15 agosto 2010

A proposito di un articolo di Irene Tinagli sul Corriere

Leggo un articolo di Irene Tinagli pubblicato sul La Stampa il 12/8/10.

Una lettura interessante ma parziale, incompleta, mancante.


Il nuovo pudore che la politica
non sa capire

Il caldo si sa, dà un po’ alla testa, ma non può essere solo il caldo la causa dell’ondata di denunce, insulti e aggressioni rivolte a persone che, a detta dei denuncianti, «offendono» il pudore e la sensibilità della gente. Ma chi sono questi svergognati e quali sono i vituperati atti osceni oggetto del contendere? Sono coppie dello stesso sesso che si tengono per mano e che si scambiano un bacio in pubblico.

E che per questo vengono denigrate, umiliate e in alcuni casi picchiate (come pochi giorni fa a Pesaro). Sono donne che prendono il sole in topless, come nel caso di una giovane denunciata sulla spiaggia di Anzio perché «turbava» i figli della vicina di ombrellone. Sono docenti di educazione sessuale denunciati perché spiegano il sesso a ragazzi già adolescenti chiamando le cose col proprio nome anziché ricorrere alla metafore delle api, come è successo qualche mese fa a Treviso. Sono persino mamme che allattano i propri figli in pubblico. Potrebbero sembrare casi sporadici e come tali ignorati senza troppi allarmismi.

Ma è un fenomeno in corso già da alcuni anni su cui varrebbe la pena riflettere. Anche l’estate scorsa sono state numerose le aggressioni ai gay che camminavano per mano, considerati «vergognosi» e oltraggiosi, così come si sono avuti episodi di mamme alle quali è stato impedito di allattare in pubblico, come una mamma allontanata da un ristorante di Madonna di Campiglio, o un’altra redarguita dal proprietario di uno stabilimento balneare della riviera romagnola perché avrebbe dovuto allattare chiusa in cabina. Questi comportamenti non possono essere attribuiti alla tradizione cattolica o a qualche fattore culturale immutato e immutabile del nostro Paese, perché venti anni fa di donne in topless al mare se ne vedevano a decine, e a nessuno veniva in mente di gridare allo scandalo e chiamare la polizia. Magari qualcuno poteva storcere il naso e pensare «non ci sono più i bravi giovani di una volta», ma c’era la consapevolezza di una società che cambiava, di nuove regole di convivenza civile alle quali occorreva adeguarsi. E soprattutto cominciava a farsi strada, allora, un concetto di libertà e di diritti civili e individuali che oggi a quanto pare sta diventando sempre più condizionato, limitato non tanto dal rispetto della legge, come dovrebbe essere, ma dalle sensibilità personali. Il limite della libertà di un individuo oggi non sembra essere più il rispetto della legge e della libertà degli altri, ma della loro sensibilità, del loro concetto di buono e cattivo, di ciò che a loro piace o dà fastidio. E questa è una deriva molto insidiosa.
Quel che Irene ignora in questa sua analisi,  e non sappiamo come faccia, è che la deriva culturale, di stampo cattolico, c'è, è in corso. Oggi il Vaticano decide unilateralmente quali sono gli insegnanti di religione nelle nostre scuole, ma gli stipendi li paga lo Stato. Anche grazie al contributo ideologico e propagandistico del Vaticano lo Stato ha promulgato una legge (la 40 del 2004) che obbliga patriacalmente che alle donne in gravidanza assistita (solo quelle sposate ed etero) devono essere impiantati tutti e
tre gli ovuli fecondati ANCHE SE  LA DONNA NEL FRATTEMPO CAMBIA IDEA. Una legge che più maschilista di così, che dia il segno dell'odio degli uomini per quelle rompiscatole delle donne, non c'è.
Un Vaticano che spende tutte le proprie energie (grazie ai nostri soldi e a quelli dello IOR altrimenti e magari succedesse, fallirebbe e dovrebbe chiudere bottega) ricordando ogni giorno come i gay siano moralmente disordinati, come le donne debbano sottomettersi alle volontà del marito (ma io aggiungerei padre fratello figlio), maschio e dunque naturalmente capofamiglia.
Un Vaticano che non passa giorno a remare contro la ricerca scientifica e non solo quella su argomenti sensibili (cellule staminali) ma sulla ricerca scientifica tout-court, considerata arida e senza dio. ricerca che, se favorita, potrebbe migliorare la condizione di tante persone (la mia amica Laura che, se lo si fosse permesso alla scienza oggi avrebbe dei nuovi occhi autoclonati e invece continua a essere una ipovedente). Altro che comportamenti non attribuibili alla tradizione cattolica, il Vaticano ogni giorno riversa il suo odio, la sua visione delirante del mondo e della vita (no ai profilattici nemmeno in Africa dove muoiono all'anno due milioni di persone per aids) dei Talebani in casa, molto più furbi di quelli veri, perchè quelli del Vaticano non usano la violenza ma la persuasione occulta.

