11 gennaio 2008
Music That I Like
Norvegesi, antidivi, dalle melodie e armonie interessanti come quelle di certi ricerche inglesi anni 80... Sono i Kings of Convenience ormai inattivi dal 2005... gruppo che viene annoverato tra quelli Indie.
AAAh gli anni 80....
10 gennaio 2008
La famiglia per i tedoem? Una punizone divina!

Vedo un episodio di The War at Home una insulsa sit-com americana che va in onda il pomeriggio tardo su Italia 1, caratterizzata da siparietti di commento ad alcune battute dei protagonisti.
Me ne colpisce uno, diretto come un uppercut. Quando il protagonista maschile commenta con la moglie che ricorda quando “ha dovuto smettere di studiare. Ecco che parte un siparietto in cui lui e la moglie, vestiti da adolescenti, consultano un test della gravidanza di quelli che si fanno da soli e, essendo evidentemente il risultato positivo, scoppiando a piangere lui chiede a lei se lo vuole sposare e lei piangendo accetta… mentre le risate pre-registrate tipiche della sit-com coronano l’idillico quadretto neo-familiare.
E allora capisco che per i tedoem di tutto il mondo è proprio così: la maternità, la paternità non è un momento di crescita, di maturazione, non è una gioia ma anche un accettare saggiamente e anche sempre con un po’ di sconsideratezza di crescere un figlio (una figlia) ma è sempre visto come la fine dell’adolescenza e l’ingresso traumatico nel mondo degli adulti.
La maternità è presentata come la fine subitanea di ogni libertà, di ogni de-responsabilità, ma anche di ogni aspirazione a una vita migliore, come nel film di Muccino L’ultimo bacio
Chi diventa mamma (e papà) smette di studiare, smette di migliorare la propria cultura, di diventare una persona migliore e non può più vivere una vita migliore per sé e per gli altri.
La maternità è la punizione (divina?) per l’irresponsabilità di avere fatto sesso (come nel film Notte prima degli esami) ma anche l’adeguarsi a un rito che hanno seguito tutte le generazioni precedenti che nonostante le dissennatezze del sesso prematrimoniale ottemperando al proprio dovere genitoriale rinunciando agli studi, al lavoro, alla carriera (la mamma smette di lavorare si sa altrimenti come fa ad accudire al pargolo in arrivo?...) riscattano la loro dissennatezza e diventano adulti rispettabili.
Messa così le precauzioni anticoncezionali sembrerebbero l’unica alternativa concreta all’astinenza (che probabilmente è quello che i teodem vorrebbero). Che modo misero di vedere le cose…
Quando una maternità giunge indesiderata ci sono mille alternative all’aborto.
Si può partorire il bambino e darlo in adozione (non che sia meno traumatico dell’aborto ma almeno nessuno strumento metallico entra nelle tue parti intime…) oppure, se si decide di tenerlo, non si deve necessariamente rinunciare a studiare o a lavorare. Se si è molto giovani si può chiedere aiuto ai genitori (e ai suoceri) per permettere di finire le scuole, l’università, o comunque di trovare un lavoro che sia degno di questo nome. Poi quando la neofamiglia avrà concluso gli studi potrà rimborsare i genitori (e i suoceri). La famiglia serve anche a questo no?
Invece per i Teodem la famiglia è un posto grigio (guardate il manifesto pro famiglia dell’Udeur di Mastella) dove si smette di sognare e ci si adegua subito a un triste, doloroso e sempre uguale a se stesso senso di realtà.

La maternità è gioia, è rivoluzione, è dissennatezza, ma per essere tale deve essere consapevole, meditata, voluta. E che a ricordarlo sia un ramo secco come chi scrive è davvero triste…
9 gennaio 2008
Ei fu. Siccome immobile,
L'avevo pesa coi punti SIDIS, almeno nel 2002. Mi ha servito innumerevoli tazze di caffè per almeno 5 anni.
Poi, ieri l'altro, appena la ho accesa, ha sputato due decilitri di caffè e poi niente più. La spia d'alimentazione si accende ma la macchina non scalda acqua e il caffè non esce...
Era una moulinex con una sobria ma concreta pretesa di design.
(eccone un esemplare, anche se questo è giallo, la mia era bianca...)Ne ho comperata un'altra, una Tefal, molto più macchina del caffè che oggetto d'arredo culinario.
Ma tant'è. Non ho il tempo e le finanze per andare in giro per Roma a cercare un'alta Solero...La prima volta che ho incontrato il caffè americano fu in Francia, a Parigi, nel 1987.
Vi ero andato in vacanza con la mia amica Frances grazie ai primi soldi che avevo guadagnato con l'arte dello scrivere, una collaborazione in nero, non economica, ma senza firma, (ricordo ancora quando Nino, lo scrittore che cercava un giovane dalla mente brillante e dalle miti pretese, mi prospettò una collaborazione per 13 puntate di un varietà radiofonico, facendo un lungo preambolo sul fatto che la radio non è la televisione e che, insomma, non poteva pagarmi troppo e poi, serio mi disse: "unmilioenetrevabene?" e io che un milione neanche l'avevo mai visto tutto insieme, cerco di darmi un contegno mentre mi precipito a rispondergli di sì nell'eventualità che possa svenire...).
Fu un incontro folgorante, io che la mattina non sapevo mai come fare colazione (un'incertezza che mi è rimasta ancora oggi quando vado al bar, dove non ordino mai la stessa cosa facendo dannare i baristi che cercano di memorizzare cosa prendo, e le opzioni sono vastissime, caffè in vetro, cappuccino tiepido, caffellatte col latte freddo..., caffè freddo, the...) perché niente mi esprimeva con soddisfazione, finalmente avevo scoperto la mia bevanda.
Oggi la macchina per il caffè americano è diffusa anche in Italia ma all'epoca vi assicuro era arduo trovarne una, così la mia prima macchina (era una Braun, ancora me la ricordo con le sue forme perfettamente rotonde) me la portai (in treno...) da Parigi a Roma.
Non ho mai trovato un amico, che non fosse francofono, rimasto a dormire a casa mia, pronto ad accettare con entusiasmo il mio invito a fare colazione col caffè americano.
Una passione che condivido col capitano Catherine Janeway di Star Trek Voyager.
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente