10 luglio 2008

Fiction Fest Take Three

Giorno lungo oggi, iniziato alle 12.00 con due docu-story, due puntate del programma "Erotika Italiana" trasmesso ogni venerdì alle 22.30 su Cult, ideato e diretto da Alberto D'onofrio.
Il programma indaga con interviste e riprese "in diretta" la vita erotica di personaggi estremi.
In "Il kamasutra del disabile" si parla di Gabriele Viti un giovane assessore di Cortona, disabile dalla nascita (ipossia durante il parto), autore del volume “Il Kamasutra dei disabili” nel quale, tra le altre cose, dice: "Non esiste una sessualità dei disabili. Esiste la sessualità anche per i disabili".
Il programma ne indaga vita privata, attraverso interviste ad amici, alla madre a conoscenti e alla sua ex ragazza raccontandone la storia sotto il profilo sessuale.
Tra impossibilità a praticare autoerotismo (ma dai 14 ai 16 anni mi masturbava un amico. Ma non credo sia sia trattato di una fase omosessuale) alla fellatio che Gianni chiede alla escort di praticare "fino in fondo" ila docu-story racconta le difficoltà oggettive della sua vita sessuale senza che per questo la sua sessualità sia di serie b o qualcosa di diverso. In questo la scelta politica di Gianni raggiunge in pieno il suo scopo. Legittimare il bisogno di sessualità che hanno tutti, anche i disabili.
Il programma lo riprende mentre si concede uno show erotico in un locale e durante l'incontro con una escort da 400 euro.
Aspetto controverso e contraddittorio per un programma che vuole esplorare la sessualità degli italiani ma poi ritrae la prostituzione come una professione qualunque. Altrettanto discutibile la disinvoltura con cui la madre e una operatrice sociale parlano della prostituzione, meglio, del fatto che Gianni vada a puttane, senza batter ciglio mentre l'operatrice sociale critica l'esposizione sessuale di Gianni, una scelta invece rispettabile e squisitamente politica (non lo fa certo per narcisismo ma per essere d'esempio ad altri disabili...).
Ma il programma di D'onofrio è intelligente, non giudica, non è morboso è intellettualmente onesto, interessante nel suo volersi proporre come format che documenta abitudini e comportamenti (le parti in cui la telecamera è presente nella vita intima sessuale del protagonista) ma mai in maniera fictional cioè mostrando quel che solo una telecamera può riprendere facendo finta che la telecamera non ci sia, ma ricordando sempre che c'è un mezzo di registrazione che interferisce (e la escort non si spoglia finché la troupe none esce dalla stanza d'albergo).
Gianni è dolce, tenero, e ha una sua carica erotica. E' una persona che fa sesso come piace a lui e come può, non un disabile che raggiunge attraverso il sesso una presunta normalità.

Altrettanto interessante la seconda puntata Mistress all'italiana. Questa volta la telecamera riprende alcune sedute di Mistress Kelly: la prima nella quale un giovane elettricista amante delle torture genitali viene esaudito da una Kelly esperta e affidabile e poi quella di un bancario, legato a Kelly non non un cliente, ma da un rapporto privato: nei fine settimana lui le fa da schiavo (cucina, rifà i letti, le lecca le scarpe) in pantaloncini di caucciù e maschera che gli copre completamente la faccia. Entrambi gli intervistati ammettono di separare questa loro passione sadomaso dalle loro relazioni di coppia (tutte etero) e ammettono di non riuscire a parlare con nessuno di questa loro passione, né con le compagne, né con gli amici. Ne esce dunque una solitudine che è un aspetto interessante. Questi uomini non sono dei pervertiti né succubi di un vizio che non riescono a controllare ma delle persone con passioni precise che non trovato spazio nella società. Mistress Kelly ha quindi una funzione importante costituendo la loro valvola di sfogo, la realizzazione dei loro desideri (e dei suoi desideri di dominazione sul maschio). D'onofrio intervista, fa domande e racconta in un modo non moralista né scandalistico (alla Lucignolo per capirci). Solo quando si vede l'entourage di Mistress Kelly (un sedicente filosofo, un'altra giovanissima Mistress) si ha l'impressione che, nonostante l'intelligenza del perosnaggio, l'ambiente in cui si muove Mistress Kelly sia quello esibizionista borghese pseudo libertino degli scambisti e lo show in cui un non più giovane uomo viene penetrato con diversi dildo non serve più a documentare un fenomeno ma a dare scandalo autocompiaciuto (non già per il programma, quando proprio per i partecipanti allo show), non sincero, di chi non desidera seguire una propria fantasia ma vuole solamente apparire.


