Ho conosciuto Massimo nel 1994 quando lavorava in uno spettacolo di monologhi di Annibale Ruccello e lui interpretava un magnifico Femminiello (lui altissimo e vistosamente maschile...) che parlava di piriti. Recensii lo spettacolo elogiandone la bravura e lui mi scrisse. Una lettera come si usava una volta. le conservo ancora. Ce ne scambiammo diverse poi, per colpa mia, ci perdemmo di vista.
Oggi lo ritrovo raffinato ideatore di questi Snack, che, oltre a interpretare, firma assieme a Luciano Bonetti e Luciano Colellavanno una Campagna di comunicazione per la promozione dei Valori promossa da Cogito Ergo SUD e trasmessa nella tv interna della metro di Napoli. Eccovene un assaggio.
Ve ne proporrò uno al giorno. E ce ne sono tantissimi!
29 agosto 2010
27 agosto 2010
Franca Valeri una splendida 90enne
Lo scorso (ehm) 31 Luglio Franca Valeri ha compiuto 90 anni.
La stampa pubblica una sua intervista nella quale apprezzare la cultura, l'esprit de finesse, e l'ottimismo sui giovani, alla sua veneranda età.
Io ho avuto la fortuna di vederla diverse volte a teatro e di inoltrarla secoli fa nel 1991 a una delle prime feste gaie cui partecipai (all'ex mattattoio) dove lei venne a proporci i suoi monologhi. Dopo lo spettacolo, mi avvicinai con la copia appena comperata del suo libro (di allora) chiedendole l'autografo. Lei mi squadra dal basso in alto e viceversa, prende il libro e la penna che le porgo e mi chiede, come te chiami?
Auguri Franca!
La stampa pubblica una sua intervista nella quale apprezzare la cultura, l'esprit de finesse, e l'ottimismo sui giovani, alla sua veneranda età.
Come sta Cesira, la signorina milanese snob?Ma mi piace (ri)proporvi la Franca con la nostra Mina...
«Benissimo, in gran forma. Lo snobismo ridicolo non muore mai».
E la sora Cecioni, la popolana romana coi bigodini in testa, sempre al telefono con mammà?
«Lei è tranquilla, perché di mezze calze che si prendono sul serio e su cui ironizzare è piena l’Italia. Roma in particolare».
Che cosa le dà più fastidio dell’Italia di oggi?
«Facciamo prima a dire cosa non me ne dà. La maleducazione, l’arroganza e la stupidità sono arrivate a livelli insuperabili».
Una cosa, una soltanto, che le piace?
«I giovani. Forse c’è una percentuale che, non per colpa sua ma dei modelli che ha davanti, è diventata insopportabile. Ma la grande maggioranza è gradevole: vale la pena provare in tutti i modi a farli crescere bene».
Quale autore vorrebbe ancora portare in palcoscenico?
«Ho un desiderio profondo, da attrice e da regista: mettere in scena una commedia di Feydeau. L’albergo del libero scambio, Occupati d’Amelia, Sarto per signora, c’è l’imbarazzo della scelta. I suoi dialoghi sono la perfezione, mi hanno insegnato a scrivere. I suoi personaggi non sono pupazzi e il suo stile non è soltanto burlesco. Merita di essere vendicato dalle sconcezze e dalle sciocchezze con cui cattive compagnie hanno massacrato i suoi testi meravigliosi, dove vive la tradizione dei boulevardiers parigini. Dialogatori imbattibili, i migliori di tutti».
Lei ha lavorato con i massimi attori e registi. Chi le piace ricordare?
«Tanti. Il più grande affetto è per Vittorio De Sica. Come compagni di lavoro, Paolo Stoppa è stato un signore, semplice e glorioso, in una tournée che è durata due anni. Con Alberto Sordi ho girato sette film. Le battute nascevano insieme, inventando, anche sul momento. Alberto era formidabile, come artista e come collega, non avevi mai l’impressione che pensasse solo a se stesso».
