2 maggio 2026

Il diavolo veste Prada 2 prime impressioni dopo la visione

 


Dopo una campagna marketing aggressiva e pervasiva (quanti reel ci sono capitati sui social...) finalmente ieri sera ho visto The Devil Wears Prada 2. 
Quelle che leggete qui di seguito sono alcune prime impressioni senza la pretesa di essere esaustive o di costituire una vera e propria recensione. 
Come dicono a X Factor l'ordine è casuale e non costituisce alcuna graduatoria d'importanza.

1) Il film è un contenitore VUOTO 

Non si parla di moda, non ci sono meccanismi della moda per quanto semplificati o inventati, nel primo film vedevamo come si faceva uno shooting, come si teneva una riunione di redazione, quali erano i rapporti di potere di Miranda nel "mondo della moda". Stavolta non c'è niente. Il film non ci mostra nulla della moda, nulla. Rimpiangiamo la scena sul maglioncino infeltrito (ti fa ridere?) del primo film.

2) Manca un'idea visiva di regia  

La mdp si muove continuamente come se fosse azionata da un danzatore (o una danzatrice) ubriaco (ubriaca) che non riesce a stare fermo (ferma) un minuto. Forse perchè se la macchina da presa invece di fluttuare nell'aere si fermasse rivelerebbe che il film è un contenitore VUOTO. 

Il movimento dissimula.  


3)  Hollywood non fa più film 
Manca una storia, non c'è accumulo narrativo, non impariamo nulla sui personaggi, che sono dati una volta per tutte nella prima scena i cui compaiono e di lì non cambiano (ricordate il percorso di avviamento di Andy alla moda? Scordatevelo). Più che un film sembra un videogioco tratto dal film dove coi personaggi devi fare qualcosa tipo salvare la rivista dal publico ludibrio

4) Totale assenza di plausibilità psicologica dei personaggi.

I personaggi sono molto più superficiali e improbabili del primo film. Per esempio  il miliardario fidanzato di Emily sembra scritto da un adolescente (non è un maschile inclusivo...) statunitense: improbabile, privo di spessore psicologico, togliendo al film qualunque credibilità. Di più Emily non viene mostrata per le sue capacità lavorative ma è la classica donna realizzata nell'amore. Da vomitare in faccia a chi ha scritto così la sceneggiatura.   

5) IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 E' UN FILM OMOFOBO

Il film racconta il privato di tutti i personaggi tranne Nigel. Sappiamo i compagni di Miranda, di Emily, sappiamo che Andy compagno non ne ha di Nigel non si sono nemmeno degnati di dircelo (e sì che basta una frase detta da Nigel...) Non mi dite che nemmeno nel primo si dice niente su di lui. Il primo film non mostra la vita privata di nessun personaggio (tranne Andy ma il film racconta gli effetti del mondo di lavoro sulla sua vita...) (della vita privata di Miranda lo sappiamo solamente dal punto di vista di Andy...)

6) MIO DIO QUANTO SONO INVECCHIATE. Maryl Streep non cammina più, è lenta, sembra il personaggio de La morte ti fa bella di Zemeckis (Usa, 1992)  dopo che si rialza dalla caduta sulle scale e si muove confusa e incerta. Non è una questione di spetto fisico. Se la Miranda ddi 20 anni fa con la sua sola presenza spostava l'aria con la sua autorevolezza la Miranda di oggi è spostata dall'aria basta uno spiffero per farla barcollare. Lo stesso vale per Andy ed Emily. Sembrano donne paralitiche fatte camminare col CGI (chissà forse la battuta di Miranda fatti vedere da un medico se cammini così strana è una battuta metacinematografica...).

7) Più che un film sembra un reportage da social su vent'anni dopo: cosa è successo a queste donne di potere? E la risposta è sconfortante: quelle donne hanno perso potere e si fanno le scarpe secondo il più misogino e patriarcale luogo comune sulle donne di potere che sono stronze, mentre gli uomini decidono tutto. Se nel primo film queste donne si ribellavano in questo secondo film il problema non sembra porsi.

8) Ci sono riferimenti al politically correct statunitense contemporaneo: Miranda che ha una assistente che ne censura battute e atteggiamenti (Miranda si mette a posto il cappotto da sola, ma perchè nel farlo sembra che faccia una fatica fisica immensa?). 

E' interessante vedere come Runaway è cambiata (il cartaceo vende poco, ormai sono online, etc.) ma sono solo citazioni di corto respiro (proprio come quelle sui social). 

Se il film avesse affrontato questo aspetto con lo stesso spessore con cui  si affronta la moda nel primo film sarebbe stato bello da vedere e il film avrebbe avuto una qualche necessità.

Il diavolo veste Prada 2 sancisce che Hollywood non sa più scrivere nè produrre film e, luogo comune ma purtroppo vero, più soldi hai (100 milioni contro 35 se posso fidarmi di Gemini cui l'ho chiesto)  e meno il film che fai è interessante o ha qualcosa da dire.

Il diavolo veste Prada due è un megaspot di due ore (che però volano) per raccontarti quel film che Hollywood avrebbe saputo fare se a guidarla non ci fossero gli ex bimbi minchia (tutti uomini) degli anni 80. 

Una volta Hollywood sapeva fare una critica  anche  quando faceva una commedia leggiera. 

Vi ricordate il finale di Una donna in carriera di Mike Nichols, (Usa, 1989) nel finale del quale quando  Melanie Griffith sembra avercela fatta e ha un ufficio tutto suo, la mdp la riprende in esterni allontanandosi dall'edificio mostrando come la finestra d'ufficio è una griglia di una prigione della quale è entrata a far parte come dire al di là de lieto fine il film fa una critica politica e sociale?

Nella scena finale del Diavolo veste Prada 2 c'è una scena simile senza però alcun portato critico. QUESTO PERCHE' OGGI HOLLYWOOD E' COME GOEBBELS SE SENTE PARLARE DI CULTURA METTE MANO ALLA PISTOLA. Il diavolo veste Prada 2 è quella pistola...

Hollywood è la mano armata di un capitalismo finanziario criminale e tossico.


5 novembre 2020

Le costellazioni non si addicono alla Tigre


Alla vigilia di un secondo lockdown, le avide e concorrenti Warner e Sony pubblicano una antologica compilation ognuna, dai titoli astronomici di Cassiopea e Orione con il presuntuoso e ridicolo sottotitolo di italian songbook perché ci tengono a sottolineare che è un progetto che continuerà nel tempo, (Mina, che ha compito 80 anni è ottimista), con l'aggiunta di un micragnoso  inedito each, con due copertine identiche, simmetriche e dai colori diversi, riproponendo quattordici brani presi a caso (forse sarebbe il caso di scriverlo con la zeta...) più l'inedito, tutti pezzi molto recenti (tranne Anche un uomo e L'importante è finire), senza una logica apparente.

Due antologie INUTILI, che non permettono di riscoprire la Mina più dimenticata, quella che va da Dedicato a mio padre a Mina® e Baby Gate, dove ce ne sarebbero di capolavori da riscoprire e ci ammannisce invece la produzione più recente con pezzi di pura mediocrità come Compagna di Viaggio L'unica ballerina che avrai, dei quali ci eravamo appena dimenticati e che adesso dovremmo ricominciare a cancellare dalla nostra mente una volta ancora.

Una operazione commerciale spudorata tanto quanto Tutte le migliori, 2017, altro disco ingiustificabile che conteneva, a cas(zz)o, nella sua versione di base*, una scelta arbitraria dei brani tratti da Mina Celentano (1998) e da Le migliori (dell'anno prima), più un inedito (Eva, rimasto orfano di un secondo inedito sul quale non si è trovato l'accordo discografico) più un secondo disco dove ci sono canzoni tratte dai repertori di Mina e Celentano. 
Un disco talmente inutile che la stessa Mina non lo ha messo nella sua discografia ufficiale. Un motivo ci sarà, no?

E pensare che il Mina Fan Club (dovremo iniziare a scriverlo con la u, fan, perché quegli sprovveduti ci fanno divertire da matti...) aveva annunciato questa operazione meramente commerciale come "il consueto album autunnale" (quando di consueto nella produzione discografica di Mina del terzo millennio non c'è nulla di consueto...), facendoci comunque pensare a un album di inediti, poco importa se cover o canzoni nuove, mentre si tratta di una mera, inutile, compilazione.

I due dischi non escono insieme perché, pur essendo entrambi PDU, hanno un distributore diverso. Quindi costano in maniera diversa ma superano comunque  i venti euro l'uno. 

Con un Paese in ginocchio ancora per il Lockdown precedente e con un secondo Lockdown, pur differenziato per zone,  che comincia domani, uno bello schiaffo alla miseria. Più di quaranta euro (sessanta se vuoi la versione col vinile colorato...) se vuoi comperare canzoni che già hai e i due  inediti...

Mi chiedo perché Mina, che spero abbia subìto questa operazione commerciale e non ne sia stata l'artefice, non si sia ribellata a questa imposizione e sì che lei ne ha di soldi, se non da potersi comperare Sony e Warner, da sottrarsi alle dittature delle multinazionali. A costo di distribuire gratis digitalmente sul suo sito il nuovo disco di inediti... invece di colludere con gli squali della industria discografica che speculano su un nome che ritengono ingombrante (un disco di inediti è troppo rischioso per le loro mani corte) andando sul repêchage più inopportuno e sfacciato della storia della discografia mondiale.

E intanto il Mina Fun Club tace...




  
 
* queste tutte le edizioni: 
  • Edizione standard (2 CD): 1 CD di 11 tracce che racchiude il singolo Eva ed i 10 migliori duetti di Mina e Celentano, e un altro CD che comprende 18 grandi successi dei due artisti. Questa versione è disponibile anche in formato digitale.
  • Edizione Deluxe (4 CD): Include i 2 CD della versione standard, più il disco Le migliori del 2016 e Mina Celentano del 1998. Il tutto arricchito da 6 cartoline.
  • Edizione Vinile: 3 LP in vinile nero con brani da "Le Migliori" e una selezione dei loro grandi successi.
  • Edizione Picture Disc: 3 LP, acquistabili singolarmente, contenenti i più bei duetti più l’inedito “Eva” confezionati in busta trasparente con copertine tratte dai disegni.
  • Box Edizione Limitata[4]: 6 LP che includono tutte le canzoni della versione deluxe.

26 marzo 2019

Anche le canzonette pop caro signor Moltisanti richiedono la precisone storica

Mi capita di leggere oggi un articolo del novembre 2018 pubblicato su Rollingstone.it a firma Giorgio Moltisanti, nel quale si propone una classifica di 10 dischi di Mina, a detta dell'autore, considerati "minori" o dimenticati che invece vale la pena di riscoprire.

Non starò certo qui a dirvi se sono d'accordo o meno con la lista dei dischi perché sui gusti non si sputa ma ognuno ha i suoi e i miei sono soggettivi quanto quelli suoi.

Non voglio nemmeno criticare le considerazioni  fatte su quei  dischi che mi sembrano manchevoli di nerbo e di peso critico proporre Maeba, l'ultimo - so far - disco di inediti come disco "sconosciuto" quando  ha fatto parlare di sé come non succedeva da tempo,  sicuramente in questi  anni 10*, mi sembra che minimo discutibile.

Ma siamo ancora nell'alveo delle opinioni e le mie non son meglio delle sue...

Dove però ho qualcosa da ridire è sulla mancanza totale  di precisione e di conoscenza della produzione discografica di Minona nostra.

Nell'incipit Moltisanti scrive

È bizzarro notare come nonostante il passare del tempo, nonostante rimanga statica a una trafila discografica che prevede due uscite l’anno, nonostante perduri la bipartizione che esibisce opinabili brani inediti da un lato e rivisitazioni (più o meno) storiche dall’altro, nonostante il modus operandi così chiuso e immobile si protragga da 75 dischi,

Sono tutte frasi concessive dette per arrivare al concetto che vuole esprimere, che qui non ci interessa, frasi sulle quali non bisognerebbe soffermarsi perché date per scontate e vere.

Invece niente di  più inaccurato,  le due uscite l'anno sono storia recente mentre la bipartizione tra brani inediti e rivisitazioni appartiene all'epoca degli album doppi.

Vediamo.

Dal 1972 (con 1+1) al 1995 (con Pappa di latte) Mina esce con un disco doppio all'anno (ma nel 1972 era uscito anche cinquemilaquarantatre**), due lp,  due dischi diversi, con copertine diverse, titoli diversi, uniti da un packaging creativo (nel 1977 addirittura una busta in tessuto di carta con la sua firma sopra).
Poi, dopo la pausa di Mina live '78 (altro disco doppio, recentemente ripubblicato in cd su disco singolo) Mina continua ad uscire con un doppio all'anno che però mantiene lo stesso titolo, le cui canzoni, tra cover e inediti,  sono sparse tra i due volumi (come si chiamano i due dischi sulle etichette e sulle copertine) in Attila, Kyrie e Salomé e poi si dividono tra primi volumi di cover e secondi volumi di inediti da 25 fino a Pappa di Latte.

Nel 1996 escono sì due dischi  come singoli e distanziati nel tempo, si comincia con Cremona (settembre 96) e Napoli (novembre 96) poi ripubblicati come doppio a Natale dello stesso anno e da allora la formula dell'uscita doppia scompare.

Siamo nel 96 22 anni fa (alla data in cui Moltisanti pubblica il suo pezzo) come dire Storia.

Ecco è proprio la Storia che ci pare manchi a questo articolo, la precisione minima che rende scientifico (informato?) anche un pezzo frivolo come quello in esame (frivolo perché la scelta su cui basare i 10 dischi da salvare e riconsiderare si basa su gusti personali e non su criteri condivisibili o storicamente determinati).

Dal 97 in poi non solo Mina esce normalmente con un disco solo all'anno tranne rare eccezioni (99, Olio e  Mina n°0, 2005 Bula Bula e L'allieva, 2009 Sulla tua bocca lo dirò e Facile) ma ci sono anni in cui non esce per niente 2004, 2008, 2015 e 2017 (quando riesce il disco dell'anno precedente con una scaletta diversa ma un solo brano in più).

Alla faccia delle due uscite all'anno (in realtà una uscita unica di un doppio disco) bipartita tra cover e inediti.
Ci si rifà, ricordandola male all'epoca Emi  finita nel 1995...

Moltisanti  evidentemente ignora i trascorsi recenti della Signora le pressioni della etichetta di distribuzione che si fanno violente anche quando si tratta di Mina (la Sony cui Mina è suo malgrado ritornata dopo un'esperienza di distribuzione indipendente).

Capiamo che questi sono argomenti off topic per l'articolo frivolo che Moltisanti voleva scrivere.

Però non si capisce perché un articolo per  essere frivolo (non c'è nulla di male) deve anche essere inaccurato.

Dice Moltisanti

provando a compilare una piccola classifica delle “perle minori” della Tigre di Cremona, a patto che esistano, che non sia tutto magnifico, dai giorni degli Happy Boys ai vocalizzi per la Tim, si rimane sorpresi della pressoché totale assenza di recensioni negative sulla rete – e ancora meno sulle riviste.        

Ma quando mai?

Le recensioni dei dischi di Mina del dopo ritiro dalle scene (dal 1978) in poi sono spesso  state scritte in punta di penna, con sufficienza portando come giustificazione il confronto con la sua produzione anni 70

Ricordiamo  una critica livorosissima (ed ecolalica a dire il vero) di Mangiarotti per Bau (2006, 12 anni fa, alla data dell'articolo di Moltisanti, di nuovo, Storia) che ebbi modo di massacrare proprio su questo blog

E ci sono tanti altri esempi.

Insomma non ci pare proprio che la critica non abbia mai criticato. Anzi...

Vero è che i e le fan hanno sempre idolatrato  non a caso anche il fan club idolatra e incensa senza alcuna visione critica. Ma sto divagando...

Invece basisco quando leggo  che

alla prima edizione di Ti Conosco Mascherina con copertina apribile e poster neanche fosse un disco dei Jethro Tull, 
come fosse il primo o il più barocco dei packaging. E allora cosa dire di La mina - Minacantalucio (1975) contenuti dentro a un poster che aperto diventava di dimensioni notevoli e riproduceva una mina preraffaelita (non in sintonia con le copertine...)?  Per tacere della copertina apribile che caratterizza tutti i doppi di Mina da Attila in poi, 1979 (da quando cioè il doppio è un disco solo e non due dischi diversi che escono insieme).

Non sono puntigliosità da fan maniaco, ma differenze sostanziali che tradiscono la mancanza di conoscenza da parte di chi scrive. Ma allora io perché dovrei leggere?

Mi esimo dal puntualizzare i commenti ai singoli album (non posso esimermi però dal notare come Kyrie, dopo l'apoteosi di Attila che coronava un percorso musicale anziano nel 1970, rappresentava  per Mina un tentativo di fare qualcosa di diverso per il suo registro musicale, come dimostrano l'elettronico Musica di Anesa e Marino  o tutte le perle di Simonluca che ci restituiscono una mina rock del tutto inedita e innovativa (per i suoi standard si capisce).

Su Mina si dicono sempre tante cose imprecise e questo mi rompe sempre.

Anche perché la memoria storica, la precisione storica, l'affermazione informata sono l'unico viatico per distinguersi in quell'orda barbarica dei commentatori    (e commentatrici) da bar di cui ci ha parlato così bene Umberto Eco...


 


* Caramella è del 2010 e quell'anno appartiene al decennio precedente     
** lo so andrebbe scritto con l'accento ma nel disco è scritto senza e così mi adeguo

26 febbraio 2019

Perché la serie tv "Che Dio ci aiuti" ignora le leggi italiane?