Un programma interessante che dimostra come, ancora oggi, la tv, quando ben diretta e prodotta, sa ancora parlare in maniera originale, non banale e, soprattutto, in maniera intellettualmente onesta.

Fortunate Sons (Usa, 2007) di Jonathan Nolan nonostante i premi vinti è un'operina flebile e inconsistente sui presunti complotti americani dell'11 settembre, argomento visto e rivisto, che non dice nulla di nuovo ma irrita e annoia soprattutto per un impianto visivo debole e povero da home-made video. Me ne sono scappato prima di addormentarmi profondamente (veramente un cedimento ce l'ho avuto...).



Una delle vere sorprese del Fiction Fest è Le Nouveau Monde (Francia, 2007) di Etienne Dhaene, in concorso, ma che vergognosamente non ha vinto alcun premio, tratto dal romanzo di Eliane Girard "Mais qui va garder le chat?".

Un film perfetto, da distribuire nelle sale, che con la forza dei suoi personaggi e della sua storia diventa un film esemplare senza essere didascalico, universale pur raccontando una storia precisa.
L'amore di due donne, Lucie e Marion, la voglia di maternità di una delle due, la ricerca di un padre-donatore di sperma, le rassicurazioni degli amici etero (che hanno adottato, ma per le coppie gay in Francia non si può) e di una copia gay, che ha usato l'inseminazione artificiale, in Belgio perché in Francia possono solo le coppie sposate... Lucie vuole che suo figlio sappia chi è il padre (e la sera, le figlia delle sue due amiche la rassicura dicendo che non le manca un pare e che per lei va bene avere due madri...).
La ricerca del donatore, poi trovato nell'ex di Marion, che prima dice di non volerne sapere di fare il padre, ma quando nasce Enzo si comporta come il più affettuoso dei papà e Marion si sente messa da parte.
Vita normale di persone normali, dove etero e gay vivono insieme, per amicizia e amore, e dove le famiglie fricchettone generano figli borghesi e ingessati (come il fratello di Lucie che si è vissuto male i campeggi nudisti da adolescente, a differenza di Lucie, come dire i maschietti sono inadeguati alle complessità della vita molto più delle ragazze...) mostrando ingiustizie e discriminazioni non di certe categorie ma di tutti.
Un film felice, una commedia col lieto fine, completo, ben girato, meglio recitato, stupendamente scritto che meriterebbe la distribuzione nelle sale ma che ha avuto il grande merito di essere andato in onda in tv, su Framce 2.

Hermanos y detectives (Spagna, 2007) (e non Hermanos & detectives, come riportato nel programma) è una serie giallo-rosa, per un pubblico di adolescenti, con una trama non troppo originale (e poco plausibile...) ma dei bei personaggi, ben interpretati, un telefilm ben girato con una leggerezza e una felicità di regia che noi italiani ci sogniamo.


Kiss of death (GB, 2007) di Paul Unwin presentato altisonantemente (si dice?) così: Viaggiando avanti e indietro nel tempo, si dispiega una storia di omicidio dalle mille sfaccettature, raccontata attraverso il punto di vista dei personaggi in essa coinvolti.
In realtà il punto di vista è sempre esterno, l'avanti e indietro nel tempo sono solo dei discreti flashback e la trama non brilla certo per originalità.
L'unica cosa davvero interessante è il proporsi del tv movie (e non serie tv come si legge su Wikipedia) come l'anti Csi, se lì lo spirito di squadra tiene tutti uniti, se la fiducia nella scienza e nella tecnologia non viene mai meno, qui invece nessuno è chi dice di essere, tutti hanno dei segreti, ognuno agisce per un proprio tornaconto personale, ha un segreto che lo rende debole, ricattabile, insomma molto più vicino al mondo reale che a quello fictional. In entrambi i casi però gli anatomo-patologi rovesciano succhi gastrici altrui senza vomitare, compiono autopsie senza mascherine (altrimenti non si vede il volto...) in barba al realismo che dovrebbe essere comunque uno dei loro punti di forza.
Inutile e noioso.
HARD

