24 marzo 2018

Mina, l'icona


Ricorrono i 40 anni dall'addio alle scene di Mina, siglato dai concerti dell'estate 1978 registrati album usciti quello stesso autunno.

Un addio mai davvero definitivo (Mina continua a "comparire" in radio, sui quotidiani e i settimanali, per tacere di Mina in studio del 2001) ma comunque fondamentale per una cantante: niente più concerti, niente più partecipazioni televisive o cinematografiche, niente.

Nell'iconosfera a cavallo tra due millenni Mina riesce  però a mantenere viva una riconoscibilità visiva normalmente consegnata alle icone immortali perché decedute e dunque immutabili.

I tratti fisionomici della signora Mazzini (il naso aquilino, i nei sulla guancia destra, gli occhi privi di sopracciglia, le mani che volano sul viso e intorno) sono immediatamente riconoscibili come il basco del Che e la capigliatura bionda di Marilyn.

L'iconizzazione del volto di Mina non è costruita sulla cancellazione del suo volto di dopo come nel caso di Garbo (Greta, non il cantante) che si è sottratta a qualunque foto da una certa età in poi, di fatto scomparendo.

Dopo l'addio alle scene di Mina abbiamo continuato a vedere  foto ufficiose e rubate, foto nelle quali era grassa, dimagrita, sorridente, infuriata, col doppiomento, senza, complice certa  stampa scandalistica che ha continuato a massacrarla (un aborto spontaneo e un tentativo di suicidio tra le invenzioni, disgustose, di Stop negli anni 80).

Ci sono  poi  le copertine dei suoi album  nelle quali, accanto a immagini bizzarre (alle quali ci ha abituate da sempre, dalla scimmia del 1971 ai cerchi concentrici di Cinquemilaquarantatré) Mina ha declinato il suo volto nelle forme d'arte più varie,  dalla barba di Salomè alla cinepresa di Sorelle Lumière passando per una delle migliori copertine, non solo sue, ma in generale, che è la testa calva di Attila cui l'aliena di Moeba è in qualche modo discendente.

L'assenza di Mina dalle scene non è mai stata silenziosa, e non solo per i dischi che ha continuato a sfornare a cadenza annuale finché la distribuzione non ci ha messo lo zampino  mettendo fine fine  uno dei Guinness mai eguagliati né  mai riconosciuti: dal 1964 anno del primo lp sino al 2003 Mina ha pubblicato almeno un lp all'anno, con punte di tre, dischi di brani di nuova incisione, tra cover e inediti, una prolificità che non ci risulta sia stata nemmeno lontanamente sfiorata  da chicchessia(1).

Nonostante  la sua assenza fisica Mina ha continuato ad abitare il mondo dell'immagine diventando l'icona di se stessa, o, meglio, scomparendo come personaggio fisico e rimanendo ufficialmente riconoscibile solo in icona.

Ogni foto rubata (anche le immagini video di Canale Cinque che la riprendono mentre chiama sguaiata suo nipote Axel - Aaaaaaaaaaaaaxxxeeeeeeellllllllllll - sicuramente da lei autorizzate) conferma e rimanda all'immaginario ufficiale,  quello del suo volto sempre uguale a sue stesso non perché immutabile,  imperituro ma perché trasfigurato  da un'aura di minosa iconicità  che lo rende sempre omologo. Mina capovolge i rapporto tra immagine concrea e icona.

Non è l'icona a confermarsi all'immagine reale è quella reale a essere riconosciuta come Mina perchè conforme all'icona.

Ogni immagine di Mina è una declinazione diversa di certi tratti inconfondibili tramite i quali la riconosciamo sempre, per il resto c'è il nome.

La mina iconica  esiste e resiste  perché è il minimo comune denominatore di una Mina altrimenti camaleontica, mora poi bionda, magra, magrissima poi muliebre  (parlo della mina prima del ritiro dalle scene).

Nel presentarsi icona identica a se stessa Mina riafferma la sua continua e continuata presenza nell'immaginario collettivo italiano (2).

Dalla pasta Barilla degli anni 60 alla cedrata massoni dei 70  mentre si fa testimonial di prodotti commerciali  Mina colonizza le pubblicità con la sua presenza fisica e musicale, di cantante e di canzoni, complice un format pubblicitario che distingueva l'intrattenimento dal messaggio meramente pubblicitario.