Mi è capitato di guardare Che Dio ci aiuti, il maiuscolo è nel titolo, la serie tv di Raiuno, per caso, grazie a una pubblicità durante la settimana di Sanremo.

Non voglio fare una lettura critica della serie, che, dopo una prima stagione improntata sul giallo e una seconda su situazioni vicine a uno studio di avvocati, è scivolata presto nell'intrico sentimental-popolare nella migliore tradizione delle soap americane,  svolta che il pubblico pare avere apprezzato, a guardare gli indici di ascolto.

Non voglio nemmeno fare una critica sull'ambientazione in un convento di suore. Anzi alcune semplificazioni sul personaggio di suor Angela  infastidiscono me, uomo laico, per mancanza di rispetto nei sui confronti come il fatto che suor Angela non indossi alcuna cuffia quando si toglie il velo, mostrando i capelli quando se lo toglie, anche davanti alle ragazze del convitto e, peggio, agli uomini, una forma di intimità enorme che m'offende.  Il fatto che non tre leggerezza non venga percepita come una mancanza di rispetto del personaggio suora dimostra la superficialità con cui in questo paese si professa la religione cattolica...

Pur non volendo fare una lettura critica a una serie che non sarebbe dispiaciuta alla Democrazia Cristiana, non posso tacere di alcune semplificazioni ideologiche al limite del reato che compaiono qua e là nei vari episodi, accidentalmente per motivi di trama ma, a guardare in tralice, per una visione del mondo italiota e omertosa.

Così nel primo episodio della quarta stagione scopriamo che Azzurra, uno dei personaggi, quando  aveva 15 anni ha abbandonato la sua bambina appena nata, sentendosi per quello un mostro, come confessa in lacrime a Suor Angela (Elena Sofia Ricci, motivo principale per cui guardo la serie), quindici anni dopo.

Adesso che Suor Angela debba essere accogliente e non giudicante va da sé (magari fossero così tutte le suore del mondo reale...), ma che lei, proprio perché donna di chiesa, non ricordi in qualche modo che  non c'è bisogno di abbandonare le neonate (e i neonati)  perché la legge italiana consente a qualunque donna, anche straniera non regolare, di non riconoscere il figlio o la figlia appena nate e di darle in adozione, ha dell'incredibile.

Capiamo che chi ha scritto l'episodio ha pensato che le lacrime di Azzurra per considerarsi una donna mostro siano più interessanti di qualunque veridicità legale ma ogni serie tv contribuisce a rielaborare l'immaginario collettivo informando ...o disinformando.

L'immaginario collettivo  di Che Dio ci aiuti è fermo agli anni 50, quando la donna era sotto il capo famiglia, non poteva divorziare non poteva nemmeno abortire.

Non è una nostra malizia ma un modus operandi della serie.

In un altro episodio Davide, la voce narrante della terza stagione, nel telefilm un bambino di 9 anni, si riferisce al matrimonio come a una cosa che dura tutta la vita, come se in Italia non esistesse il divorzio.

In un altro episodio, sempre della terza stagione, una donna compra un farmaco non per uccidere il marito in coma, come sembra, ma per procurarsi un aborto perché si è appena scoperta incinta.

Come se in italia non esistesse la 184...

Il fatto che si è scelto l'aborto solo per un  colpo di scena sul vero uso del farmaco non giustifica l'omissione di una legge dello Stato. Cioè di un diritto delle persone.

Che sia stato fatto scientemente o per leggerezza l'universo descritto da Che Dio ci aiuti è pericolosamente mendace, contribuendo a rivitalizzare quell'immaginario collettivo che piaceva tanto nel 1956 all'allora sottosegretario alla cultura Oscar Luigi Scalfaro secondo il quale i film dovevano  dare al pubblico un senso di riposo dopo le fatiche della giornata, che lo interessi e diverta in modo semplice, senza creare il tormento di complicati stati d’animo*.

Il pubblico italiano, almeno quello di Raiuno, deve rimanere ignorante, monco nei suoi diritti, e, ça va sans dire, disgustosamente eteronormato.

Ma questo è un altro discorso...


*in Fernaldo Di Giammatteo, Lo sguardo inquieto Storia del cinema italiano 1945-1990, La nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1994

12 dicembre 2018

"Direttora", perché?

E' dai tempi del liceo che cerco di evitare l'uso sessista della lingua da quando lessi il prezioso, indispensabile, fondamentale lavoro di Alma Sabatini (ed Edda Billi)  che mi fece capire che facevo bene a usare il nome proprio se dovevo differenziare il sesso di una persona invece dell'articolo la davanti al cognome (Virginia Raggi e non la Raggi) come scrivevo nei temi (e per fortuna nessuno mi correggeva).

Dico cerco perché non è facile uscire da certe consuetudini linguistiche che sono talmente radicate nella lingua (pur non essendo regole) che talvolta è impossibile sottrarvisi  con eleganza.

La difficoltà non mi ha mai trattenuto dal riconoscere la necessità di lottare lo status quo, a differenza di molte altre persone che la interpretano  come il segno che lo sforzo non va nemmeno tentato.

Per fortuna che alcune parti di questa lotta sono facili e la lingua, nonostante il suo sessismo storico, ci venga incontro.

Così nel caso dei nomi di professione le regole grammaticali sono chiare e ammettono, anzi, impongono (nel senso che l'accordo del genere grammaticale è obbligatorio) il femminile nei nomi di professioni, anche in quelle  storicamente lasciate agli uomini, da sindaca ad avvocata, da ingegnera a  medica, anche dottora, da preferire a quel dottoressa formato col suffisso derivazionale
 - essa troppo carico di significati negativi per poter continuare ad essere usato. Sabatini suggeriva anche professora, ma Cecilia Robustelli, più pavida e cauta di Sabatini, accetta professoressa (e non me la sento di darle torto) e poetessa (e qui sì non sono d'accordo, e preferisco seguire l'uso epiceno che ne fa Sabatini, e anche Edda, che si definisce una poeta) mentre  io uso come parola epicena anche studente che mi permette di scrivere un accettabile gli e le studenti invece del meno coinciso gli studenti e le studentesse.

Mi capita oggi di leggere sul sito della casa editrice Icobelli  nel quale si parla di un incontro con Edda Billi per presentare il  suo ultimo libro di poesie Donnità la parola direttora al posto di direttrice.

E me ne dolgo, perché si tratta di un femminile sbagliato.

Sbagliato non in quanto femminile, beninteso, ma nella sua morfologia.

Direttore infatti non è un nome maschile che finisce in - e il cui femminile va in - a come nel caso di infermiere infermiera. 

Direttore finisce in - tore e il femminile dei maschili in - tore i - trice.

Con diversi altri esempi  ben radicati nella lingua.
Aviatore Aviatrice.    Puericultore puericultrice. Pittore pittrice.

Quindi Direttore Direttrice. Perché allora direttora?

Scopro che non si tratta di un passo falso grammaticale ma di una scelta voluta.

Come riportato nella  nota chiarificatrice (non chiarificatora) dell'Accademia della Crusca, il femminile in - ora invece che in - ice dei maschili in - ore , in uso nel 1800 con connotazioni classiste(1), è stato usato  negli anni '90 dello scorso secolo per distinguere una donna direttore di giornale (direttora), come nel caso in cui l'ho trovato usato io, dalla donna dirigente di scuola media (direttrice).

Lascio all'Accademia le considerazioni grammaticali e lessicali che sconsigliano questo uso morfologico.

Di mio aggiungo qualche considerazione politica.

Dire direttora di giornale perché direttrice può essere confuso con il ruolo di direttrice scolastica diffonde, propala un classismo e, a ben vedere, un maschilismo irricevibili.

Che molte donne rifiutino il femminile del nome della loro professione è risaputo, a cominciare da Camusso che si fa chiamare segretario e non segretaria, perché nell'immaginario collettivo la segretaria è quella di un ufficio.

E allora? Che male c'è a essere scambiate per segretarie di ufficio? L'esigenza di smarcarsi da quelle segretarie non tradisce forse  una visione classista del lavoro?
Io non sono quella che  lecca il francobollo prima di metterlo sulla lettera. Io sono quella che la lettera la scrive. 

Io non sono una donna che manda avanti una scuola piena di ragazzine e ragazzini io dirigo un giornale.

Fin qui sul classismo, che spero, sia evidente(2).

Un po' più sottile il maschilismo.

Mi chiedo se a dare fastidio alle ...direttore e alle donne segretario  non sia tanto di essere scambiate con persone dalle  mansioni "di minor prestigio" (ammesso e non concesso)  ma dia piuttosto fastidio  di essere scambiate con donne che hanno mansioni da femmina, mansioni di cura considerate accessorie, di sostegno al maschio storicamente l'unico a poter accedere a quelle cariche.

Io non faccio un lavoro da femmina faccio un lavoro da maschio.

