31 dicembre 2013

Buona fine e buon principio...

...e non dimenticate di indossare le mutande rosse!

Nel piccolo comune spagnolo di La Font de la Figuera, in provincia di Valencia, a Capodanno si resta in mutande, qualsiasi sia la temperatura esterna. 


24 dicembre 2013

Have Yourself a Marry Little Christmas. Mina va, Mario viene.

Credo che la migliore critica all'ultimo, stucchevole, inutile, senile, musicalmente mummificato album di Mina con una produzione pessima, pavida, vecchia, noiosa, asfittica, inascoltabile, uguale ad altre diecimila sue produzioni fatte tutte con lo stampino, mi sa che devo aspettare la morte a Danilo Rea per sentire Mina cantare con il piano di qualcun altro, ma che cazzo e bastaaaaaaaa, sia, dicevo, di confrontare la sua cover con la stessa fatta da un altro artista italiano, Mario Biondi.






 Tutto il vuoto musicale di Mina scompare paragonato con la solarità calda e viva della versione di Mario Biondi. La colpa è di Mina che continua a farsi produrre da Massimiliano Pani, figlio di mamma, ma è in primis di Pani stesso, incapace di produrre dischi di qualità e a tutti i musicisti e le musiciste che hanno suonato nel disco che sono morti e morte,  musicalmente e non solo.

 Dopo questo disco davvero inesistente forse Mina farebbe bene a ritirarsi dignitosamente dalle scene.

 Ah, già! Buon Natale!

16 dicembre 2013

Dell'intimo, profondo arcaico fascismo della chiesa italiana

...e dell'arcaico conformismo cattolico italiano...

Ieri mia nipote elisa, 4 mesi, si è battezzata per volere dei suoi due genitori biologici.

Il battesimo si è tenuto nella parrocchia del quartiere dove mia sorella vive.

Il prete che ha officiato la messa, un uomo sanguigno sui quaranta il cranio pelato e rasato,  vestiva dei paramenti rosacei. Un richiamo al periodo precedente la riforma della liturgia del 1969 quando questo colore era impiegato durante le celebrazioni che cadono nella Domenica Gaudete (la terza domenica del tempo di Avvento) e della Domenica Laetare (la quarta domenica del tempo di Quaresima).
Il rosaceo colore si colloca a metà fra il violaceo, simbolo di penitenza, e il ...biancaceo delle celebrazioni di festa. Oggi sostituto dal viola.

Durante l'omelia questo uomo ha esordito dicendo che uno dei chierichetti mentre lo aiutava a prepararsi ha commentato che il rosa è il colore delle femmine.

Il prete gli ha risposto, ha detto durante l'omelia: bravo vedo che lo sai. Sperimao che anche el donen sappiano qual è il loro colore e quale la loro funzione in seno alla famiglia. 

Altre perle di nazifascismo di questo lefevriano di merda sono state:

le donne devono crescere i figli con amore, altrimenti da grandi poi crescono senza sapere qual è il loro sesso.
Un paragone tra la mentalità ebraica e quella intellettualmente superiore cattolica

la donna simboleggiata dal rosa remissiva e dolce e l'uomo simboleggiato dal viola muscolare e potente.

Io non me ne sono potuto andare perchè ero stato incaricato delle riprese video.

Quello che mi preoccupa è che la parrocchia dove questo porco nazista lavora è seguita da tantissimi bambini e bambine una inizia che viene così cresciuta coltivando pregiudizi e stereotipi di genere e una larvata omofobia senza che nessuna persona tra le presenti avverte come pericolo. Senza che lo Satto censuri questa ideologia patriarcale e maschilista, seguita dalla gente più per convenzione scoiale che per una sincera e coerente adesione al cattolicesimo, anche se prima del battesimo la cerimonia è chiara e ricorda ai celebranti che con il battesimo si aderisce ci si allea a Cristo e si rinuncia a Satana.

