14 novembre 2012

Festival Internazionale del Film di Roma. Giorno sei

In Igual Si Llueve (Argentina, 2012) di Fernando Gatti, una giornata di un adolescente (bellissimo) viene ripresa e data in pasto al pubblico, tra attese, inquadrature con un discreto ma concreto gusto omo. erotico, senza che succeda nulla. Il protagonista guarda tutto con lo stesso faccino dagli occhi sgranati, imbambolato  silente, sia che si tratti del suo amico, o di uno sconosciuto che canta una canzone nei boschi (e la sentiamo tutta) o assista la nonna malata. Una poetica del pedinamento vuota perché questo film non ha nulla davvero da dire.
E infatti tace.

Full Metal Joker (Italia, senza data) di Emiliano Montanari, è un documentario che partendo da una intervista fatta a Matthew Modine della quale ci viene in realtà mostrato ben poco, indaga sull'attore, sul personaggio (il Joker del film di Kubrick) e la relazione tra i due, presentando allo spettatore italiano un ritratto inedito dell'attore: dal suo attivismo politico mediato attraverso la reinterpretazione politica di Gesù, che secondo Modine sarebbe stato un comunista (anche se, a essere precisi, Gesù sarebbe stato più un socialista che altro visto che non si è mai interessato di plusvalore), senza fornici però davvero una lettura politica del mondo, e nemmeno, a ben vedere, della dualità attore su cui imbastisce tutta la poetica del documentario. Un documento interessante per le informazioni che dà ma la cui lettura che propone risulta naif e, alla fine, marginale che coglie alcune delle premesse della società dello spettacolo di Baudrillard senza però proporre alcuno sviluppo coerente.  Un approccio più politico  e meno religioso al personaggio e all'attore avrebbero giovato sicuramente al documentario.

Della séance di Cinemaxxi proposta oggi (e meno male che avevo deciso di non vederne più) sono stato attratto per il 3d che però non ha riguardato tutti i corti presentati come annunciato nel programma (gli ultimi due non lo erano).

Beato chi riceve la grazia (Italia, 2012) di Margherita Giusti racconta maldestramente di un matricidio per mano del figlio (imbronciato, e maledetto) che, mentre è interrogato dalla polizia  rivive alcuni dei momenti che lo hanno portato all'insano gesto. Il più brutto effetto speciale di sangue mai visto la cinema (vernice rosso vermiglio) e, soprattutto, un 3d ingiustificato e mal usato. Tanti soldi per un esercizio da studente e infatti si scopre, alla fine del film, perché nessuno lo dice, che il corto è stato prodotto dalla Nuct. Tanti mezzi  e nessuna idea.

Pletora 3D è il seme originario della sigla del Festival di quest'anno. In più, nella sua versione integrale presenta altri quadri con un effetto 3d da Wiew Master che ha un suo senso, dove però la ricerca visiva e 3d è più legata alla fotografia o alla performatività teatrale che al racconto o espressione per immagini in movimento.

Plant (2011) Waves e All the Sides of the Road (2012)  sono invece due corti di ricerca 3d del gruppo Statunitense OpenEnded Group
Plant è una istallazione senza sonoro, per due schermi, che esplora la Packard Plant di Detroit, una fabbrica di automobili abbandonata,  rielaborando in 3d qualcosa come 18mila fotografie. Un lavoro notevole che esplora veramente le potenzialità del 3d in chiave espressiva.
All the sides of the Road esplora la matericità della strada asfaltata (la Old Highway 101 in entrata e uscita da  Dewitt, Iowa)  isolandone delle texture che diventano grafiche, texture amplificate dall'effetto 3d trasformandosi in un disegno,  una animazione e interagiscono con un frame sopra il frame sempre con l'ausilio del 3d. Altro lavoro interessante quando, a differenza che da noi, ai mezzi economici si aggiungono anche le idee e la voglia vera di sperimentare.

Ixijana (Polonia, 2012) di Jozef e Mikal Skolimowski
Uno scrittore al primo libro pubblicato dal più grande editore Polacco ha un amico del cuore che gli frega la donna del cuore, che non lo contraccambia. Si sono litigati. Ma lui non ricorda nulla. L'amico è stato accoltellato. Da lui. No. E' vivo. No è morto di overdose. No. C'è lo zampino del diavolo. No. E' solo un altro racconto a casa dell'editore. Ha preso un acido e non ricorda. No. E' la vendetta di una donna. No. Gli hanno rubato il coltello. No. Lei è un'indovina. No. E' tutto un complotto. NO. Dai figli di Jerzy Skolimowski Jozef e Mikal,  uno sciocchezzaio inutile con la profondità del più greve dei fumetti. Tra citazioni velleitarie letterarie  (Il Maestro e Margherita di Bulgacov) e cinematografiche lynch e Polanski il film si perde nei meandri di una trama farraginosa che vuole solo stupire ma non ha granché da dire. Memorabile la soggettiva finale del protagonista che muore mentre recita per se stesso un pater noster. Memorabile anche la bella, ricca, lunga e soddisfacente leccata di fica (uno dei temi ricorrenti del festival, dedicherò al più presto un post tutto suo)  che il protagonista si concede a metà film.