Ecco cosa ci leggo io infondo al classismo che porta una direttrice di giornale a smarcarsi da una direttrice di scuola.

Non è più una questione  di percepire il femminile come sminuente rispetto al maschile come nel caso di alcune  ragazze neolaureate che si rifiutano di essere chiamate ingegnera e vogliono essere chiamate ingegnere (ho dovuto lavorare il doppio di un uomo per dimostrare di essere capace e ora non mi date quel nome di professione ma me lo cambiate perché sono donna ???).

E' proprio questione di non voler essere annoverate tra le persone che svolgono funzioni storicamente percepite come femminili.

Però  così facendo invece di dimostrare sbagliata l'idea che esistano lavori maschili e lavori femminili ci si smarca dai lavori femminili considerandoli sempre e comunque inferiori o di minor prestigio degli altri.

Una preoccupazione tutt'altro che femminile e tantomeno femminista.

Viva le segretarie e anche le direttrici. Di tutti i tipi.


(1) Giuseppe Meini nella Prefazione del 19 marzo 1879 al Dizionario di Tommaseo Bellini: “(XXXV) Come l’uso talvolta si svincoli dalle norme generali, lo dicono i femminini in ice, nei quali traduconsi i mascolini in ore, quando trattasi d’azione da potersi applicare alle femmine. Se non che, nel linguaggio familiare, taluni in quella vece finiscono in ora, come stiratora, tessitora; e anche queste eccezioni possono servire alla proprietà, distinguendo, per esempio, la povera tessitora che campa dell’onesta fatica delle sue mani, dalla dottoressa tessitrice di versi, e dalla galante tessitrice d’inganni” cit.  Accademia della crusca 

(2) In realtà ci sarebbero da fare ben altre considerazioni sulla segretaria che nel nostro immaginario collettivo ha una duplice figura. O la giovane avvenente fonte di prestazioni sessuali, o la donna anziana sessualmente non  desiderabile che garantisce professionalità.

30 marzo 2018

Carla Palmieri: quando la traduzione diventa omofoba e antistorica




Sto leggendo The Diary of a Bookseller di Shaun Bythell.

La traduzione letterale del titolo recita  Il diario di un venditore di libri che in italiano (sto leggendo la traduzione di Einaudi) diventa Una vita da libraio.

La traduzione è di Carla Palmieri. Traduzione sulla quale ho molto da ridire.

Sono anzi così infastidito che credo restituirò il libro e leggerò quello in originale.

Perché direte voi? Cosa ha scatenato, stavolta, l'ira di Paesanini?

Questa persona sprovveduta che millanta di essere traduttrice (ma non lo è)  ha deciso (ce lo spiega in una nota del testo da lei tradotto) che "per comodità di lettura si è scelto di tradurre anche i titoli dei libri che, come questo, non hanno mai avuto un'edizione italiana".

Adesso, cosa si fa di solito quando c'è un titolo in lingua straniera di un testo non tradotto in italiano?

Si fa la traduzione letterale, come ho fatto io per questo libro, fregandomene dell'italiano, cercando di  rimanere più fedele al significato del termine originale (altrimenti avrei dovuto tradurre bookseller con libraio e non con venditore di libri...).

La traduttrice peciona ci prova a mantenere la traduzione letterale ma la tradisce una certa velleità di autrice.

Così Three Fever di Leo Walmsey diventa, nella sua traduzione, Le tre febbri  e perché no Tre febbri?  

 lei traduce in italiano e deve dimostrare  di saper scrivere bene in italiano, mica di essere una brava traduttrice, che non è.

In ogni caso la pensata è davvero infelice, perchè se voglio cercarmi il libro sulla rete devo fare la traduzione all'inverso.... Quindi non si capisce per la comodità di chi...

Poche pagine dopo  la disgraziata non ce la fa proprio a mantenere la traduzione letterale e traduce il romanzo Gay Agony di A. H. Manhood con un discriminatorio e omofobico Angoscia sull'altra sponda. 

La traduzione letterale di Gay Agony è Felice Agonia, perché negli anni 30, cosa che sfugge alla deficiente (nel senso letterale del termine, che manca  di qualcosa, nella fattispecie delle necessarie competenze storico-linguistiche da traduttrice) quando Menhood scrisse il libro nel 1930, il termine gay, in Inghilterra non significava ancora omosessuale (non lo dico io lo dice Peter Acroid in Queer 
 City) ma felice.

La malizia di Bythell che accenna al significato contemporaneo di gay sta dunque nella comicità a posteriori di quel titolo (visto tra l'altro che il romanzo è annoverato in una  collezione di libri di  teologia...) considerando che il significato di Manhood è, anche, virilità.

Una traduzione più in linea col testo sarebbe stata dunque Gaia agonia.

Certo non il discriminatorio altra sponda che è buffo solo nella mente omofoba della deficiente (sempre nel significato letterale) ma è comunque u altro titolo...

A questo genio dell'omofobia vorrei chiedere, cara deficiente - sempre nel senso letterale del termine - come diavolo faccio a risalire al titolo originale del libro se tu non mi fornisci la traduzione letterale, l'unica che ti è concesso tradurre visto che il libro è inedito in Italia, ma una tua personale, ecolalica, discutibile traduzione?

Naturalmente la responsabilità va soprattutto all'editore che ha pubblicato la traduzione così com'è.

Carla Palmieri VERGOGNA!!!




25 marzo 2018

L'Ansa, il sessismo ce l'ha nel sangue...


Durante i corsi tenuti per l'ordine dei giornalisti (lo so, sol al maschile, ma si chiama così), i miei inviti a scrivere in maniera meno sessista vengono combattuti con pervicace esistenza che malcelata una smaccata ostilità al menomo cambiamento.

La motivazione più ricorrente (spesso sostenuta anche dai colleghi e dalle colleghe che siedono con me dietro le scrivanie di chi il corso lo tiene) è la brevità, soprattutto per i titoli, e l'eleganza di una lingua meno ripetitiva e più stringata.

Per onestà intellettuale non posso nascondermi che non credo affatto ala buona fede di chi, per mille motivi, resiste al cambiamento.

Certo l'esigenza di titoli coincisi è un'argomento vero e problematico, ma tutta la ricerca di una lingua non sessista lo è pur non esistendo (quasi) soluzioni definitive non per questo non vale nemmeno la pena tentare.

L'Ansa mi aiuta a dimostrare la malafede di questa giustificazione.

Lucia Manca pubblica un articolo nel quale definisce la neoeletta presidente del senato Maria Elisabetta Alberti Casellati avvocatessa, invece del più corretto avvocata, sostantivo ripreso anche nel sommario.  


Eppure avvocatessa (11 lettere) è più lungo di avvocata (8 lettere).

La concisione non giustificava la rinuncia a qualunque attenzione al sessismo della lingua, anche quello non volontario?

Allora perché quel sostantivo "più lungo"?

Il suffisso derivazionale "essa" è stato una modalità diffusa per generare nomi professionali femminili dai corrispettivi maschili due in particolare, dottoressa da dottore e professoressa da professore, ancora attestati a pieno titolo nella lingua italiana del 2018.

Nemmeno il sottoscritto osa suggerire di declinare questi due femminili in dottora e professora, come qualunque altro normale sostantivo di seconda classe (sulla falsariga di infermiere-infermiera,  ingegnere-ingegnera), come pure, ce ne sono, tintora da tintore.

Questo suffisso era ritenuto  normale  dalle grammatiche ottocentesche (la Sintassi italiana di Raffaello Fornaciari del 1881) e seguiva il calco dei femminili delle cariche nobiliari (Barone, baronessa etc.).

Semanticamente quel suffisso specifica,  però, non già il sesso femminile della persona che esercita la professione, quanto, piuttosto, il fatto di essere la moglie di. 

Ancora nel 1938 Bruno Migliorini intendeva presidentessa come "la moglie del presidente" (fonte Accademia della Crusca).

In una società dove la donna ancora nemmeno votava figuriamoci se aveva accesso alla carriera professionale il problema dei nomi professionali al femminile era sentito con una certa eccezionalità che il suffisso essa rimarcava con giusta enfasi.

L'impiego del suffisso si è diffuso ben al di là dell'esigenza grammaticale, laddove infatti ci sono nomi di professioni  che derivano dal  participio presente dei verbi e non variano morfologicamente il  genere, la determinazione semantica del quale deriva dall'articolo che li precede (il dirigente - la dirigente) o nel caso dei nomi, in molti di questi casi si sono adottate forme non necessarie con il suffisso derivazionale essa presidentessa, avvocatessa, vigilessa, per sottolineare,  non tanto, o non solo,  l'eccezionalità di quelle carica, ma, in fondo, a saper  vedere tra le righe, anche, se non soprattutto,  la velleità di quella carica, di quella professione.

Avvocata, checché ne dica il sito Treccani, è l'unica  forma corretta del maschile avvocato mentre avvocatessa, nel 2018, contiene un che di scherno.