E' in questi anni che Mina affina e definisce quei tratti distintivi dell'icona una icona così potente da potersi permettere una copertina con la foto di una scimmia e il suo nome.

Dopo l'addio alle scene la presenza in icona di Mina non è quasi mai  legata alla promozione di un album da "vendere".

Mina con la sua presenza iconica "vende" (conferma) l'icona  non qualche suo disco.

Le pubblicità fatte anche dopo l'addio alle scene non sono mai state  per i suoi dischi ma per qualche prodotto.

Anche negli anni della tv commerciale (non di Stato) Mina ha usato i format pubblicitari lunghi, quelli dello sponsor, dove non si fa direttamente pubblicità del prodotto ma è quel marchio che si lega a lei creando l'evento.

Fu così per Wind  nei primissimi anni 2000 (con tanto di due Ep  prodotti ad hoc, uno solo dei quali, chissà perché, entrato nella sua discografia ufficiale), è stato così più di recente per Fiat (anche lì con uscita di un singolo con la canzone usata come "brano" più che come Jingle) e poi di nuovo per Barilla.

E così che Mina, nel 2018, si traghetta verso l'ottuagenario (il prossimo 25 Marzo compie 78 anni, auguri!) con quella che, in superficie, è solamente una operazione promozionale ma che, a ben  vedere, è qualcosa di più e, soprattutto, di completamente diverso.

Durante le 5 serate di Sanremo 2018 Mina inanella altrettanti spot per la Tim nei quali non appare solamente in voce e in canzone, come per l'anno precedente,  ma anche visivamente, prima timidamente, ritratta da dietro, e poi, per la serata finale del festival, in una apoteosi digitale che la vede piombare sul palco dell'Ariston.

Il meccanismo narrativo è semplice e furbo  allo stesso tempo. Mina è un'aliena che giunge da un'altra galassia e, per arrivare in tempo all'Ariston si scarica  come avatar all'Ariston cantando la cover di  Another Day of Sun.

Un essere alto tre metri dalle testa conica (già vista nelle serate precedenti) con il volto  e le mani e le braccia inconfondibilmente di Mina. 

Il riferimento iconografico è alla copertina di Piccolino del 2011 ma l'interessante è il rapporto tra aliena e la sua immagine scaricata, che istaura un elegante e riuscitissimo parallelo;  Mina in carne ed ossa sta alla sua icona proprio come l'Aliena sta alla sua  proiezione olografica.

L'aliena  non è scesa sul palco dell'Ariston in carne ed ossa (o di quel che è fatta in quanto aliena) ma come immagine. 

Proprio come Mina che continua a calcare le scene da icona.

Un aliena\Mina in immagine tramite la quale la donna e la cantante Mina riesce a proporsi in maniera credibile col sembiante di sempre
 iconizzato negli  anni 70)  anche  50 anni dopo.

L'aliena Mina è altamente riconoscibile e la sua somiglianza non confonde ma conferma.

Mina riesce a non invecchiare non perché sconfigge l'invecchiamento i cui segni  minimi ma evidenti si fanno sentire anche nella sua voce che non può -  per ovvie ragioni organiche -essere la stessa di 50 anni fa anche se si è mantenuta straordinariamente bene.

A Mina non interessa rimanere giovane, Mina riesce credibile nella versione aliena perchè la sua forza e la sua icastica autorevolezza le permettono di approntare un dispositivo iconico che è  riconoscibile e riconosciuto dal pubblico, ancora.

Paradossalmente una Mina invecchiata e più aderente  all'immagine concreta della donna di oggi, qualunque essa sia, non sarebbe  plausibile, perché non conforme ai segni iconici che non possono che  essere quelli  riprodotti sempre uguali a se stessi.

A differenza di tutte le donne dello spettacolo che sono ricorse alla chirurgia plastica per apparire giovani, risultando deturpate da mascheroni costruiti dal bisturi di chirurgi misogini e criminali, Mina è riuscita a bypassare l'invecchiamento perché la riconoscibilità è nei tratti iconici noti e, bien sur, nella sua voce.


Stavolta però Mina chiude il cerchio.

La sua presenza autoiconizzante a Sanremo diventa l'involontaria anticipazione del nuovo disco Moeba  annunciato i primi di Marzo nel quale l'aliena iconica di Tim campeggia in copertina.