 Viene chiesto a padre madre madrina e padrino prima del battesimo e si risponde sì senza rendersi conto dell'incoerenza e l'ipocrisia che quel sì automaticamente costituisce visto che padre madre padrino e madrina di mia nipote so per certo che non seguono tutti i precetti nazisti oscurantisti misogini misoneisti sadici e omofobi della chiesa e dunque di fatto aderiscono a un club violandone già alcuni dei precetti.
Come essere accettati in un club di vegetariani con un cosciotto di pollo in mano...


Il danno culturale sociale e antropologico della chiesa è totale e su molteplici versanti:

in primis l'antropologia della chiesa cattolica che vuole la donna rosa e remissiva e l'uomo maschio  e muscoloso
dove la colpa della donna (perchè si sa che l'educazione pertiene solo a lei) se non dà amore ai figli (poco contano le figlie o il fatto che mia nipote, unica battezzanda,  è femmina)  è che questi crescono senza sapere a quale sesso appartengono allusione plurisemantica che allude sia al ruolo comportamentale (un uomo che non picchia le donne per questo porco nazifascista è meno uomo di uno che lo fa) che all'orientamento sessuale artatamente confuso con l'indennità di genere...

In secundis il favorire un atteggiamento ipocrita nello scollamento tra i precetti nominali del cattolicesimo e i precetti effettivamente seguiti da accoliti e accolite: il codice comportamentale sessuale e non solo reale è molto di verso da quello nominale che però è quello che la chiesa propala all'infanzia corrompendola tutta col tacito accordo dei padri e delle madri e della società tutta.

Se in quel libro di merda che è la bibbia (ribadisco in quello di merda che è la bibbia) ci sono frasi come questa
La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. 12Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull'uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. 13Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. 15Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza.
(Paolo, timoteo 1 cap 2 vv. 11-15) 
non possiamo poi meravigliarci se gli uomini uccidono picchiano o vessano le donne.

La rivoluzione non può prescindere dal cancellare dalla faccia della terra la peggiore organizzazione criminale che c'è sul pianeta che è la chiesa cattolica.

Ma non per i preti pedofili che sono uno specchietto per le allodole ma per i precetti del buon cristiano (sessisticamente al maschile) che educano ai ruoli di  genere antichi di 2000 anni anche le nuove generazioni.

Eppure belluinamente uomini e donne di media intelligenza presenzino a cerimonie religiose dove uomini di merda possono dire donne state zitte senza che quelle ficchino loro in bocca un cero, possibilmente acceso...

La chiesa corrompe anche te. Dille di smettere.

Nuova direzione nazionale del PD. Tra le elette anche Cristiana Alicata alla quale va il mio più grande abbraccio

All'assemblea nazionale del Pd svoltasi alla fiera di Milano sono stati eletti gli oltre 120 membri della direzione nazionale del partito.

120 membri eletti in numero proporzionale alle percentuali ottenute dai candidati alle primarie, equamente distribuiti tra i due sessi, au pair, anche se gli uomini prevalgono perchè per statuto fanno parte della Direzione oltre tutti gli ex premier e gli ex segretari mentre anche i 20 sindaci e sindache nominati e nominate da Renzi sono stati eletti fifty fifty tra uomini e donne.

Tra i membri c'è Rosy Bindi, ma ci sono Ivan Scalfarotto e Cristiana Alicata.

A Cristiana auguro buon lavoro e le dico: tieni duro!!!!

Per leggere l'elenco dei 120 membri cliccate qui

10 dicembre 2013

Pessimo giornalismo.
Sul lessico e il registro linguistico pregiudizievoli di un articolo del Messaggero che riporta la notizia dell'avvenuta identificazione dell'autrice di un incidente automobilistico.


Sabato scorso a Roma verso le 18.00 una Audi TT dente viale Palmiro Togliatti: auto investe tre pedoni alla fermata dell'autobus
ha urtato dei veicoli ferendo due persone a bordo di una Smart e poi ha travolto tre pedoni fuggendo poi dal luogo dell'incidente.