L'uso fattone nell'articolo Ansa, non è allora casuale, ma voluto.

Maria Elisabetta Alberti Casellati viene presentata in tutto l'articolo prima ancora che come professionista, come avvocata, come donna.

Per Lucia Manca è fondamentale, già nel primo paragrafo, invece di  ricordare la carriera politica della neo presidente del Senato (ricordando per esempio che pur essendo una ortodossa del berlusconismo ne è stata anche una voce critica, come riporta il corriere)   reputa necessario informare chi la legge che



E'così necessario informarci sul fatto di essere nonna, addirittura nella seconda frase del primo paragrafo?

L'articolo si conclude con una chicca


Curata nell'aspetto.

Vi immaginate a usare tali considerazioni per un uomo?

Pare di stare a leggere i resoconti sulla mise delle 21 deputate  (su 556) della Costituente nel 1946...

Adesso va bene criticare la statura politica di qualcuna, ma farlo basandosi sul fatto che è donna non fa onore a nessuno e nessuna.

O no?
 

24 marzo 2018

Mina, l'icona


Ricorrono i 40 anni dall'addio alle scene di Mina, siglato dai concerti dell'estate 1978 registrati album usciti quello stesso autunno.

Un addio mai davvero definitivo (Mina continua a "comparire" in radio, sui quotidiani e i settimanali, per tacere di Mina in studio del 2001) ma comunque fondamentale per una cantante: niente più concerti, niente più partecipazioni televisive o cinematografiche, niente.

Nell'iconosfera a cavallo tra due millenni Mina riesce  però a mantenere viva una riconoscibilità visiva normalmente consegnata alle icone immortali perché decedute e dunque immutabili.

I tratti fisionomici della signora Mazzini (il naso aquilino, i nei sulla guancia destra, gli occhi privi di sopracciglia, le mani che volano sul viso e intorno) sono immediatamente riconoscibili come il basco del Che e la capigliatura bionda di Marilyn.

L'iconizzazione del volto di Mina non è costruita sulla cancellazione del suo volto di dopo come nel caso di Garbo (Greta, non il cantante) che si è sottratta a qualunque foto da una certa età in poi, di fatto scomparendo.

Dopo l'addio alle scene di Mina abbiamo continuato a vedere  foto ufficiose e rubate, foto nelle quali era grassa, dimagrita, sorridente, infuriata, col doppiomento, senza, complice certa  stampa scandalistica che ha continuato a massacrarla (un aborto spontaneo e un tentativo di suicidio tra le invenzioni, disgustose, di Stop negli anni 80).

Ci sono  poi  le copertine dei suoi album  nelle quali, accanto a immagini bizzarre (alle quali ci ha abituate da sempre, dalla scimmia del 1971 ai cerchi concentrici di Cinquemilaquarantatré) Mina ha declinato il suo volto nelle forme d'arte più varie,  dalla barba di Salomè alla cinepresa di Sorelle Lumière passando per una delle migliori copertine, non solo sue, ma in generale, che è la testa calva di Attila cui l'aliena di Moeba è in qualche modo discendente.

L'assenza di Mina dalle scene non è mai stata silenziosa, e non solo per i dischi che ha continuato a sfornare a cadenza annuale finché la distribuzione non ci ha messo lo zampino  mettendo fine fine  uno dei Guinness mai eguagliati né  mai riconosciuti: dal 1964 anno del primo lp sino al 2003 Mina ha pubblicato almeno un lp all'anno, con punte di tre, dischi di brani di nuova incisione, tra cover e inediti, una prolificità che non ci risulta sia stata nemmeno lontanamente sfiorata  da chicchessia(1).

Nonostante  la sua assenza fisica Mina ha continuato ad abitare il mondo dell'immagine diventando l'icona di se stessa, o, meglio, scomparendo come personaggio fisico e rimanendo ufficialmente riconoscibile solo in icona.

Ogni foto rubata (anche le immagini video di Canale Cinque che la riprendono mentre chiama sguaiata suo nipote Axel - Aaaaaaaaaaaaaxxxeeeeeeellllllllllll - sicuramente da lei autorizzate) conferma e rimanda all'immaginario ufficiale,  quello del suo volto sempre uguale a sue stesso non perché immutabile,  imperituro ma perché trasfigurato  da un'aura di minosa iconicità  che lo rende sempre omologo. Mina capovolge i rapporto tra immagine concrea e icona.

Non è l'icona a confermarsi all'immagine reale è quella reale a essere riconosciuta come Mina perchè conforme all'icona.

Ogni immagine di Mina è una declinazione diversa di certi tratti inconfondibili tramite i quali la riconosciamo sempre, per il resto c'è il nome.

La mina iconica  esiste e resiste  perché è il minimo comune denominatore di una Mina altrimenti camaleontica, mora poi bionda, magra, magrissima poi muliebre  (parlo della mina prima del ritiro dalle scene).

Nel presentarsi icona identica a se stessa Mina riafferma la sua continua e continuata presenza nell'immaginario collettivo italiano (2).

Dalla pasta Barilla degli anni 60 alla cedrata massoni dei 70  mentre si fa testimonial di prodotti commerciali  Mina colonizza le pubblicità con la sua presenza fisica e musicale, di cantante e di canzoni, complice un format pubblicitario che distingueva l'intrattenimento dal messaggio meramente pubblicitario.

E' in questi anni che Mina affina e definisce quei tratti distintivi dell'icona una icona così potente da potersi permettere una copertina con la foto di una scimmia e il suo nome.

Dopo l'addio alle scene la presenza in icona di Mina non è quasi mai  legata alla promozione di un album da "vendere".

Mina con la sua presenza iconica "vende" (conferma) l'icona  non qualche suo disco.

Le pubblicità fatte anche dopo l'addio alle scene non sono mai state  per i suoi dischi ma per qualche prodotto.

Anche negli anni della tv commerciale (non di Stato) Mina ha usato i format pubblicitari lunghi, quelli dello sponsor, dove non si fa direttamente pubblicità del prodotto ma è quel marchio che si lega a lei creando l'evento.

Fu così per Wind  nei primissimi anni 2000 (con tanto di due Ep  prodotti ad hoc, uno solo dei quali, chissà perché, entrato nella sua discografia ufficiale), è stato così più di recente per Fiat (anche lì con uscita di un singolo con la canzone usata come "brano" più che come Jingle) e poi di nuovo per Barilla.

E così che Mina, nel 2018, si traghetta verso l'ottuagenario (il prossimo 25 Marzo compie 78 anni, auguri!) con quella che, in superficie, è solamente una operazione promozionale ma che, a ben  vedere, è qualcosa di più e, soprattutto, di completamente diverso.

Durante le 5 serate di Sanremo 2018 Mina inanella altrettanti spot per la Tim nei quali non appare solamente in voce e in canzone, come per l'anno precedente,  ma anche visivamente, prima timidamente, ritratta da dietro, e poi, per la serata finale del festival, in una apoteosi digitale che la vede piombare sul palco dell'Ariston.

Il meccanismo narrativo è semplice e furbo  allo stesso tempo. Mina è un'aliena che giunge da un'altra galassia e, per arrivare in tempo all'Ariston si scarica  come avatar all'Ariston cantando la cover di  Another Day of Sun.

Un essere alto tre metri dalle testa conica (già vista nelle serate precedenti) con il volto  e le mani e le braccia inconfondibilmente di Mina. 

Il riferimento iconografico è alla copertina di Piccolino del 2011 ma l'interessante è il rapporto tra aliena e la sua immagine scaricata, che istaura un elegante e riuscitissimo parallelo;  Mina in carne ed ossa sta alla sua icona proprio come l'Aliena sta alla sua  proiezione olografica.

L'aliena  non è scesa sul palco dell'Ariston in carne ed ossa (o di quel che è fatta in quanto aliena) ma come immagine. 

Proprio come Mina che continua a calcare le scene da icona.

Un aliena\Mina in immagine tramite la quale la donna e la cantante Mina riesce a proporsi in maniera credibile col sembiante di sempre
 iconizzato negli  anni 70)  anche  50 anni dopo.

L'aliena Mina è altamente riconoscibile e la sua somiglianza non confonde ma conferma.

Mina riesce a non invecchiare non perché sconfigge l'invecchiamento i cui segni  minimi ma evidenti si fanno sentire anche nella sua voce che non può -  per ovvie ragioni organiche -essere la stessa di 50 anni fa anche se si è mantenuta straordinariamente bene.

A Mina non interessa rimanere giovane, Mina riesce credibile nella versione aliena perchè la sua forza e la sua icastica autorevolezza le permettono di approntare un dispositivo iconico che è  riconoscibile e riconosciuto dal pubblico, ancora.

Paradossalmente una Mina invecchiata e più aderente  all'immagine concreta della donna di oggi, qualunque essa sia, non sarebbe  plausibile, perché non conforme ai segni iconici che non possono che  essere quelli  riprodotti sempre uguali a se stessi.