Gegenwart (t.l. Presenza )  (Germania, 2012) di Thomas Heise è un documentario estetizzante su di un forno crematorio che decide di mostrare  senza spiegare, con dei tempi lunghissimi che si accorciano man mano che il film si avvicina alla conclusione. Mancante di qualche spiegazione (come è possibile che i corpi nelle casse vengano manipolati solamente con dei guanti, senza mascherine?) che sono fornite dal pressbook (il forno crematorio garantisce la cremazione a 3 giorni dalla morte ecco perché i copri possono ancora essere maneggiati in un ambiente non igienicamente protetto) il documentario raggiunge il suo scopo che è quello di disumanizzare il processo crematorio e rendere le persone oggetti, macchine. Ma lo fa non da documentario ma come racconto per immagini 
E questa estetizzazione è, s ben vedere, una contraddizione di fondo.
Se la catena di montaggio del forno crematorio è disumanizzante il documentario così sviluppato non è da meno.
Anzi.

Dell'Indi(pend)e(nt) Blackbird (Canada, 2012) di Jason Buxtonpotrei dire che è un film che racconta della normalizzazione di un dark in costumi più borghesi. Che è la storia di un ragazzo che è costretto  a lasciare gli studi (nonostante gli piaccia studiare) e mettersi a lavorare. Che è un film che ha un suo impianto buonista  con lieto fine edificante e una parola di buono per tutti, anche per il minore detenuto con manie omicide. Potrei, ma non lo faccio, perché Blackbird è un vero film con dei veri personaggi, che mostra il percorso di Sean un adolescente rifiutato dalla madre, amato dal padre, che fa innamorare di sé la ragazza più ambita della scuola e diventa amico di un minore, suo compagno di carcere, che ha cercato di ucciderlo, non perché Sean ha il volto e il corpo stupendi del giovane Connor Jessup ma perché è un film vero, con vera carne, e che meriterebbe di vincere il concorso Alice.

L'ultima fatica di Paolo Franchi E la chiamano estate (Italia, 2012) ha la passione del racconto  e della storia che si vuole dire a tutti i costi. Si apre con una citazione de L'origine del mondo Di Courbet (a prestare il ...volto Isabella Ferrari) ha l'ambizione di raccontare l'irraccontabile l'inadeguatezza di un uomo che non riesce  a fare sesso con la donna che (dice) di amare e si concede solo sesso mercenario e donne di coppie scambiste. Ha una struttura narrativa ambiziosa che accanto a eleganti riproposizioni di scene che al secondo passaggio hanno una nuova collocazione temporale cambiando il significato originario, ma scade spesso nell'ingenuità, nell'errore da dilettante, pagando lo scotto di una atavica incapacità di sapere dirigere gli attori - soprattutto il protagonista maschile  Jean- Marc Barr espressivo quanto una statua di cera - complice uno dei  più atroci doppiaggi della storia del cinema italiano,  presentando una morale sessuale che più borghese non si può, dove lo scambismo  l'urofilia, il cunnilingus, la fellatio, sono tutte degradazioni dell'amore, che, si sa è penetrativo e coitale.
Un film schizofrenico pieno di imperdonabili errori ma che rispetto tanti altri film visti al festival almeno prova a dire qualcosa che poi non ci riesca è un altro paio di maniche.

Festival Internazionale del film di Roma: un'estetica conformista

Non so davvero da cosa dipenda. Se dalla facilità con cui oggi si possono accedere ai mezzi di produzione cinematografica, garantendo a tutti (beh a molti più che prima) accesso al mondo della produzione senza una necessaria gavetta; se alla pervasione della tv che ci induce a credere che la registrazione delle immagini senza un gioco esplicito  del montaggio sia di per sé garanzia di verità (come se non ci fosse montaggio nel palinsesto ...) che la narrazione significa riprodurre la realtà così come si crede di averla vista, fatto sta che troppi, tutti (?) i film del festival che ho avuto modo di vedere presentano lo stesso pernicioso e mortale difetto. Si propongono come interfacce cristalline (quando di cristallino non hanno nulla) tra noi e la realtà presentata nel film, sia esso una fiction o un documentario.  Invece di mostrarci  il processo di ripresa e di costruzione del film, visto che oggi abbiamo l'esperienza e la memoria collettiva, in quanto spettatori, per poterlo fare senza rimanerne confusi, i film si presentano tutti come dei mediatori tra noi e la realtà e non già come gli emettitori di un messaggio che si pretende stia altro, a monte, là dove sono state colte le immagini.