Così non solo Mina più che testimonial di Tim è l'evento di cui Tim è occasione, ma l'intera operazione diventa a sua volta prodromo pubblicitario di un suo disco.

E anche in questo Mina detiene un primato da Guinness, credo sia infatti l'unica artista che venga pagata per fare pubblicità a un suo disco...

Certo chapeau agli e alle esecutive dei progetti pubblicitari ma  l'amor che move il sole e l'altre stelle  è lei, una urlatrice che sovvertì il panorama ingessato della musica italiana e che, 60 anni dopo, sta ancora lì avendo musicalmente ancora molto da dire Moeba lo dimostra in maniera sorprendentemente efficace.

E pensare chi le chiama solo canzonette...    














1)  I frocetti misogini e saputelli che pretendono che Mina abbia fatto  un disco nuovo ogni tanto riempiendo il mercato di compilation di suoi brani anni 60 si informino meglio: Mina non ha il controllo dei brani anni '60 e non è responsabile  di quelle compilation che costituiscono una discografia parallela e ufficiosa.

2) Quale contenitore mediale migliore del Festival della canzone italiana da lei frequentato anche molto dopo  le sue apparizioni come cantante che si limitano al biennio 61-62 ?  Dalla sigla di Sanremo 84 con Rose su Rose al Nessun dorma presentata a Sanremo 2009 come lancio pubblicitario del suo album melomane Sulla tua bocca lo dirò). 


11 agosto 2017

I remake, i reboot e il dovere di indignarsi (a proposito di un articolo su wired di Lorenzo Fantoni)

Leggo su wired un articolo di Lorenzo Fantoni nel quale il nostro in sostanza dice che chi critica un remake forse esagera. 
Articolo forse è un parolone perché Fantoni si limita a dire, senza dimostrarlo, che se non ci piace un sequel
 siamo liberi di tenerci strette le nostre memorie e andare avanti.
Un po' come dire taci e non rompere.

Ora i remake e i sequel ad Hollywood (perché è di quella industria culturale che si parla) ci sono sempre stati
A volte erano gli stessi registi a farli a distanza di anni. Uno dei miei film preferiti, Angeli con la pistola (Stati Uniti, 1961) di Frank Capra è il remake di Signora per un giorno (Stati Uniti, 1931) dello stesso regista.
Il remake è uno strumento commerciale del cinema hollywoodiano da sempre.

Quindi figuriamoci se il motivo per cui si storce il naso è perché un film viene rifatto.

Non è nemmeno una questione di gusto.

Il seguito di Ghostbusters (Stati Uniti, 1984) di Ivan Reitman potrà piacere di meno ma è una operazione commercialmente legittima che cerca di inserirsi nel solco del film capostipite.

Lo stesso vale per i tre prequel di Guerre Stellari che possono non piacere ma sono film che hanno bene in mente i film predecessori e ne costituiscono un omaggio, poco importa quanto riuscito.

Ma i film che l'articolo di Fantoni cita (a dire il vero solamente nel sommario, senza riprenderli nel corpo del testo) come Jumanji vanno ben al di là del remake.

Infatti nemmeno di remake si tratta in effetti ma di reboot.

Reboot è quando spegniamo e riaccendiamo il pc perché qualcosa non andava, è un modo per cancellare il passato e ricominciare da capo, facendo finta che il passato non esista.

E' quello che è stato fatto con 007 o con Star Trek, dove i personaggi e le situazioni sembrano uguali ma si muovono senza tenere presente il passato, i film precedenti, la loro memoria storica.

Non è affatto vero come pretende Fantoni che
L’uscita del nuovo Blade Runner non obbliga ogni spettatore a rigare i DVD della Director’s Cut 

Non è che il film lo chiede a noi pubblico.

Lo fa direttamente di per sé, pretendendo di essere un primo film, ignorando quello precedente.
Quello che non fa nessun remake.


Jumanji di Jake Kasdan (Stati Uniti, 2017) ha in comune con il Jumanji di Joe Johnston (Stati Uniti, 1995) solamente il titolo.

Non si rifà lo stesso film ma ci si arroga la presuntuosa convinzione di poter fare qualcos'altro a partire da...

In barba alla memoria storica, in barba al fatto che un film con quel titolo già c'è anche se è stato fatti 22 anni prima.

Ecco di cosa si tratta. Di cancellazione della Storia del cinema. Come se il film fosse un qualunque prodotto da vendere.
Invece i film sono cultura e cancellarne la memoria storica è sempre molto pericoloso. I nazisti cancellavano la cultura... Altro che nasi storti!

Sarebbe come far uscire un romanzo e chiamarlo La divina commedia ignorando quella di Dante.

Ti riderebbero tutti in faccia per la presunzione.

Perché, signor Fantoni, non possiamo farlo anche per i film?






10 dicembre 2016

Le migliori di MinaCelentano: la musica, il disco, il packaging e il commercio.

L'ho comperato appena uscito, l'11 novembre, un mese fa.
29,99 euri da Feltrinelli (adesso è sceso a 23,99), perché dovevo averlo subito, anche se su Amazon costava 22,99 ma come aspettare? Non ho minimamente pensato che su Spotify fosse già disponibile all'ascolto (dopotutto avere significa prima di tutto ascoltare).
Mi sono sorpreso della mia sprovvedutezza. Non è tanto dei 5 euri che mi sono rammaricato ma dalla mia mancanza di oculatezza.

Anche se certamente non sono più i tempi che l'uscita di un disco di Mina mi induceva a fare sega a scuola perché non potevo certo aspettare il pomeriggio per ascoltare il doppio (all'epoca i dischi di Mina erano doppi) dovevo ascoltarlo SUBITO, nell'atmosfera irreale e solitaria (nonna ormai non c'era più...) della casa alla mattina, col leggero senso di colpa di essere a casa mentre mamma e mia sorella no che tradiva però anche una leggera punta di autocompiacimento...

Il disco era Italiana e l'anno il 1982... Storia, ormai.

Le migliori l'ho comprato al rientro a casa di una giornata normale di lavoro, all'ora di pranzo, ed è stato un ascolto affaticato da limiti di software.
Ormai la mia musica è tutta online, non ascolto più nemmeno i giga di musica che ho sul pc, figuriamoci le migliaia di cd che ormai espongo nei benni solo per bellezza avrebbe detto mamma.

Non so nemmeno quale programma usare per ascoltare il cd dal pc, l'impianto stereo è dismesso da anni, anche se dovrei ripristinarlo per digitalizzare tutti gli Lp, e sono tanti, che sulla rete proprio non ci sono, perché sula rete trovi moltissimo ma non proprio tutto: Dana Valeri in Italiano, Ipertensione dei Daniel Santacruz, It's a horse of a different colour di Marisa Sacchetto (non mi correggete su quel colour, l'errore è nel titolo del disco), tanto per citare i primi tre che mi vengono in mente, proprio non ci sono.
Per cui sono lì ad ascoltare ogni brano individualmente perché il software che legge il cd sclera e non riesce a rispettare la sequenza originale dei brani (porc, vaff, putt!?!?!).
E' allora che mi accorgo che Le migliori è su Spotify dove FINAL - fucking - MENTE posso ascoltare l'album nella sua sequenza originale (quei 10 euri al mese che do a Spotify sono i soldi meglio spesi del mio portafoglio).

L'edizione  Deluxe è però molto deludente.
Il suo piatto forte, quel secondo cd che nella mia immaginazione fantasiosa post adolescenziale dovrebbe contenere chissà quali meraviglie, magari gli altri 8 (ma mi accontenterei anche di sei) brani che dovrebbero pareggiare il conto di quella ventina che tutta la stampa preconizzò annunciando la prossima uscita del disco (altro che una ventina di brani più qualche cover, il disco contiene solamente 12 brani, due in più rispetto i 10 di MinaCelentano del 98).

Invece il cd numero due è una truffa, una fuffa, una presa per i fondelli, contiene una fintissima, manipolatissima e marginalissima selezione audio di Mina e Celentano che ridono e si divertono mentre incidono il disco (che poi non hanno inciso insieme ma ognuno comodamente e separatamente nello studio di registrazione proprio...).
Non basta sfottere i fan più facoltosi (le fan più facoltose), li devi (le devi) pure disinformare illudendoli (le) di qualcosa che non è successo (l'unico quotidiano che ha avuto il fegato di dirlo, senza rendersi   conto del portato di quanto andava dicendo, è stato manifesto).
Almeno per Piccolino l'edizione deluxe conteneva altri 4 brani, tra i quali, in my opinion,  il più bello del disco...

Quello che mi ha dato più fastidio di questo cd vuoto peggio di un uovo di pasqua privo di sorpresa è lo spreco e l'inutilità del secondo cd.
Quei 10 minuti scarsi di risate e di ti ricordi? NO non mi ricordo ma sì, daaaai potevano essere contenuti benissimo nell'edizione normale del disco, magari come gost track...
Ma vuoi mettere il commercio?
L'edizione deluxe presenta i due cd in buste accompagnati da un miniposter, 4 cartoline e un libriccino nel quale trovi lo stesso materiale che trovi nell'edizione regular ma in un formato più grande.
Quindi ho speso 10 euro di più  (l'edizione regular costa 19.99) per del cartone e poca pochissima praticamente nulla sostanza...

Il disco sorprende per la qualità di alcuni arrangiamenti (su tutti Se mi ami davvero di Mondo Marcio, al secolo Gian Marco Marcello) per l'intelligenza\furbizia di fare il verso ad alcuni dei brani più gettonati del primo Mina Celentano senza proporre né un plagio né una copia ma, comunque, riferendovisi (mi, ti, ci), però stavolta le due voci giocano poco ad armonizzare spartendosi parti delle canzoni in maniera un poco prevedibile (prima lui poi lei poi di nuovo lui...).

Quel che agghiaccia sono però i testi, che, tranne il brano di Celentano, che cerca di riferirsi alla contemporaneità, basendo per un bambino che porta un fucile all'asilo (manco fossimo negli Stati Uniti) dove il molleggiato (ma il testo è di Francesco Gabbani) non può esimersi da commenti maschilisti (la nonna in minigonna in parlamento: caro Gabbani abbiamo capito che a te una nonna in minigonna non ti arrapa, ma a nessuno interessano i tuoi picchi ormonali, la nonna può vestire come cazzo le pare, fattene una ragione e taci, anzi, SPARISCI) i testi, dicevo, sono asfittici e stantii, talmente vecchi che in ben due canzoni i personaggi delle canzoni sono vicino al telefono che non squilla (alla faccia di Mariella Nava che, son già dieci anni, per Mietta scrisse Così distanti nella quale Mietta canta Vinti da questa storia/qualunque cosa desse, /stordita annuso l'aria/ attendo un tuo sms, capolavoro di verso e ce ne vuole a fare rima con esse emme esse).

I testi delle canzoni de Le Migliori sono imbarazzanti per la loro vacuità, per l'inanità con cui ripetono situazioni ormai inesistenti talmente asfittiche e monotematiche, amare fa soffrire, da risultare in qualche modo parodici  e sì che Mina ne fece scandali coi suoi testi.

Non mi fraintendano i lettori del Mina Fan Club (quelli che se fai anche la più timida delle critiche sei inesorabilmente maleducato e contro). Non sto chiedendo a Mina di fare dei testi impegnati. Mina è una cantante borghese e pop che è sempre stata disimpegnata. Pretendo da Mina però, sì, lo pretendo, di fare dei testi che siano almeno vicini alla nostra contemporaneità. Perché sono più attuali i testi delle canzoni di Nilla Pizzi e Rabbagliati rispetto a quelli de Le Migliori.

Non dovete credere  a me:
M: Il soffitto è un cielo stretto
morale sotto al letto
l’orgoglio è come una malattia

A: È l’amore, che non mi lascia stare
guardo il telefono che tace
(E' l'amore)
Quando la smetterò di amarti ancora
e dare un calcio a tutte le emozioni
truccare le ferite e le canzoni
e cancellarti come hai fatto tu
(Quando la smetterò)
quando torno da un concerto che domande fai,
già ti vedo con la lente di ingrandimento sembri
“csi” non dire mai che non ti ho avvertito, ma sono
solo quello che ti fa stare bene, mai un marito
l’uomo perfetto è solo in tv!
(Se mi ami davvero)
Insomma il nazional popolare Pippo Baudo diventa Trotzki dinanzi tanta saggezza democristiana. 