A differenza di tutte le donne dello spettacolo che sono ricorse alla chirurgia plastica per apparire giovani, risultando deturpate da mascheroni costruiti dal bisturi di chirurgi misogini e criminali, Mina è riuscita a bypassare l'invecchiamento perché la riconoscibilità è nei tratti iconici noti e, bien sur, nella sua voce.


Stavolta però Mina chiude il cerchio.

La sua presenza autoiconizzante a Sanremo diventa l'involontaria anticipazione del nuovo disco Moeba  annunciato i primi di Marzo nel quale l'aliena iconica di Tim campeggia in copertina.

Così non solo Mina più che testimonial di Tim è l'evento di cui Tim è occasione, ma l'intera operazione diventa a sua volta prodromo pubblicitario di un suo disco.

E anche in questo Mina detiene un primato da Guinness, credo sia infatti l'unica artista che venga pagata per fare pubblicità a un suo disco...

Certo chapeau agli e alle esecutive dei progetti pubblicitari ma  l'amor che move il sole e l'altre stelle  è lei, una urlatrice che sovvertì il panorama ingessato della musica italiana e che, 60 anni dopo, sta ancora lì avendo musicalmente ancora molto da dire Moeba lo dimostra in maniera sorprendentemente efficace.

E pensare chi le chiama solo canzonette...    














1)  I frocetti misogini e saputelli che pretendono che Mina abbia fatto  un disco nuovo ogni tanto riempiendo il mercato di compilation di suoi brani anni 60 si informino meglio: Mina non ha il controllo dei brani anni '60 e non è responsabile  di quelle compilation che costituiscono una discografia parallela e ufficiosa.

2) Quale contenitore mediale migliore del Festival della canzone italiana da lei frequentato anche molto dopo  le sue apparizioni come cantante che si limitano al biennio 61-62 ?  Dalla sigla di Sanremo 84 con Rose su Rose al Nessun dorma presentata a Sanremo 2009 come lancio pubblicitario del suo album melomane Sulla tua bocca lo dirò). 


11 agosto 2017

I remake, i reboot e il dovere di indignarsi (a proposito di un articolo su wired di Lorenzo Fantoni)

Leggo su wired un articolo di Lorenzo Fantoni nel quale il nostro in sostanza dice che chi critica un remake forse esagera. 
Articolo forse è un parolone perché Fantoni si limita a dire, senza dimostrarlo, che se non ci piace un sequel
 siamo liberi di tenerci strette le nostre memorie e andare avanti.
Un po' come dire taci e non rompere.

Ora i remake e i sequel ad Hollywood (perché è di quella industria culturale che si parla) ci sono sempre stati
A volte erano gli stessi registi a farli a distanza di anni. Uno dei miei film preferiti, Angeli con la pistola (Stati Uniti, 1961) di Frank Capra è il remake di Signora per un giorno (Stati Uniti, 1931) dello stesso regista.
Il remake è uno strumento commerciale del cinema hollywoodiano da sempre.

Quindi figuriamoci se il motivo per cui si storce il naso è perché un film viene rifatto.

Non è nemmeno una questione di gusto.

Il seguito di Ghostbusters (Stati Uniti, 1984) di Ivan Reitman potrà piacere di meno ma è una operazione commercialmente legittima che cerca di inserirsi nel solco del film capostipite.

Lo stesso vale per i tre prequel di Guerre Stellari che possono non piacere ma sono film che hanno bene in mente i film predecessori e ne costituiscono un omaggio, poco importa quanto riuscito.

Ma i film che l'articolo di Fantoni cita (a dire il vero solamente nel sommario, senza riprenderli nel corpo del testo) come Jumanji vanno ben al di là del remake.

Infatti nemmeno di remake si tratta in effetti ma di reboot.

Reboot è quando spegniamo e riaccendiamo il pc perché qualcosa non andava, è un modo per cancellare il passato e ricominciare da capo, facendo finta che il passato non esista.

E' quello che è stato fatto con 007 o con Star Trek, dove i personaggi e le situazioni sembrano uguali ma si muovono senza tenere presente il passato, i film precedenti, la loro memoria storica.

Non è affatto vero come pretende Fantoni che
L’uscita del nuovo Blade Runner non obbliga ogni spettatore a rigare i DVD della Director’s Cut 

Non è che il film lo chiede a noi pubblico.

Lo fa direttamente di per sé, pretendendo di essere un primo film, ignorando quello precedente.
Quello che non fa nessun remake.


Jumanji di Jake Kasdan (Stati Uniti, 2017) ha in comune con il Jumanji di Joe Johnston (Stati Uniti, 1995) solamente il titolo.

Non si rifà lo stesso film ma ci si arroga la presuntuosa convinzione di poter fare qualcos'altro a partire da...

In barba alla memoria storica, in barba al fatto che un film con quel titolo già c'è anche se è stato fatti 22 anni prima.

Ecco di cosa si tratta. Di cancellazione della Storia del cinema. Come se il film fosse un qualunque prodotto da vendere.
Invece i film sono cultura e cancellarne la memoria storica è sempre molto pericoloso. I nazisti cancellavano la cultura... Altro che nasi storti!

Sarebbe come far uscire un romanzo e chiamarlo La divina commedia ignorando quella di Dante.

Ti riderebbero tutti in faccia per la presunzione.

Perché, signor Fantoni, non possiamo farlo anche per i film?






10 dicembre 2016

Le migliori di MinaCelentano: la musica, il disco, il packaging e il commercio.

L'ho comperato appena uscito, l'11 novembre, un mese fa.
29,99 euri da Feltrinelli (adesso è sceso a 23,99), perché dovevo averlo subito, anche se su Amazon costava 22,99 ma come aspettare? Non ho minimamente pensato che su Spotify fosse già disponibile all'ascolto (dopotutto avere significa prima di tutto ascoltare).
Mi sono sorpreso della mia sprovvedutezza. Non è tanto dei 5 euri che mi sono rammaricato ma dalla mia mancanza di oculatezza.

Anche se certamente non sono più i tempi che l'uscita di un disco di Mina mi induceva a fare sega a scuola perché non potevo certo aspettare il pomeriggio per ascoltare il doppio (all'epoca i dischi di Mina erano doppi) dovevo ascoltarlo SUBITO, nell'atmosfera irreale e solitaria (nonna ormai non c'era più...) della casa alla mattina, col leggero senso di colpa di essere a casa mentre mamma e mia sorella no che tradiva però anche una leggera punta di autocompiacimento...

Il disco era Italiana e l'anno il 1982... Storia, ormai.

Le migliori l'ho comprato al rientro a casa di una giornata normale di lavoro, all'ora di pranzo, ed è stato un ascolto affaticato da limiti di software.
Ormai la mia musica è tutta online, non ascolto più nemmeno i giga di musica che ho sul pc, figuriamoci le migliaia di cd che ormai espongo nei benni solo per bellezza avrebbe detto mamma.

Non so nemmeno quale programma usare per ascoltare il cd dal pc, l'impianto stereo è dismesso da anni, anche se dovrei ripristinarlo per digitalizzare tutti gli Lp, e sono tanti, che sulla rete proprio non ci sono, perché sula rete trovi moltissimo ma non proprio tutto: Dana Valeri in Italiano, Ipertensione dei Daniel Santacruz, It's a horse of a different colour di Marisa Sacchetto (non mi correggete su quel colour, l'errore è nel titolo del disco), tanto per citare i primi tre che mi vengono in mente, proprio non ci sono.
Per cui sono lì ad ascoltare ogni brano individualmente perché il software che legge il cd sclera e non riesce a rispettare la sequenza originale dei brani (porc, vaff, putt!?!?!).
E' allora che mi accorgo che Le migliori è su Spotify dove FINAL - fucking - MENTE posso ascoltare l'album nella sua sequenza originale (quei 10 euri al mese che do a Spotify sono i soldi meglio spesi del mio portafoglio).

L'edizione  Deluxe è però molto deludente.
Il suo piatto forte, quel secondo cd che nella mia immaginazione fantasiosa post adolescenziale dovrebbe contenere chissà quali meraviglie, magari gli altri 8 (ma mi accontenterei anche di sei) brani che dovrebbero pareggiare il conto di quella ventina che tutta la stampa preconizzò annunciando la prossima uscita del disco (altro che una ventina di brani più qualche cover, il disco contiene solamente 12 brani, due in più rispetto i 10 di MinaCelentano del 98).

Invece il cd numero due è una truffa, una fuffa, una presa per i fondelli, contiene una fintissima, manipolatissima e marginalissima selezione audio di Mina e Celentano che ridono e si divertono mentre incidono il disco (che poi non hanno inciso insieme ma ognuno comodamente e separatamente nello studio di registrazione proprio...).
Non basta sfottere i fan più facoltosi (le fan più facoltose), li devi (le devi) pure disinformare illudendoli (le) di qualcosa che non è successo (l'unico quotidiano che ha avuto il fegato di dirlo, senza rendersi   conto del portato di quanto andava dicendo, è stato manifesto).
Almeno per Piccolino l'edizione deluxe conteneva altri 4 brani, tra i quali, in my opinion,  il più bello del disco...