Oggi sul Messaggero in un articolo a firma Marco De Risi e Luca Lippera si legge che alla guida dell'Audi c'era una donna, senza patente, di nazionalità romena. Dell'Audi, intestata a un professionista di Sacrofano era stato denunciato il furto dal figlio dell'uomo che ha una relazione con la ragazza, la quale, rintracciata delle forze dell'ordine ha ammesso di essere alla guida, ma che l'automobile le era stata data dal fidanzato e di essere fuggita dopo l'incidente per paura. A bordo dell'Audi c'erano due passeggeri, un uomo e una donna, non ancora identificati. Alcuni testimoni, clienti di una pizzeria al taglio, che avrebbero sentito una donna preoccuparsi di quanto avevano fatto collegherebbero le sue parole all'incidente avvenuto.

Questi, i fatti, per quanto si può desumere da un articolo scritto con un italiano stentato, con una sintassi inesistente e farciti di aggettivi e sostantivi razzisti, giudicativi, tutt'altro che imparziali che cercano di tingere di mistero un comportamento criminoso ma fin troppo chiaro nella sua dinamica.
Il “pirata” ha un nome e un cognome, ma il mistero resta senza capo né coda
quale sia il mistero non si sa.

La conducente è una ragazza di 25 anni, di nazionalità romena, ma per messaggero è

Il conducente
che
è stato individuato e ha confessato.
Si tratta di una romena di venticinque anni.
Si passa da conducente, maschile, direttamente a romena, senza nemmeno specificare che sia una donna ma subito da pirata a romena che per i due autori dell'articolo non è una straniera ma una
immigrata, che non avrebbe la patente.
La patente non ce l'ha tanto che è accusata di guida senza patente.

Ecco come i due analfab... giornalisti ci spiegano che il figlio del proprietario dell'auto ha sporto una falsa denuncia per furto (tanto da essere accusato di simulazione di reato) e che il ragazzo ha una relazione con la donna straniera.
è la stessa donna da cui era andato, a Bagni di Tivoli, il giovane italiano che ha denunciato il furto della spider (intestata al padre) un’ora e mezzo dopo l’incidente di sabato.
Da cui, cioè dalla quale, era andato ? Che vuol dire? Ah saperlo! Probabilmente che avevano una relazione nel qual caso però la frase sarebbe dovuta essere è la stessa donna con cui era andato, non da cui. Ce lo spiegano subito dopo con una doppia argomentazione, una da pettegolezzo, da sentito dire, l'altra che giudica la differenza d'età.
I due, pare, avevano una storia da qualche settimana: lei più grande, lui appena ventenne. 
Certo perchè la ragazza 25enne che non è una cittadina della comunità europea ma un conducente, cioè una romena di 25 anni, immigrata, irretisce il ragazzo italiano e appena ventenne.
C'è di che vomitare  possibilmente in faccia ai due autori dell'art... di questa robaccia pubblicata.

Ed ecco che una notizia che meriterebbe due righe nella pagina di cronaca viene trasformata (cioè i due giornalisti tentano disperatamente di) in MISTERO.
La ragazza ha dichiarato di essere alla guida dell'automobile datale dal fidanzato e di essere scappata dopo l'incidente per paura? Ecco come i due cosi, lì, come si dice... giornalisti infiorettano la notizia!
Ma la versione, ovviamente, è lontanissima dal chiarire le molte zone d’ombra della vicenda.
Quali sarebbero le zone d'ombra?
risolto l’enigma del conducente, [le forze dell'ordine] vogliono capire quale sia stato il ruolo del figlio del proprietario dell’Audi.
Cioè del fidanzato (pare) della romena di 25 anni. Quella da cui il ragazzo è andato.
L’unica cosa di cui sembrano certi è che il giovane non fosse a bordo. Tutti gli altri interrogativi però sono in piedi.
Quali altri interrogativi? Quelli dei vigili!|