Siamo seduti in salotto. Alle pareti, cinquanta locandine di opere liriche, molte col suo nome come regista. E pile di dvd, sempre d’opera.
«Me li regala Elio Pandolfi, è un maniaco dell’opera come me. La lirica, assieme al teatro, è la mia grande passione. Nessun titolo preferito, perché ho amato tutte le opere che ho messo in scena. Se devo scegliere, credo che il Macbeth e il Simon Boccanegra di Verdi con la regia di Giorgio Strehler siano insuperabili».
Strehler più di Visconti?
«Luchino era elegantissimo, Strehler inventava di più».
Locandine, dvd e una libreria colma.
«Ma se cerca il bestseller o il vient-de-paraître, lo Strega, il Campiello o il Viareggio, qui non li trova. I libri recenti sono quelli che mi mandano gli amici, Arbasino prima di tutti, sempre con dedica».
Un consiglio per invecchiare bene?
«Evitare la noia. Gli uomini ignoranti mi annoiano, i finto colti ancora di più. E cercare di capire dove sta la verità di un fatto: spesso ti scorre vicino e neppure te ne accorgi. La verità vista da una mente ironica e magari un po’ lungimirante è qualcosa di meraviglioso».
Legge ancora molto?
«Che domanda! Ai libri ho sempre chiesto quel che non mi può dare la realtà che mi circonda. Leggo le cose che non posso più vivere, sono contenta di aver letto molto e di potermene fregare dell’attualità. La vita la conosco, le tragedie e le gioie. E poi io rido soltanto leggendo. Il divertimento che provo leggendo un testo teatrale a letto, la sera - mi addormento molto tardi - è unico. A teatro, con certi attori, mi capita di ridere una volta all’anno. Guardando la televisione, mai».
Adesso vado, tolgo il disturbo. La lascio lavorare.
«Mi scusi, devo studiare per domani. La prosa di Gadda è così difficile, ha un ritmo tutto suo che, se non lo impari, finisce che ci inciampi dentro. Non so come fanno certe attrici di cinema a prendere alla leggera certi copioni: che disastri».
Roro IV scende dal divano e, con sovrano fastidio, ma gentile, mi accompagna anche lui alla porta.
Io ho avuto la fortuna di vederla diverse volte a teatro e di inoltrarla secoli fa nel 1991 a una delle prime feste gaie cui partecipai (all'ex mattattoio) dove lei venne a proporci i suoi monologhi. Dopo lo spettacolo, mi avvicinai con la copia appena comperata del suo libro (di allora) chiedendole l'autografo. Lei mi squadra dal basso in alto e viceversa, prende il libro e la penna che le porgo e mi chiede, come te chiami?
Auguri Franca!
21 agosto 2010
Il bon ton del buon vestirsi.
Su un articolo del Giornale contro i pantaloni a pinocchietto
Detesto quelli che criticano accostamenti incauti nel colore del vestiario, quelli che dicono che certi vestiti se li possono permettere solo determinati fisici e altri no.
Certo mi piacerebbe essere un maestro dell'eleganza e della moda per dare a queste mie considerazioni un peso maggiore, ma, lo sanno anche i sassi, io mi copro, non mi vesto.
eppure credo che certe interdizioni legate al buon gusto siano non solo disgustosamente borghesi (dunque ipocrite) ma anche sottilmente pericolose.
Ferma restando la decenza (che però vuol dire solo non andare in giro nudi) diffido di ogni commento contro un certo modo di vestire, perchè profondamente non democratico sono io a stabilire come ci si deve vestire, chi può vestire in un certo modo e chi no. certi accostamenti di colori no, certi tessuti con altri no. sono tutte convenzioni irrilevanti portate al rango di leggi universali. E io soffoco.
Così incappo su questo articolo del Giornale e ne rimango profondamente (e negativamente) colpito.