Quello che mi ha dato più fastidio di questo cd vuoto peggio di un uovo di pasqua privo di sorpresa è lo spreco e l'inutilità del secondo cd.
Quei 10 minuti scarsi di risate e di ti ricordi? NO non mi ricordo ma sì, daaaai potevano essere contenuti benissimo nell'edizione normale del disco, magari come gost track...
Ma vuoi mettere il commercio?
L'edizione deluxe presenta i due cd in buste accompagnati da un miniposter, 4 cartoline e un libriccino nel quale trovi lo stesso materiale che trovi nell'edizione regular ma in un formato più grande.
Quindi ho speso 10 euro di più  (l'edizione regular costa 19.99) per del cartone e poca pochissima praticamente nulla sostanza...

Il disco sorprende per la qualità di alcuni arrangiamenti (su tutti Se mi ami davvero di Mondo Marcio, al secolo Gian Marco Marcello) per l'intelligenza\furbizia di fare il verso ad alcuni dei brani più gettonati del primo Mina Celentano senza proporre né un plagio né una copia ma, comunque, riferendovisi (mi, ti, ci), però stavolta le due voci giocano poco ad armonizzare spartendosi parti delle canzoni in maniera un poco prevedibile (prima lui poi lei poi di nuovo lui...).

Quel che agghiaccia sono però i testi, che, tranne il brano di Celentano, che cerca di riferirsi alla contemporaneità, basendo per un bambino che porta un fucile all'asilo (manco fossimo negli Stati Uniti) dove il molleggiato (ma il testo è di Francesco Gabbani) non può esimersi da commenti maschilisti (la nonna in minigonna in parlamento: caro Gabbani abbiamo capito che a te una nonna in minigonna non ti arrapa, ma a nessuno interessano i tuoi picchi ormonali, la nonna può vestire come cazzo le pare, fattene una ragione e taci, anzi, SPARISCI) i testi, dicevo, sono asfittici e stantii, talmente vecchi che in ben due canzoni i personaggi delle canzoni sono vicino al telefono che non squilla (alla faccia di Mariella Nava che, son già dieci anni, per Mietta scrisse Così distanti nella quale Mietta canta Vinti da questa storia/qualunque cosa desse, /stordita annuso l'aria/ attendo un tuo sms, capolavoro di verso e ce ne vuole a fare rima con esse emme esse).

I testi delle canzoni de Le Migliori sono imbarazzanti per la loro vacuità, per l'inanità con cui ripetono situazioni ormai inesistenti talmente asfittiche e monotematiche, amare fa soffrire, da risultare in qualche modo parodici  e sì che Mina ne fece scandali coi suoi testi.

Non mi fraintendano i lettori del Mina Fan Club (quelli che se fai anche la più timida delle critiche sei inesorabilmente maleducato e contro). Non sto chiedendo a Mina di fare dei testi impegnati. Mina è una cantante borghese e pop che è sempre stata disimpegnata. Pretendo da Mina però, sì, lo pretendo, di fare dei testi che siano almeno vicini alla nostra contemporaneità. Perché sono più attuali i testi delle canzoni di Nilla Pizzi e Rabbagliati rispetto a quelli de Le Migliori.

Non dovete credere  a me:
M: Il soffitto è un cielo stretto
morale sotto al letto
l’orgoglio è come una malattia

A: È l’amore, che non mi lascia stare
guardo il telefono che tace
(E' l'amore)
Quando la smetterò di amarti ancora
e dare un calcio a tutte le emozioni
truccare le ferite e le canzoni
e cancellarti come hai fatto tu
(Quando la smetterò)
quando torno da un concerto che domande fai,
già ti vedo con la lente di ingrandimento sembri
“csi” non dire mai che non ti ho avvertito, ma sono
solo quello che ti fa stare bene, mai un marito
l’uomo perfetto è solo in tv!
(Se mi ami davvero)
Insomma il nazional popolare Pippo Baudo diventa Trotzki dinanzi tanta saggezza democristiana. 

Ecco perché Le migliori è un disco da disprezzare, perché è fatto senza verità,un guscio vuoto che si sostiene solo per la forza dell'evento Mina e Celentano di nuovo insiemeeeeeee. Un puro prodotto da scaffale, senza ricetta medica, senza che abbia davvero qualcosa da dire. Senza valore. Senza alcuna necessità.

Perché ho deciso di parlarne solamente adesso?

Perché grazie al mio amico Fabio Galli che ne ha postato su Instagram la copertina, ho scoperto che lo scorso 25 novembre è uscito Before the Dawn il nuovo disco di Kate Bush, un triplo cofanetto che contiene le quasi tre ore di concerto che ha fatto due anni fa all’Hammersmith Apollo di Londra.

Intanto il disco su Spotify non c'è.
Su Amazon costa 21 euri.
Basisco.
Un triplo? 21 euri? 
Invece è proprio così.

Un cofanetto in cartone un po' spartano che contiene i tre dischi più un libretto, di quelli classic,i però di 24 pagine, un po' parco di testi e di informazioni.
Ma va bene così, perché tutto quello che c'è da dire è nei tre dischi, che sono un capolavoro di musica, di spettacolo, di arrangiamenti, di testi.
E ti rammarichi di non esserti precipitato a sentire il concerto a Londra perché se già l'ascolto del disco ti segna la vita puoi solo immaginarti come dev'essere stato vedere il concerto.
E sì. Vedere.
Perché con Kate Bush non si tratta mai solo di ascoltare, a guardare le foto che testimoniano l'evento pubblicate nel libretto del triplo cd.

E allora capisci che c'è ancora un altro modo di fare e ascoltare musica. Che dico modo, un altro mondo. Dove se vuoi ascoltare la musica compri il disco, non ti basta aprire Spotify.
E dove comperare il disco ti costa un prezzo più che onesto e abbordabile, dove non paghi il lusso della confezione ma la qualità della musica.

Ecco, Kate mi ha fatto ricordare di come si ascoltava musica trent'anni fa.
Quando non c'era la rete e la musica l'ascoltavi su cd, magari d'importazione (come il suo altrimenti introvabile Never Forever) e dove quel che contava non era la forma del packaging, ma il contenuto.

E capisci anche che, sulla soglia degli 80 anni, Mina e Celentano sono due commercianti che hanno smesso di essere musicisti tanto tempo fa.

Se mai lo sono state.

28 luglio 2016

Sono ancora molto vivo!

Ho passato l'adolescenza e la prima giovinezza a raccontare spasmodicamente a tutte le mie amiche (prima) e i miei amici gay (dopo) quel che capitava nella mia sfera emotiva, quando pensavo solamente ai rifiuti sentimentali e i successi non li contavo mai...

Poi inziai a fare psicoterapia - ho sempre usato questo verbo, non chiedetemi perchè, - dal 1994 al 2000 e quei racconti spasmodici li ho riversati sul terapeuta, Giorgio, che saluto, chissà dov'è....

Fu lui a barcamenarsi tra i nomi sempre uguali dei miei amici (2 luca 2 tonini addirittura 3 antonii...) e io imparai il dono della sintesi...
Smisi le telefonate fiume con Fabio, anzi, smisi proprio di sentire Fabio (che mi criticava per la mia scelta borghese di andare in psicoterapia, lui col suo cane dal pedigree certificato che costava 800 mila lire... Come puoi vantarti del valore economico del tuo cane ?!?!?!).
Almeno ci avevo scopato, con Fabio, ma visto che Fabio non si era voluto sposare con me quella scopata non contava...

Poi dopo "soli" 6 anni  Giorgio mi chiese cosa ci vieni a fare da me?  sì che i motivi per cui avevo inziato la psicoterapia li avevo tutti affrontati e risolti.
Io gli risposi, a malincuore, che capivo, dovevo inziare a camminare con le mie gambe senza le sue stampelle psicologiche, ma che mi sarebbe paiciuto ritornare per continuare a parlargli dei miei cazzi settimanali (metaforici e, se capitava, metadentrici).

Salutai Giorgio e non lo rividi più.

Avevo perso però l'abitudine al racconto ai miei amici.

Non sto voglio dire che raccontare agli amici equivale alla psicoterapia, tutt'altro.

Dico solo che avevo sostituito l'una cosa con l'altra e visto che durante la terapia mi ero abituato a non raccontare più agli amici (la terapia dava opionioni più qualificate, pensavo)  per abitudine avevo continuato a farlo anche dopo.

