'attivo, Allegra, che nonostante non ami restare da sola malvede una relazione fissa che secondo lei cade nelle maglie dell'impegno borghese, lesbica convinta, è attratta da un giovane uomo, Philip, col quale, suo malgrado, intraprende una relazione. Colta da mille dubbi, per compensare, Allegra intraprende una relazione anche con Grace, appena mollata dal ragazzo, in cerca di una storia d'amore alternativa. Il ménage a trois funziona senza che Philip sappia di Grace, e viceversa, fin quando, alla fine del film (che è anche l'inizio, il racconto infatti è in flashback) Philip e Grace scoprono che Allegra li ha traditi... Ah, già, coup de théâtre è proprio Philip il ragazzo dal quale Grace è stata mollata...
Lieto fine inevitabile: Philip e Grace tornano insieme e Allegra si rimette con la sua ex...

Miti orizzonti senza pretese di una newyorchese di mezza età che, a undici anni dal suo film d'esordio, propone un'operina modesta, senza nerbo, nonostante certe velleità culturali della sceneggiatura (che abbonda di citazioni letterarie, ma non filmiche...) che non graffia minimamente nonostante affronti questioni di non poco conto (dal lesbismo come scelta di orientamento sessuale al lesbismo come riappropriazione femminil/femminista del proprio corpo...) e che, alla fine, accetta lo status quo senza minare principi dati per scontati e solo apparentemente messi in discussione.

Molto bella Elizabeth Reaser, nel ruolo di Allegra, che da sola, giustifica la visione del film...
Anche se magari qualcun* (ma non il sottoscritto) preferirà Justin Kirk.


1 agosto 2008

Che senso ha?

E mentre mi impelagavo in una "polemica" spicciola sulle pagine del blog "Progetto Galileo" nel quale avevo commentato un articolo il cui contenuto mi sembrava datato ma a causa delle risposte dell'autore del post sono arrivato a parlare di ben altro (potete seguire il tutto cliccando qui) il governo Berlusconi continua il suo attacco alla democrazia e ai diritti, come ben saprete.
Dai lavoratori a tempo determinato ai fondi per la lotta all'evasione ai contributi per i quotidiani gestiti in cooperativa (come manifesto), Berlusconi, o meglio, Marcegaglia, la vera mente dietro questo governo fantoccio di Confindustria, smantella quello che rimane dei diritti conquistati a fatica in 60 anni di democrazia nella piena e generale indifferenza. E' questo che, ostinatamente, mi lascia basito, l'ignavia di chi non sa cosa andiamo incontro, oppure, al contrario, l'ebrezza di chi crede solo all'autodistruzione per ricominciare da capo...
Che senso ha parlare degli atti di governo nel mio blog? Cosa posso aggiungere a quanto non si dica già sui giornali, tra le persone, quelle poche almeno che ancora se ne preoccupano?
Mi sento svuotato, sento di non potere fare nulla di non avere nulla da dire che non sia retorico, ripetitivo, inutile.
E i post su Mina, su Totò e anche sulle morti celebri mi sembrano un'inutile distrazione, un ripiegare sul privato che è già una sconfitta politica.

Non cerco soluzioni facili e immediate ma spunti di riflessione, ragionamenti che vadano altre ai soliti commenti che finiscono sempre con un "guarda come siamo ridotti"...

Non ho mai avuto la presunzione di scrivere un blog "utile" ma ora mi chiedo che senso ha questo mio scrivere? A che serve? A chi serve?
Mentre il mondo precipita sempre di più in una deriva fascista annunciata evocata e agognata io son qui che mi gingillo e mi illudo migliore di tanti mentre proprio non lo sono...
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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