A parte il dedicare spazio su un quotidiano a un tema irrilevante (ma, si sa, è ancora estate...) trovo davvero antidemocratico (per non dire proprio fascista) l0'intero assunto dell'articolo
Se la moglie ci è uscita magari a lei non frega niente, o no? O vuoi sostituirti a sua moglie?
Cioè fini col pinocchietto è cafone e Bossi celodurismo è
naïf ??? (che poi si scriverebbe con la dieresi, immagino che sbagliare l'italiano (e il francese) non è cafone quanto indossare i pantaloni a pinocchietto...
Ed ecco il punto che mi ha allarmato.
Il giornalista non si limita a criticare un vestiario per lui non consono ma consiglia all'incauto indossatore di allungare il passo e sparire alla vista altrui.
Altrimenti cosa? Lo si insulta come ai gay che indossano spillette comuniste o froce? Lo si picchia come a donne neri e gay sgraditi?
Ecco anche dove viene covata l'intolleranza, nel giudicare come vestono agli altri e chiedere loro di sottrarsi ala vista altrui perché danno fastidio. Sparire per evitare la vergogna(?!). Poco importa chi sei o cosa fai, se evadi le tasse, se picchi tua moglie, se critichi i gay e poi ti fai scopare dalle trans. L'importante è che se indossi il pantalone a pinocchietto sparisci dalla vista altrui.
Bella scala di valori. (per giunta da pubblicare su un quotidiano...).
Evviva le mie t-shirt piene di macchie d'olio!
Certo mi piacerebbe essere un maestro dell'eleganza e della moda per dare a queste mie considerazioni un peso maggiore, ma, lo sanno anche i sassi, io mi copro, non mi vesto.
eppure credo che certe interdizioni legate al buon gusto siano non solo disgustosamente borghesi (dunque ipocrite) ma anche sottilmente pericolose.
Ferma restando la decenza (che però vuol dire solo non andare in giro nudi) diffido di ogni commento contro un certo modo di vestire, perchè profondamente non democratico sono io a stabilire come ci si deve vestire, chi può vestire in un certo modo e chi no. certi accostamenti di colori no, certi tessuti con altri no. sono tutte convenzioni irrilevanti portate al rango di leggi universali. E io soffoco.
Così incappo su questo articolo del Giornale e ne rimango profondamente (e negativamente) colpito.
A parte il dedicare spazio su un quotidiano a un tema irrilevante (ma, si sa, è ancora estate...) trovo davvero antidemocratico (per non dire proprio fascista) l0'intero assunto dell'articolo
Ok a te non piacciono i pantaloni a pinocchietto, e sti c...
Pare che dal Paradiso dei burattini sia già partita una querela, a firma Pinocchio. Motivo del contendere, il nome di un pantalone che è la quintessenza della ridicolaggine: pinocchietto, appunto.
Per chi non l’avesse presente, parliamo di quella braghetta appena sotto il ginocchio che fa tanto pescatore tristanzuolo.Cerchi di spiegarci il perchè o stai solo insultando chi li porta? Pescatore è una metafora ma tristanzuolo?
Se il pantalone lungo di lino bianco è per l’uomo che non deve chiedere mai,colonizzazione di una vecchia pubblicità anni settanta
il pinocchietto è per l’uomo che deve chiedere sempre. Insomma, l’emblema del perdenteammazza, un capo di vestiario rende perdenti!
che continuerà a perdere non in quanto perseguitato dalla sfortuna, ma perché punito dalla propria imbarazzante mancanza di senso estetico.Ecco il punto. Chi scrive pretende di averlo e, al contempo, che gli altri non lo abbiano, almeno chi porta quel tipo di braghetta.
Quindi evinco da questi paragoni che se sei palestrato sei ok, tutti gli altri sono sfigati.
Il pinocchietto, ad esempio, è strutturalmente incapace di star bene addosso a chicchessia, foss’anche un giovanotto dal fisico palestrato; figuriamoci se poi l’obbrobrio è indossato da un comune sfigato.