I vigili, guidati dal comandante Maurizio Maggi, si fanno una domanda: perché mai il ragazzo, figlio di un professionista di Sacrofano, avrebbe prestato un’auto così costosa a una persona conosciuta da poco e si sarebbe deciso in quattro e quattr’otto a coprirla denunciando un furto mai avvenuto? Un’infatuazione può spiegare la follia - la falsa denuncia - ma le incongruenze restano.
Dunque la follia non è dare la macchina a una persona priva di patente, ma la falsa denuncia. Naturalmente i giornalisti (che attribuiscono il giudizio ai vigili)  hanno già deciso che i sentimenti della romena di 25 da cui il giovane è andato sono quelli di una infatuazione, eh !, si conoscevano solo da poche settimane! Se invece convivevano da due anni la falsa denuncia era più comprensibile, no?

La questione qui è che il giovane con la falsa denuncia non ha voluto proteggere la romena da cui è andato ma se stesso e il padre (proprietario dell'auto). Lo spiegano, con l'italiano di cui sono capaci, i due giornalis... insomma quei due così: 
È credibile - si chiede ad esempio la Municipale - che una persona se ne resti buona buona a Bagni di Tivoli, una dozzina di chilometri dal Prenestino, mentre la ragazza se ne va a spasso chissà dove con il bolide del padre di lui? Non c’è qualche spiegazione più logica?
Ed ecco il mistero, cioè i dubbi. 
I dubbi I vigili si stanno chiedendo se il giovane, magari da un’auto che seguiva la «TT», non abbia assistito allo schianto, da cui il panico e l’idea di rientrare a Bagni di Tivoli inscenando un furto.
denunciando...
Ma ovviamente è tutto da vedere. L’unica cosa certa e che il ragazzo è stato denunciato per simulazione di reato. La romena
non la cittadina comunitaria, non la ragazza straniera, non la conducente dell'Audi
invece è accusata di lesioni, omissione di soccorso e guida senza patente. Il magistrato, dopo averla fatta sentire dalla Municipale, ha deciso di metterla ai domiciliari.
Ma i misteri mica sono finiti qui !!!
C’è poi il giallo dei passeggeri sull’Audi, un uomo e una donna, e non sono ancora stati rintracciati.
e, non che
Lei, italiana,
dato fondamentale!
subito dopo l’incidente è entrata in una pizzeria a taglio di via delle Palme, a Centocelle, dove è stata notata: «Diceva: «Oddio che abbiamo fatto! - dice un testimone - e si guardava in uno specchio per vedere se era ferita al viso».
In base a cosa si collega questa testimonianza con l'Audi?

Come si fa a dire che subito dopo l’incidente è entrata in una pizzeria? Quando è scesa dalla macchina? L'hanno vista scendere? MISTERO Ah ecco direbbe la mia amica Tamara, vedi che il mistero c'era!

Evidentemente qualcuno appreso dell'incidente si è ricordato che più o meno alla stessa ora ha notato una ragazza sconvolta che si guardava allo specchio per vedere se era ferita e diceva a se stessa che abbiamo fatto e ha ricollegato quella donna all'incidente.

Gli autori dell'articolo non sono capaci di scrivere in un italiano decente, con un registro descrittivo e non giudicatovi, e si permettono di esprimere giudizi negativi, che esprimo razzismo e discriminazione e non danno informazioni in più sull'accaduto rendendo le indagini di un incidente dove chi lo ha causato non si è fermato e dunque se ne ignora l'identità un MISTERO che invece è tutt'altra cosa.











25 novembre 2013

Il 25 novembre e la violenza sulle donne.

La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 il 17 dicembre 1999.
 Nel testo della risoluzione (che potete leggere integralmente qui) si legge tra le altre cose che

la violenza contro le donne deriva da una lunga tradizione di rapporti di forza disuguali fra uomini e donne, situazione che conduce alla dominazione degli uomini sulle donne e alla discriminazione di queste ultime, impedendo loro di emanciparsi pienamente, e che la violenza è uno dei principali meccanismi sociali per mezzo dei quali le donne vengono mantenute in condizioni di inferiorità rispetto agli uomini.