Poi, nel frattempo, era successo anche che, stando con Daniele, avevo fatto piazza pulita dei miei amici, mi era rimasto un ex, che vedevo poco, ei miei ex studenti, coi quali c'era molta confidenza, ma erano più loro a chiedere consiglio a me e poi c'erano solo gli amici di Daniele ai quali certo non raccontavo i fatti miei.
C'era Daniele, al quale raccontavo molto, ma non proprio tutto...

No maliziosetti non pensate male.
Io di corna a Daniele no ne ho mai messe...

Se non gli raccontavo tutto è perchè non potevo dirgli che la nostra storia per me era un po' castratante...

Dirglielo voleva dire affrontare il problema e io vedevo solo una soluzione che non avrei scelto mai. Lasciare Daniele?
Piuttosto la morte.
non per amore, ma per orgoglio!

Infatti fu lui a lasciarmi... un paio danni dopo che, avendo voluto scegliere, avrei terminato la storia io.

Poi nel dicembre del 2004, giusto qualche mese prima che Daniele mi lasciasse,  apersi (ehm...) questo blog e cominciai a raccontare di me.

Niente psicanalisi, no. Ripresi a raccontare di me come fai con gli amici.

E il raccontarsi serve perchè ti fa rivedere le cose, te le fa sistemare, rivedere da altre angolazioni, te le fa sperimentare con una struttura narrativa con la quale tieni insieme cose altrimenti aleatorie e imprevedibili come le tue vicissitudini.

Ha funzionato per molti anni, Certo i post hanno iniziato a scemare ma perchè, nel fratempo, avevo aperto un altro blog, frociarolo, e questo generalista ne aveva risentito...

Da 350 e più post del 2008 ai 132 del 2012...

Poi il crollo.

Ma 2012 e 2013 sono stati anni difficili per me e parlare dei cazzi metaforici ma fastidiosi come quelli metadentrici mi era impossibile.

Poi ho iniziato di nuovo la psicoterapia, febbraio 2015, con gran stile, prima una sessuologa, pisciata dopo due sedute, poi una cognitivo comportamentale, pisciata dopo 6 sedute e finalmente quella attuale, una gestaltiana, che avevo già consociuto ai tempi della dieta (no non l'assemblea degli ordini del Sacro Romano Impero).
E di nuovo, il silenzio. Qui intendo. Perchè da lei...


Stamane per caso riprendo mano a Paesaniniland.

10 anni fa avevo speso il mese di luglio a Parigi.
Sin da allora Parigi ha significato solitudine e mia incapacità a stare nel mondo insieme alle altre persone (che poi era un mio modo contorto di vedere le cose perchè di persone ne avevo incontrate a Parigi...) poi dal Natale di due anni fa Parigi ha significato amore, gioia, ebrezza, potenza, incoscienza, desiderio.


E' di queste due Parigi di cui voglio parlarvi nei prossimi giorni.

Parigi chez moi, Parigi my oister.

PARIGI:


Paesano
Ama
Rimanere
Immobile
Giocando
Incoscientemente!



25 aprile 2016

Whitney Bell. Le foto dei cazzi mandate alle donne, la mostra, il perchè le si manda

 Leggo della mostra di Whitney Bell su internt. L'articolo è preso dal sito vice  a firma  Alison Stevenson, una donna.


Nell'articolo si spiega come Whitney Bellabbia allestito una mostra con le 200 foto di cazzi che altrettanti uomini le hanno mandato via mail o sul cellulare senza che lei le avesse richieste.

Nella mostra le foto sono appese sui muri di una casa ricostruita (salotto, camera da letto) per rendere l'idea di come quesete foto (NON RICHIESTE) entrino nella vita privata delle donne violandola.

Un mio amico su FB mi fa notare che la spiegazione di di Whitney sul perchè questi uomini mandino le foto  dei loro cazzi gli sembra banale, generalizzato, prevenuto, ostracista.

Che dice Whitney?

Perché lo fanno? Hai avuto qualche lume?
È esattamente come me l'aspettavo. Molestie. Il sesso non c'entra. C'entra il potere. Sono uomini che vogliono avere il controllo. Gli piace sapere che ti stanno costringendo a vedere quello che vedi, lo sanno che non gli chiederai di uscire se ti mandano una foto simile.
Non è un approccio, è come quando fischi a una ragazza per strada. Lo fai perché puoi.


Anche a me questa spiegazione convince poco. Sicocme non mi fido di internet  mi vado a cercare l'articolo originale sullo stesso sito.


E in inglese lei dice qualcosa di leggermente diverso

It's really what I thought it would be. All harassment. It's not about sex. It's about power. It's about these guys wanting to exert that control. These guys, they get off knowing that they forced some girl to see it. They know that girl is not going to turn around and say, "Let's go on a date."
It's not a pick up. It's like screaming at a woman from a car. You're just doing this because you can, and because the world has taught you that that's OK.

Integriamo la traduzione italiana restituendo i passaggi modificati. In rosso le parti corrette da me.

È veramente quello che ho pensato sarebbe stato
Tutte molestie. Il sesso non c'entra. C'entra il potere. Si tratta di questi uomini che vogliono esercitare quel controllo. Questi uomini, si eccitano sapendo che fornzaono delle ragazze a vedere [le foto]  Sanno che le ragazze non si ecciteranno e diranno "usciamo insieme". Non si tratta di un rimorchio. E' come quando gridi a una ragazza dalla macchina. Lo fai perchè puoi, e perchè il ondo ti ha insegnato che quello che fai è ok. 
 
Confrontiamo le due traduzioni


È esattamente come me l'aspettavo. Molestie.                                                 
Il sesso non c'entra. C'entra il potere.
Sono uomini che vogliono avere il controllo. Gli piace sapere che ti stanno costringendo a vedere quello che vedi, lo sanno che non gli chiederai di uscire se ti mandano una foto simile.
Non è un approccio, è come quando fischi a una ragazza per strada. Lo fai perché puoi.
È veramente quello che ho pensato sarebbe statoTutte molestie. Il sesso non c'entra. C'entra il potere. Si tratta di questi uomini che vogliono esercitare quel controllo. Questi uomini, si eccitano sapendo che forzano qualche ragazza a vedere [le foto]  Sanno che le ragazze non si ecciteranno e diranno "usciamo insieme". Non si tratta di un rimorchio. E' come quando gridi a una ragazza dalla macchina. Lo fai perchè puoi, e perchè il ondo ti ha insegnato che quello che fai è ok.













Mi sembra chiara l'operazione fatta da chi ha tradtto in italiano.

1) Attribuire un comportamento di certi uomini, quelli che mandano la foto dei loro cazzi, a tutta la categoria di uomini. Sono uomini fa dire la traduzione in italiano mentre Whitney in inglese dice sono quegli uomini, cioè solo quelli che mandano le foto non gli altri, non uomini generici.

2) In italiano whitney parla delle donne che ricevono i messaggi in seconda persona .
GLi paice sapere che ti stanno costringento. Ti, a te, te come donna, tutte le donne, non solo quelle che ricevono le foto.  In inglese Whitney dice qualche ragazza, non gà tutte le ragazze ma solo quelle che hanno ricevuto le foto.

3) Ai ragazzi che mandano foto non gli piace sapere ma si eccitano (to get off qui vale raggiungere un orgasmo).

Su questa lettura sono profondamente d'accordo.
Si eccitano sapendo che hanno costretto una ragazza a vedere la foto del proprio cazzo.

4) Non è un approccio dice Whitney in italiano mentre lei usa in inglese Pick up che vale rimorchio.

Io posso approcciarmi a una ragazza per chiedere una infromazione... Se la volgio rimorchiare è un altra questione...

5) La censura bella e buona è il motivo per cui questi ragazzi sicomportano così.
In italiano smeplciemente perchè sanno di poterlo fare in originale è perchè il modno hainsgenato loro che comportarsi così è ok.

Dicimao allora che letta in inglese Whitney è molto meno generica e banale di come la accusa giustamente il mio amico che l'ha letta in italiano.

C'è un altro passaggio illuminante nell'intervista. Quando Whitney constata che se una ragazza vuole mandare una foto sexy non manda mai il dettaglio della vagina.

L'idea che la foto del cazzo E BASTA, senza vedere il viso del ...proprietario possa essere sexy è un'idea che non mi prende.
Molti miei amici (gay e non) trovano invece la foto del cazzo sexy di per sè.
Io celio spesso dicendo che a me non paice il cazzo.
Ma è vero. A me piace il cazzo di. Mi devi cioè prima paicere tu, anche solo fisicamente, di viso e di corpo, e poi allora sono interessato al tuo cazzo.

Il cazzo per me non è un valore di per sè. E' la perosna che mi paice in tutte le sue parti.

Perchè a me piacciono i ragazzi non mi piacciono i cazzi.



In ogni caso mandare la foto del cazzo a una perosna senza che ce l'abbia chiesto è una forma d molestia sessuale. Punto e basta.

Nessuna donna, nessuna perosna deve subirla.


Vorrei il traduttore o la traduttrice dell'articolo alla gogna.

Grazie.
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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