Hard (Francia, 2008) di Cathy Verney è una miniserie in due puntate di 75 minuti l'una, che racconta le vicissitudini di Sophie, classica casalinga che scopre, dopo esser rimasta vedova, che l'impresa su internet gestita dal marito non riguardava le spedizioni ma il porno. Sulla casa pende un'ipoteca e Sophie è costretta suo malgrado a gestire la società. Grande idea tirata un po' per le lunghe che indugia troppo sul basimento (si dice?) di Sophie e troppo poco sui personaggi secondari (una suocera lesbica, l'attore porno principale che si innamora di lei, il figlio sempre attaccato alle cuffie e forse homo, la figlia ninfomane per tacer degli altri attori del sito...). Insomma tante belle promesse poco mantenute e un impianto narrativo al quale avrebbe giovato una maggiore stringatezza (si poteva portare tranquillamente la miniserie ai 90 minuti di un tv movie) e dal finale improvviso e inaspettato. Nel cast Françoise Vincentelli lo stesso viso bello visto in Clara Sheller.

9 luglio 2008

Navigando sulla rete: il Blog Progetto Galileo

Grazie al blog di Paolo Pmc.Arte che ne parla in un suo post ho scoperto un blog interessantissimo Progetto Galileo dedito all'informazione scientifica, come si può leggere nel suo manifesto.
E il numero di pagine da leggere quotidianamente su internet si ingrossa...

Fiction Fest Take Two

Le prime proiezioni iniziano alle 10 e le ultime finiscono tra l'una e le due (ritardi compresi). Per cui vedi i giovani ragazzi e ragazze assunti ad hoc per il Fiction Fest, distrutti, sopraffatti, annoiati, ammutoliti, circondarsi di quel che rimane dei gadget (già esauriti al secondo giorno) per tenersi un po' su. Sono giornate lavorative di 15 ore, in pieno schiavismo. Li capisco e solidarizzo con loro, però non fanno un bell'effetto a esser visti, non ti trasmettono entusiasmo ed energia (Wow un altro giorno di proiezioni!!!) ma un senso di ineluttabile incombenza (O mio dio devo stare qui fino alle due di stanotte!!!).
A parte questa mancanza di entusiasmo e i ritardi accumulati (ieri sera si viaggiava nell'ordine dei 35 minuti...) le proiezioni di ieri sono state proficue e interessanti.
Ho beneficiato delle anteprime stampa del mattino, così nel pomeriggio ho avuto una pausa e sono tornato a casa a riposarmi (questo mi ha permesso ieri sera di vedere gli ultimi documentari senza cedimenti...), e ho scelto, non intenzionalmente, una serie di documentari e solo una fiction.

Il documentario di ieri mattina Faut-il avoir peur de Google? (Francia, 2008) di Sylvane Bergère, rappresenta tutto quello che un documentario NON deve essere. Proposto con una grafica che vuole essere accattivante, risultando solo pacchiana, si spaccia per documento di informazione ma è un concentrato di spocchia francese e di gossip.
Si parte dalla domanda che dà il titolo al film (dura 77 minuti) Bisogna avere paura di Google? ma il documentario non spiega il perché della domanda e non fornisce nemmeno una risposta chiara. Si usano le affermazioni di (pseudo) esperti tra americani e francesi, tra giornalisti ed accademici, per parlare dei due creatori di Google (se ne raccontano la vita e le origini sociali, il temperamento e il profilo psicologico) procedendo nel descrivere caratteristiche e peculiarità di Google, che viene presentato come una sorta di grande fratello, pericoloso, mastodontico.
Se si riassume quel che viene detto in un'ora e 17 minuti di film sono quattro le "accuse" mosse a Google:

1) Google viola la privacy perché registra tutte le ricerche che si fanno sulla rete, quindi se volete tenere qualche cosa di segreto (e perché mai uno dovrebbe?) non fate ricerche su internet.
Ora chiunque usi la rete con un minimo di consapevolezza sa che lascia delle tracce facilmente registrabili e che se può parzialmente cancellare quelle lasciate sul pc che usa non può fare nulla per quelle che lascia sulla rete.
Peccato che nessuno parli del fatto che la nostra privacy è attaccata anche fuori da internet in maniera ben più perniciosa ogni volta che usiamo una carta di credito, o una tessera per gli sconti del supermercato o della libreria, o di un noleggio video, etc, e che questi dati sensibili vengono usati per catalogare usi e consumi di ognuno di noi...
Ma in rete la registrazione di informazioni sensibili non la fa solo Google. Quindi perché avere paura solamente di Google?