La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne esiste da 14 quasi anni e purtroppo i motivi per cui fu istituita non mi sembra siano stati nemmeno scalfiti.

Nonostante nella risoluzione sia chiara la matrice ideologia della violenza sulle donne, mi sembra che oggi nel 2013 la questione si sia appiattita su due versanti, quello dei diritti sindacali-legali come il documento proposto da chi nel PD sostiene Civati nel quale si ribadisce, giustamente il rispetto della 194 e la modifica della legge 40, (più che di una modifica bisognerebbe scrivere una nuova legge) denuncia la sperequazione salariale e i comportamenti antisindacali ai danni delle donne e, ribaltando la prospettiva, parla di questione maschile facendone il titolo del documento, chi invece ne fa una questione di violenza fisica che arriva alla morte come il blog la 27ma ora del Sole 24 ore nel quale si parla esclusivamente dei casi di femminicidio numerando le donne uccise e le vittime di stalkin ma tacendo, per esempio, sulle denunce di stupro.

Sul sito italiano del Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNRIC)si legge che
la Bachelet [Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, agenzia dell'ONU di recente istituzione] ha detto di guardare agli ufficiali di polizia donna e alle donne soldato come esempi positivi. “Sono modelli di donne forti e dimostrano che le donne hanno le capacità per agire”, ha affermato.
Dunque da un lato la violenza sulle donne è questione fisica, dall'altro è questione sindacale lavorativa e legale.
E' violenza sulle donne quando le si uccide o le si picchia o si fa loro Stalking - ma non quando le si stupra a sentire i due documenti analizzati, una omissione certamente, non una negazione, ma di una certa rilevanza - oppure quando non vengono rispettati i loro diritti in cose da donna, l'interruzione volontaria della gravidanza, la procreazione assistita, la tendenza a non assumere donne per tema che prendano il congedo di maternità invece di lavorare delle funzioni legate sempre alla maternità mai al diritto di godere del proprio corpo come meglio crede...
  Queste son tutte punte varie di uno stesso iceberg gigantesco che, anche in buona fede, che non metto minimamente in discussione, si continua a tenere nascosto la cui matrice prima, la causa e non la conseguenza di queste forme più evidenti di violenza, è l'immaginario collettivo col quale il femminile prima ancora che le donne è percepito e vissuto, un immaginario che lede, perchè sminuisce, la dignità della donna, del femminile come espressione della personalità e del carattere di una persona.

Un immaginario lesivo che purtroppo molte donne hanno introiettato un po' come si introietta l'omofobia, per pressione sociali, e perchè di altri modelli di identificazione e di espressione di sé sembra che non ci siano, almeno così vogliono farci credere i mass media e il mondo politico.
Al punto tale che ormai ci si riferisce alla violenza contro le donne con una retorica miope e stanca basata sui numeri e solo sulle forme più eclatanti di violenza.

Ridurre la dignità della donna all'aborto e alla procreazione o ai diritti lavorativi legati alla funzione materna  negati significa vedere le donne ancora secondo lo stereotipo donnesco fascista della regina del focolare, di madre, di procreatrice.

Scrivere come è stato fatto nel pessimo documento dell'Onu che le soldate e le ufficiali sono modelli di donne forti significa continuare a seguire senza metterlo minimamente in discussione il modello di interpretazione del mondo patriarcale e maschilista, così maschilista che il linguaggio del documento dell'Onu ancor m'offende: dall'articolo davanti il cognome di Bachelet - che discrimina per specificare solo il sesso femminile, percepito evidentemente come l'eccezione mentre quello per antonomasia è quello maschile -, a quei giri di parole barbari gli ufficiali di polizia donna dove il ruolo rimane al maschile, come se non si possa dire le ufficiali di polizia e le donne soldato come se non si posa dire le soldate.

Dettagli, si dirà, lo so che lo penserete, che pure fanno capire come certi ruoli sociali siano ancora percepiti come squisitamente maschili e come l'emancipazione non dipenda dal fatto che le donne assumendo quei ruoli possano rimettere in discussione la funzione patriarcale e maschile della polizia o dell'esercito, ma che le donne si emancipino perchè assumono dei ruoli maschili il che diventa di fattore di emancipazione di per sé poco importa poi se nelle fotografie dei soldati americani che trattavano prigionieri irakeni come oggetti e non persone ci sono anche donne, per qualcuno (e qualcuna) è una conquista anche quella barbarie.


Nei due testi citati nessuno e nessuna hanno ricordato il danno che la diffusione di certi modelli e ruoli familiari dove la donna è subordinata alla cura della famiglia, o è presentata con un aspetto piacevole per il maschio,  contribuisca a ledere la dignità della donna e a farla percepire come inferiore all'uomo perchè a lui asservita, come il mito centrale della nostra religione ci insegna (Eva nata da una costola di Adamo).

Finché non si ricorda il legame stretto che c'è, per esempio, tra pubblicità sessiste e maschiliste e le violenze fisiche fatte sule donne, si continua a compiere una violenza morale sulle donne che non è meno grave né meno deprecabile di quella fisica.

Perchè finché continuiamo tutte e tutti a ignorare che ledendo la dignità delle donne come persone si contribuisce a diffondere una percezione della donna che porta qualcuno a compiere una violenza fisica che non è una eccezione né espressione di una malattia ma solo l'estrema conseguenza di una logica patriarcale e maschilista che ci riguarda tutti e tutte, finché continueremo a vedere chi picchia stupra e uccide le donne come delle eccezioni ai limiti della società, come persone da curare (come vuole il documento del PD pro Civati) e non come persone normale espressione di un modo sbagliato di considerare le donne, finché non capiamo che non bisogna curare (i malati hanno dei diritti lo stupratore non ne ha alcuno)  ma EDUCARE ed educare la società TUTTA  al rispetto della dignità donnana continuiamo nonostante le buone intenzioni a compiere violenza sulle donne.Una violenza morale prima espressione di quella fisica che la ratifica e la incoraggia.

Finché non capiamo che la prima violenza nasce dal linguaggio e dall'ideologia, dal catalogare i comportamenti delle donne ascrivendoli a un femminino sensibile e gentile, finché non capiremo che in questa visione della donna madre e moglie e mai persona si annida la stessa identica ferocia di chi le donne le picchia le stupra e le uccide non verrà fatto passo avanti alcuno.

E infatti la giornata del 25 novembre si ripete stancamente dal 1999 senza che si sia fatto il menomo progresso.

1 novembre 2013

Quest'anno potrete leggere le mie recensioni sul Festival Internazionale del Film di Roma su Gaiaitalia.com

E mentre il Festival, giunto alla sua ottava edizione, è ormai alle

porte, annuncio con grande gioia e soddisfazione che quest'anno

seguirò il festival per conto del sito di informazione gaiaitalia.com

che ha già dato la notizia di questa nuova collaborazione.


Come potete leggere sul sito
Cronache dalle pellicole, e non dalle mutande dei protagonisti, cinema e non gossip, cultura e non bla bla bla.
Non perdete le cronache dal Festival Internazionale del Cinema di Roma dall’8 al 17 novembre. Due aggiornamenti quotidiani in rigoroso “stile Paesani”.
Qui su Pesaniniland troverete i link di ogni mio pezzo che (ri)mandano al nuovo sito.

Un sito che non parla solo di cinema ma che offre una informazione completa con un punto di vista in più che vi consiglio di leggere, consultare, spulciare sfogliare e lurkare (MIka docet) come avete fatto (ma lo avete fatto?) qui su questo piccolo (nonostante la stazza del suo autore) blog.
Ringrazio Ennio che mi ha dato questa opportunità!
 