Niente di più falso naturalmente visto che nessuno riproduzione come dice la parola è una copia della realtà ma una sua ricostruzione a partire da una precisa ipotesi ricostruttiva della realtà e che insomma invece di collettivizzare questa ricostruzione (in maniera vagamente brechitaina se volete) questi film e documentari ci  vogliono  ancora più passivi e passive e ci  impongono di credere a quel che vediamo perché garantisce la presa diretta - quell'assurda e sciocca idea baziniana che se non c'è montaggio il cinema è più vero - e non il discorso, o l'occhio del regista. Cosa naturalmente falsa (non dimentichiamoci che Bazin era un gesuita...) e sulla quale già Pirandello 30 anni prima aveva scritto pagine illuminanti.
Ma tant'è.
Carrelli lunghissimi dove non succede niente.
Interi film che si presentano, nella scansione narrativa,  con una andamento da film amatoriale  mostrandoci  banali pomeriggi  nei quali  non succede nulla. Al massimo ci si perfeziona nella ricerca fotografia o nella composizione dell'inquadratura.
Per il resto sono tutti film egotisti, auto-celebrativi che non hanno davvero nulla da dire oltre a guarda quanto ce l'ho grosso (non a caso sono fatti tutti da uomini ), cioè, fuor di metafora, guarda io sto comunicando (non già raccontando)  a te e sono quindi un figo della madonna.

So di essere controcorrente e che la maggior parte dei colleghi e delle colleghe penserà che sono vecchio, legato al passato. Io invece trovo loro, voi, naif, se davvero credete che questa estetica da youtube da sola garantisca qualcosa  oltre alla mostruosa mancanza non già di idee ma di cose da comunicare  e tutto si riduce a una mostrazione che si pretende racconto  senza alcuna metafora che lo sottenda o sostenga l'immagine.
Questo non è affatto cinema  ma una mummificazione del reale (proprio in senso opposto al signficato che ne dava Bazin) dove mi si costringe a chiudermi in sala per rivedere male quello che fuori, nel mondo reale, posso vedere  meglio e in maniera molto più soddisfacente.

Diversissimi i film tra di loro eppure tutti non a caso irrimediabilmente proni a una estetica da reality  da diretta tv (nessuno ha mai letto le illuminanti pagine di Eco di 50 anni fa sulla retorica della verosimilgianza della diretta tv?) che proclamano ne momento  stesso in cui pretendono di esser cinema la sua morte.

Ma la cosa che mi dà più fastidio è l'assoluta mancanza di ironia e di autoironia, l'assoluta serietà con cui predono in considerazione le proprie deiezioni e le danno in pasto a un pubblico coprofago che troppo spesso pare apprezzare.



Decreto "salva Sallusti" il carcere per i giornalisti che diffamano resta: la casta unanime protesta.

Avrete seguito il caso Sallusti. Se non ne sapete una ceppa leggete pure qui.

Ora pare che, coi nostri quotidiani è sempre bene non fidarsi,   al Senato sia passato un emendamento al ddl "salva Salllusti" (pensato cioè per evitargli il carcere), con il voto segreto, chiesto dalla Lega e firmato dall'Api, che mantiene il carcere per i cronisti che diffamano (diminuendo la pena massima a un anno dai 6 della legge attuale). 131 sì, 94  no 20 astenuti. Quindi Sallusti in carcere ci dovrebbe andare.
Sallusti è stato condannato per diffamazione (e il tribunale ha specificato che è una pratica reiterata, ripetuta cioè in diverse occasioni), con sentenza passata in giudicato, ma se il ddl avesse depenalizzato il reato, grazie al principio del 'favor rei', avrebbe evitato la galera.


Io continuo a ribadire che chi mente sui giornali (o lascia che altri lo facciano, poco importa) affermando il falso sapendo di affermare il falso al di là di ogni ragionevole dubbio, cioè non esprime una propria opinione per quanto lesiva ma asserisce proprio il falso (si è detto che un tribunale ha costretto una bambina ad abortire, quando la 194 non prevede MAI, in nessun caso, l'aborto coatto) è giusto che vada in galera.

Invece a leggere le dichiarazioni della feccia di delinquenti che ci governa, sono tutti e tutte (vero onorevole Finocchiaro? Onorevole lei? Ma mi faccia il piacere!!!) sconcertat* dall'esito del voto.

Adesso ditemi, come posso votare un partito che ha una posizione così supina nei confronti di un bugiardo per professione come Sallusti?

FinocchiAro e tutto il resto del carrozzone dei Pavidi Democristi, sparite dalla faccia della terra.

Sallusti in galera ci deve andare. Come ha stabilito un tribunale della Repubblica.

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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