2) Google ha digitalizzato migliaia di libri, senza chiedere il permesso agli autori.
E qui emerge la spocchia fascista dei francesi inorriditi che chiunque possa accedere a un sapere che in Francia non è per tutti ma solo per gli studiosi. Almeno questo emerge dai commenti degli intervistati francesi che ne fanno un problema di commercio e non di cultura. Ma la Francia ha su questo argomento una posizione che nemmeno Re Sole...

3) Google ha accettato di comparire in Cina e ha autorizzato una forma di censura.
Ecco, questo è un fatto grave per cui Google andrebbe censurata. Però poi si scopre che è stata Yahoo a fornire i dati sensibili che, in base ai percorsi di ricerca, ha permesso al governo comunista (sic!) di individuare gli oppositori o dissidenti del regime (cioè chiunque non la pensa come loro...) e di arrestarli. NON Google... Ma allora?!?!

4) si critica il sistema di Page ranking di Google e anche il meccanismo economico che porta la pubblicità... Peccato che si dia per scontato che tutti sappiano cosa sia il page ranking e che non vengano date alternative né venga spiegato perché il page ranking basato sulle notizie più cliccate sia un male e non una forma autonoma di democratizzazione (ma si sa "il popolo è bue...").

Ecco qui il film, messo a disposizione da Google che è talmente cattiva che mette in rete, gratuitamente, un video in cui si parla male (ma non si capisce ...) di se stessa...



Il tono generale del documentario è che chi sta davanti al pc troppo tempo è un nerd che perde contatti col mondo reale... Insomma un miscuglio di misoneismo e campanilismo, il peggior cocktail che può provenire dai cugini francesi (che io adoro, ma questa volta mi fanno vergognare di essere filo francese...).
Da dimenticare. Anzi, no. Da sorvegliare.

Ballet Shoes (GB, 20078) di Sandra Goldbacher è un delizioso film tv in costume (ambientato tra gli anni venti e trenta dello scorso secolo) della BBC, ben girato, ben recitato, ben raccontato, forse un po' troppo "a lieto fine", ma un racconto positivo ogni tanto fa bene... Un classico prima ancora di essere girato, una buona idea per una serie tv... Si trova in rete, scaricatelo e vedetevelo.


Andrebbe detto che nel cast c'è Emma Watson ma io non sono un fan di Potter per cui vi segnalo che nel cast ci sono anche Emilia Fox, Victoria Wood e Gemma Jones...

La sera, dato il ritardo delle proiezioni, ho visto gli ultimi 10 minuti del documentario Just Us Derek Rocco Bernabei (Italia, 2008) di Manuel Jael Procacci e Paola La Rosa, che racconta delle vicissitudini di Rocco Bernabei un italoamericano condannato a morte per un omicidio non commesso, dallo stato del Virginia. L'impressione avuta oltre all'apoteosi del Signore ("che mi farà vincere nell'aldilà"...) è il personalismo di certi intervistati che raccontano dell'ultimo contatto avuto col condannato a morte (telefonico, diretta radiofonica, presenza la sera dell'esecuzione) dove la commozione non si capisce se è per il morto o per l'aver partecipato all'evento. Insomma uno sciacallaggio mediatico che inficia tutta l'operazione (ma, di nuovo, non l'ho visto tutto e non ne dovrei parlare...).

Anna PolitoKvskaja (e non Politovskaja come riportato erroneamente sul programma) (Italia, 2007) di Ferdinando Maddaloni, è una commemorazione della giornalista russa uccisa nel 2006 (della quale anche io nel mio piccolo avevo parlato in un post...) che dà molte poche informazioni ma che almeno fa venire voglia di saperne di più. Io avrei preferito meno canzoni (bellissime ma che rubano tempo ai 22 minuti di durata del documentario), meno fotografie e più fatti. Ma non sono io l'autore del documentario!...