Ma come siamo arrivati a questa sensibilità pubblica così esasperata, che finisce talvolta per sfociare in atti di intolleranza e aggressività? Siamo arrivati fin qui non perché la gente sia diventata all’improvviso più cattiva o più bigotta, ma perché è stata lasciata sempre più sola ad affrontare cambiamenti sociali importanti, condizioni di convivenza mutevoli, bisogni e valori emergenti.
Che la gente sia più cattiva e biogotta oggi di 20 anni fa è un dato di fatto. Altrimenti non si capisce come vota certi mafiosi e ladri e delinquenti che oggi ci governano. Uno Stato ha al potere sempre i rappresentanti della sua società.
Ma quello che manca a questa analisi, apparentemente suggestiva e profonda, è lo scempio culturale perpetrato sul corpo sociale del paese dalla televisione. Strumento talmente potente che, quando era governato dalla DC, valevano tutta una serie di interdizioni lessicali che oggi ci paiono ridicole ma che col senno di poi avevano un significato preciso. (Chi parla male, pensa male).
Una televisione fatta di un niente autoreferenziale, che coltiva impossibili sogni di successo immediato, corrompendo i giovani (Maria De Filippi in primis, grande corruttrice di minorenni e adolescenti in genere) ai quali insegna che si può contestare un professore, un adulto, una qualsiasi autorità con la pochezza e la sicumera della propria vocazione al talento che da sola basta a soverchiare ogni forma di esperienza, di parere maturo, profondo, ragionato.
Una televisione che insegna che non c'è differenza tra il mondo reale e quello televisivo e infatti nei telegiornali si mettono sullo stesso piano notizie di cronaca e gossip televisivi. Una televisione che dà parola a chiunque a qualunque titolo senza che gli intervistati abbiano competenza alcuna con il solo scopo di confermare quel che dice il giornalista, non in base a dati certi o alla forza di certi ragionamenti, ma in base a un sentito dire che si pretende diffuso, un giudizio di pancia promosso a dato di fatto.
Una televisione fatta da uomini, da maschi, anche non troppo giovani, che hanno ridotto le donne a un ruolo ancellare come le prime vallette di Mike Bongiorno, che sono lì per le tette e il culo, rifatti già a 25 anni, ma quello non è contronatura, lo sono i gay  e le lesbiche...
Per non tacere della classe dirigente più ignorante del pianeta se anche persone intelligenti e controcorrente come Milena Gabanelli (Report) si permettono di criticare la ricerca pura dicendo che se non serve a curare il cancro a che serve, sbagliando (perchè è dalla ricerca pura che sono venute molte scoperte utili all'uomo senza averne le competenze e eliminando così anche ogni validità della letteratura, del cinema della musica, dell'arte (se non servono a curare il cancro a che servono?)
Altro che partiti politici! Un'affermazione  talmente ridicola che non so dire se è più naif o criminale. Criminale perchè questa donna semplifica il mondo in una maniera inaccettabile, naif perché questa analisi p talmente ingenua da essere disarmante.
Siamo arrivati fin qui perché la politica ha perso lungimiranza e coraggio ed è sempre più latitante sui temi che riguardano la crescita e l’evoluzione della nostra società, che riguardano la vita, i sentimenti, le idee, e i valori dei cittadini. Riesce magari a varare una manovra o a introdurre od eliminare una nuova tassa, ma si dimentica che la crescita di un Paese non è fatta solo di manovre correttive, tassi di interesse e conti pubblici.

La crescita di un Paese è anche e soprattutto una crescita culturale e sociale. Trent’anni fa la politica aveva saputo, assai più di oggi, occuparsi dei temi legati ai grandi cambiamenti sociali allora in atto: il divorzio, l’aborto, il ruolo delle donne nella società e la parità di diritti. I partiti non si tiravano indietro di fronte alle grandi battaglie civili, e si prendevano la briga innanzitutto di informare e formare opinione, di impegnarsi in un’attività divulgativa che bene o male aiutava i cittadini a capire i cambiamenti in atto e orientarsi. E poi si preoccupavano di agire e legiferare avendo a riferimento un’idea della società che pensavano di costruire nel lungo periodo.
Bella immagine che Irene ha del popolo informato dai partiti!!!
Il popolo si informava da solo, tramite i canali istituzionali di ogni società democratica: la scuola, la stampa, l'università, i sindacati e tutte le organizzazioni lavorative, i posti di lavoro stessi, i luoghi di ritrovo dalle parrocchie a centri sociali passando per centri ricreativi e associazioni culturali. Sui grandi temi sociali menzionati  c'era una sollecitazione sociale dalla gente alla politica che lo Stato non poteva ignorare. Certo c'era uno Stato che si poteva dire tale e che oggi è assente. Uno stato che capiva che l'aborto clandestino era troppo diffuso e che quindi andava regolato per legge. Lo stesso dicasi per il divorzio.
MA LO STATO NON SONO I PARTITI.
Quelli oggi infatti ci sono ancora, senza più base sociale, senza consenso popolare (tanto dato il porcellum col quale votiamo, non serve...) il vero consenso lo si ottiene altrove, in tv e sugli altri media...
Oggi la politica sembra invece aver abdicato a questo ruolo. Le grandi questioni sociali e civili che hanno scosso le nostre comunità negli ultimi anni sono diventate «temi sensibili», rischiosi, difficili, e i politici hanno preferito evitarli oppure assecondare e cavalcare le paure e i dubbi ad essi collegati per cercare consenso facile, anziché aprire dibattiti seri ed informati.