Categoria alla quale non appartiene Rino Gattuso che tuttavia - per colpa del suo pinocchietto grigio topo (con l’aggravante dei laccetti ad altezza polpaccio ndr) - ha fatto a Montecarlo una figura peggiore di quella rimediata in Sudafrica con Lippi e compagnia azzurra.ecco che si usa il vestiario per criticare la sua performance sportiva negativa...
Ma saranno anche cazzi loro?
Ma cosa ha combinato il popolare Ringhio? Niente di grave: si è solo presentato all’ingresso di un ristorante esclusivo, sfoggiando un pinocchietto col quale avrebbe avuto difficoltà a entrare perfino a Milanello. Particolare ancor più grave: nell’occasione il difensore del Milan era al fianco di Monica, sua moglie, elegantissima. Ma come - dico io - tua moglie si mette in ghingheri e tu ti metti il pinocchietto?
Se la moglie ci è uscita magari a lei non frega niente, o no? O vuoi sostituirti a sua moglie?
Tutta colpa dell’intrinseca filosofia compromissoria di cui è portatore il pinocchietto, che ha la vana pretesa di essere casual e sportivo al tempo stesso, risultando invece semplicemente inguardabile.Secondo te...
Un errore che nell’estate cafona (ma ormai sono cafoni pure inverni, autunni e primavere) commettono milioni di uomini di ogni età, cultura e religione.Certo, se il pinocchietto è cafone, Bossi cosa è???
Attenzione, qui non si tratta di una distinzione di classe (tra chi ha i soldi e chi non li ha), ma semplicemente di una distinzione di classe (nel senso di stile).Che è smepre una forma di classismo...
Excusatio non petita...
Ma l’avete visto Gianfranco Fini al mare con il pinocchietto? Ecco, ora qualcuno dirà che rompiamo le scatole al presidente della Camera perfino sul pinocchietto solo perché siamo i soliti servi di Berlusconi.
Dite pure, ma le foto di Fini pinocchiettato parlano da sole. Ma è possibile che la terza carica dello Stato vada in giro vestita in quel modo?Certo, perchè a differenza tua che, solo per il fatto di scrivere su un quotidiano, ti senti sto cazzo, Fini, terza carica dello stato, è molto più umile di te.
Certo, Bossi in versione canottierata fa anche peggio (per non parlare della felpa con la scritta «Padania» e i pantaloncini corti a righe del ministro Calderoli), ma si sa che il popolo leghista è fuori classifica in quanto - diciamo così - antropologicamente naif.Naif?
Cioè fini col pinocchietto è cafone e Bossi celodurismo è
naïf ??? (che poi si scriverebbe con la dieresi, immagino che sbagliare l'italiano (e il francese) non è cafone quanto indossare i pantaloni a pinocchietto...
Non che vada meglio con i vip dello star system: a cadere sul pinocchietto sono stati in tempi passati pezzi grossi come Robert De Niro, Jack Nicholson, Russell Crowe e Brad Pitt; mentre, in tempi più recenti, il virus della pinocchietteria ha infettato anche una variegata fauna di vip nostrani: da Flavio Briatore a Clemente Mastella, da Giorgio Armani ad Antonio Di Pietro. E via truzzando. Tutti orgogliosi di mostrare stinchi afflosciati e gambe tozze che più afflosciati e tozze non si può. Già, perché tra le diaboliche controindicazioni del pinocchietto c’è anche quella di un imbarazzante effetto-tafazi: vale a dire che se hai una gamba lunga e turgida, il pinocchietto te la trasforma istantaneamente in corta e molliccia.
In queste condizioni mettere ai piedi scarpe da ginnastica, ciabatte, infradito, zoccoli o sandali non cambia nulla. L’unica soluzione per evitare la vergogna è allungare il passo e sparire alla vista altrui. (fonte Il Giornale
Ed ecco il punto che mi ha allarmato.
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