E' poi la volta di tre documentari tutti incentrati sula vita di donne.

Goddessess-Dhevajhaigal (India, 2007) di Lena Manimekalai racconta di tre donne Lakshmi, una cantante funebre, mitomane e un po' fuori di testa, che, per soldi si lamenta e canta condividendo il dolore dei suoi clienti. Il ritmo dei tamburi ed il tintinnio dei campanelli che indossa alle caviglia risuonano per la casa anche in sua assenza. Krishnaveni accetta dalla Polizia locale i corpi che nessuno reclama, dando loro una degna sepoltura o cremazione oltre che occuparsi personalmente della manutenzione ed escavazione delle tombe. Mentre Sethuraku è una pescatrice, lavoro considerato tabù per le donne.
Tutte e tre logorroiche raccontano le proprie vicissitudini tra considerazioni mitomani (di Lakshmi) e altre squisitamente politiche (Sethuraku che rivendica contro il governo il suo diritto a pescare nel mare che è dei pescatori) mentre il candore di Krishnaveni che racconta di come i becchini volessero ucciderla per impedirle di fare quel mestiere ("ma io sono più forte e l'ho spuntata"...) fa capire la forza morale di queste donne che sanno di poter contare solo su se stesse...






Sona And Her Family (Slovacchia, 2007) di Daniela Rusnokova ritrae la giovane Sona e i suoi 14 figli, che vivono tutti in una baracca di pochi metri quadri. Tra lamentele per le condizioni precarie "da quando c'è la democrazia", al quindicesimo figlio in arrivo (il ventre gonfio pieno di smagliature) e Sona che, noncurante, fuma... il documentario cerca di registrare la vita di questi Rom e non di giudicarli e in questo ci riesce, ma si esime al contempo dal fare domande politicamente irrinunciabili (I contraccettivi? Quale futuro per questi figli? La salute del nascituro? E' cosciente che fumare fa male al feto?). Ma forse sono domande troppo entocentriche...
Resta il senso di impotenza a sentire delle donne che affermano di essere realizzate solo quando sfornano figli, che giustificano corna e foje maschili ("sono maschi non è colpa loro...") anche se i commenti che Sona fa sottovoce sul marito danno più spessore alla sua coscienza di donna e di essere umano.

Behind That Snowy Hill (Iran, 2008) di Ramtin Lavafipour, classe 1973, racconta di una vecchia che vive in un villaggio disabitato tra fantasmi del suo passato (il figlio e il marito lì sepolti) a metà tra tradizioni locali (le donne non abbandono i propri defunti) e fissazioni personali (il marito che da fantasma la viene a trovare le sere portandole cibo e coperte) la cui storia leggendaria è raccontata da alcuni giovani uomini che la conoscono o ne hanno sentito parlare.


Gli ultimi due film della giornata, altri due documentari, sono i più interessanti, o, comunque, quelli che mi hanno colpito di più.

Half Ton Mum (Gran Bretagna, 2008) di Luke Campbell raccoglie la testimonianza di una 29nne statunitense di oltre 400 kili di peso che cerca di salvarsi da morte imminente con un by-pass gastrico, al quale non sopravvive per complicazioni cardiache. Il coraggio di accettare di essere ripresa è politico perché la giovane, madre di due figlie, vuole esortare gli altri obesi affinché non si nascondano (lei è tre anni che è costretta a letto dal peso) ma chiedano aiuto, si facciano vedere, sappiano che c'è un modo per uscirne...
La fine che farò io se qualcuno non mi prende prima per i capelli.

Infine il controverso No Man's Land (India, 2006) di Prajina Khanna e Himali Kapil che parla dei gay indiani costretti nella casta degli Hijiras (che in Urdu vuol dire ermafrodito), sul quale tornerò a tempo debito con un post approfondito.
Qui posso solo anticare che questo documentario nonostante le sue semplificazioni ideologiche sembra dare ragione alle mie idee sul transessualismo...
Abbiate pazienza, lasciate che finisca il Fiction Fest (venerdì) e ne riparliamo.
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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