Un atteggiamento miope e opportunista che ha saputo solo acuire disagi e attriti, facendoci trovare oggi di fronte ad un Paese paralizzato su questioni di grande rilevanza come quella del testamento biologico, dell’omofobia, o del ruolo e del rispetto delle donne, che continuano ancora oggi a subire violenze inaudite - come ci dimostra la cronaca, che quasi ogni giorno ci offre storie di mogli ed ex fidanzate perseguitate, picchiate e uccise. In questo vuoto politico ogni malumore, ogni frustrazione, ogni paura rischia di prendere la strada della chiusura, dell’intolleranza, della diffidenza, della protezione fai da te.
Dare tutte queste responsabilità ai partiti e non alla società allo Stato e alle sue istituzioni e ai suoi agenti sociali (scuola, chiesa, lavoro, associazionismo, cultura) vuol dire riconoscere ai partiti un ruolo e un'importanza inesistente delegittimando oltremisura ogni forma di fucina sociale dove il popolo può davvero formarsi.
Mancano oggi dei centri di formazione sociale, dove la gente apprende le leggi della civile convivenza, cioè occasioni per stare insieme e imparare a starci: cellulari che  squillano a teatro (a teatro non al cinema) gente che urla nei musei e nelle mostre raggiungendo un rumore che non c'è nemmeno sugli autobus. Mancano le occasioni per fare cose insieme: la gente, chiusa e separata in casa, dove nemmeno si vede la tv tutti insieme ma ognuno ha il proprio monitor individuale e guarda quel che vuole, da solo, nella propria camera (le donne magari in cucina...) dimentica come si sta insieme.
Anche una città come Roma che offre tantissime possibilità di cultura non ha spazi affinché questa cultura venga metabolizzata, venga assorbita, dove la gente possa riunirsi per ragionarne insieme e parlarne. Anche chi resiste ancora e va a teatro dopo lo  spettacolo se ne torna a casa, non ha modo di ragionare insieme. La cultura è un consumo. Stop.  Prima la gente si formava una opinione con le proprie forze, i partiti, per chi li frequentava, erano uno dei tanti agenti sociali, ma non l'unico, né il precipuo.
L’atteggiamento della politica verso tali questioni è tanto più miope se si pensa che certi temi comunque ritornano. E ritorneranno, infatti, quest’autunno, con il voto alla Camera della legge sul biotestamento e, probabilmente, con un nuovo voto sulla legge contro l’omofobia. Qualcuno si sta già chiedendo se questi voti spaccheranno la maggioranza e se e come contribuiranno a definire nuove geografie politiche. Speriamo però che, almeno questa volta, la politica sappia prendersi le proprie responsabilità e cogliere l’occasione per avviare un dibattito serio, informato, lungimirante e non demagogico su questi temi, che pensi al futuro della nostra società e non solo a contare voti e disegnare alleanze di carta.

Un articolo scritto da una persona giovane, che non ha memoria di quello che era l'Italia 30 anni fa  (Irene nel 1980 aveva 6 anni...) quando ancora c'era una opinione pubblica e una partecipazione sociale (che andava a farsi smantellare, ma almeno per qualche anno ancora avrebbe resistito).
Altro che partiti!
Qui dobbiamo ricostruire degli aggregatori sociali a partire dalla tanto maltrattata e martoriata scuola se solo gli italiani avessero rispetto dei professori che vi insegnano e gli studenti fossero consapevoli del percorso che sono chiamati a fare.
perchè la gente è oggi più reazionaria di 20 anni fa, più fascista, più xenofoba, più omofoba e maschilista, sempre sessista e misogina (pure le stesse donne) e una società così fatta non è certo responsabilità dei partiti che non hanno mai avuto così tanto potere nemmeno quando erano radicati nella società. Questo articolo  un bell'esercizio di retorica per sensibilizzare la peggiore classe politica del pianeta ma certo non sa vedere il popolo italiano in profondità e, a pensarci bene, nemmeno in superficie.

E se anche persone come Irene Tinagli* hanno una visione cosi superficiale della società e dei suoi meccanismi di funzionamento vuol dire che c'è ancora molta strada da fare.


*ricercatrice presso la Heinz School of Public Policy della Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Collabora con i quotidiani La Stampa e con La Repubblica, ed è autrice e co-autrice di pubblicazioni internazionali e italiane, come il libro “Understanding Knowledge Societies”, pubblicato nel 2005 dalle United Nations Publications, ed il libro “Talento da Svendere” pubblicato da Einaudi (Aprile 2008). Ha lavorato come consulente per il Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU sui temi di Knowledge Management and Development, presso la SDA Bocconi a Milano, il Software Industry Center a Pittsburgh e Deloitte Consulting in California.

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