Ecco perché Le migliori è un disco da disprezzare, perché è fatto senza verità,un guscio vuoto che si sostiene solo per la forza dell'evento Mina e Celentano di nuovo insiemeeeeeee. Un puro prodotto da scaffale, senza ricetta medica, senza che abbia davvero qualcosa da dire. Senza valore. Senza alcuna necessità.

Perché ho deciso di parlarne solamente adesso?

Perché grazie al mio amico Fabio Galli che ne ha postato su Instagram la copertina, ho scoperto che lo scorso 25 novembre è uscito Before the Dawn il nuovo disco di Kate Bush, un triplo cofanetto che contiene le quasi tre ore di concerto che ha fatto due anni fa all’Hammersmith Apollo di Londra.

Intanto il disco su Spotify non c'è.
Su Amazon costa 21 euri.
Basisco.
Un triplo? 21 euri? 
Invece è proprio così.

Un cofanetto in cartone un po' spartano che contiene i tre dischi più un libretto, di quelli classic,i però di 24 pagine, un po' parco di testi e di informazioni.
Ma va bene così, perché tutto quello che c'è da dire è nei tre dischi, che sono un capolavoro di musica, di spettacolo, di arrangiamenti, di testi.
E ti rammarichi di non esserti precipitato a sentire il concerto a Londra perché se già l'ascolto del disco ti segna la vita puoi solo immaginarti come dev'essere stato vedere il concerto.
E sì. Vedere.
Perché con Kate Bush non si tratta mai solo di ascoltare, a guardare le foto che testimoniano l'evento pubblicate nel libretto del triplo cd.

E allora capisci che c'è ancora un altro modo di fare e ascoltare musica. Che dico modo, un altro mondo. Dove se vuoi ascoltare la musica compri il disco, non ti basta aprire Spotify.
E dove comperare il disco ti costa un prezzo più che onesto e abbordabile, dove non paghi il lusso della confezione ma la qualità della musica.

Ecco, Kate mi ha fatto ricordare di come si ascoltava musica trent'anni fa.
Quando non c'era la rete e la musica l'ascoltavi su cd, magari d'importazione (come il suo altrimenti introvabile Never Forever) e dove quel che contava non era la forma del packaging, ma il contenuto.

E capisci anche che, sulla soglia degli 80 anni, Mina e Celentano sono due commercianti che hanno smesso di essere musicisti tanto tempo fa.

Se mai lo sono state.

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Etichette

altri blog (41) arte (32) astronomia (1) bollettino ufficiale sullo stato del mio umore (58) capitalismo (1) celentano (1) chez moi (1) chez Tam (3) chez Tam (sans Tam) (1) chiesa (4) cinema (138) classismo (1) co (1) comunicazioni di servizio (26) controinformazione (7) cultura (76) diario (92) dieta (3) diritti (1) dischi di Mina (1) ecologia (30) elezioni (6) eventi (78) femminile dei nomi (1) femminismo (1) festival del film di roma 2009 (3) festival di cinema (1) festival internazionale del fil di Roma 2010 (4) festival internazionale del film di Roma 2009 (9) Festival internazionale del film di Roma 2011 (10) festival internazionale del film di Roma 2012 (2) festival internazionale del film di Roma 2013 (1) Fiction Fest 2009 (2) Fiction Fest 2010 (2) Fiction Fest 2011 (1) Fiction Fest 2012 (1) Ficton Fest 2012 (2) fiilm (2) film (1) foto (5) giornalismo (1) informazione (135) internet (1) kate bush (1) La tigre di Cremona (1) letture (4) libri (12) lingua (1) maschilismo (18) mina (2) Mina Cassiopea (1) mina da 1 a 50 (97) Mina Fan club (1) Mina Mazzini (1) Mina Orione (1) misoginia (5) musica (246) neofascismo (56) netiquette (6) omofobia (6) parigi chez moi (1) patriarcato (2) politica (318) politiche del corpo (202) pregiudizi (1) pubblicità (29) radio (3) razzismo (3) referendum 2011 (1) ricordi (21) ricorrenze (54) sanremo (3) sanremo 2010 (2) scienza (60) scuola (43) sessismo (60) sessismo nella lingua italiana (1) Sony (1) spot (3) star trek (1) storia (126) teatro (36) tecnologia (7) traduzioni (1) transfobia (1) tv (82) video (183) Warner (1) X-factor (1) X-factor 5 (2)