26 ottobre 2013

L'imminente album natalizio di Mina: un altro lavoro inutile e senile.

Lo so, direte, come fai a parlare di un album se ancora non lo hai ascoltato?

Conosco gli sciagurati collaboratori, sempre gli stessi, con i quali Mina ha deciso di isolarsi dal mondo e pontificare da un impalpabile e non più prestigioso eremo svizzero.

E so perciò che anche questo Mina Christmas song book (l'italiano è una opinione...) sarà senile come il precedente 12 songs un album vuoto di ogni contenuto musicale dove l'unica idea uniformante e appiattente è che per fare qualcosa di chic o di classico o, peggio, di colto basta rallentare le canzoni, in realtà uccidendone lo spirito.

Basta sentire lo scempio fatto di classici già da lei interpretati quando faceva ancora la cantante come Fly Me To the Moon, un vero stupro musicale, delitto già commesso in passato con altri album sciagurati come Napoli secondo estratto (soporifero micidiale) o quel disastro musicale che è L'allieva.

Mina Christmas Songbook non sarà da meno Mina è incapace da un pezzo di proporre un brano davvero ritmato. Anche quando sceglie l'orchestra prende un'orchestra moscia, priva di swing (vi ricordate la lentezza esasperante dei fiati di Comeglio di Je so pazzo in Canarino Mannaro?)

Il problema è che i collaboratori che circondando Mina si sono messi in testa che Mina sia una cantante colta, quando Mina è sempre stata ed è una cantante pop.

Non c'è nulla di male ad essere pop. Anzi credo che Mina abbia dimostrato, negli anni settanta e ottanta, a quali livelli possa giungere la musica leggera.

Ma Mina non ha lo spessore interpretativo per fare la cantante Jazz, o per cantare Brecht e Puccini e quando lo fa, lo fa da provinciale, da dilettante, da cantante improvvisata.

Non dovete per forza credere a me, sentite la sua interpretazione di Surabaya Johnny, da Milleluci, completamente priva di spirito, di nerbo (complice l'arrangiamento sbagliatissimo di Gianni Ferrio).



Confrontatela con l'esecuzione di Milva e capirete di cosa parlo.



Non che Mina manchi di pathos, le manca piuttosto la misura intellettuale, lo spirito colto, quella formazione musicale che le consentirebbe di interpretare questi pezzi come vanno interpretati.

Lo dimostrano gli album come Sulla tua bocca lo dirò o Dalla terra che sono inutili e imbarazzanti e che non servono a nulla.

Non portano gli ascoltatori pop verso un genere di musica altro e non portano gli ascoltatori di musica altra verso il pop.

Sono degli ibridi che lasciano il tempo che trovano, dei mostri bicefali destinati a morire già durante il primo ascolto.


Sono degli album privi di Storia, Mina arriva e canta Puccini come fosse uno degli autori sconosciuti che le propone un brano per l'album di inediti, oppure canta gli standard senza misurarsi con chi ha interpretato quei brani prima di lei...
Li incide come fossero interpretazioni prese da concerti dal vivo, una sera va meglio e una sera va peggio... E infatti spaccia gli album per canzoni registrate dal vivo.

Mina che ha ormai superato i settant'anni dovrebbe cominciare a guardare alla sua storia e invece di proporre inutili lagne strascicate sia vocalmente che musicalmente potrebbe regalarci perle del suo immenso repertorio di scarti (che sono scarti per lei ma rimangono perle rispetto il piattume musicale contemporaneo) Itaca, spacciato come inedito del prossimo album (ma per cortesia!?!?!) lo dimostra ampiamente.


Purtroppo da quando Mina si è messa nelle mani dei manager e non più in quelle dei musicisti sforna miseri progetti commerciali a prezzi salatissimi: 12 songbook a 24.50 euro - ma siamo impazziti? - in edizioni de luxe irraggiungibili (12 diverse edizioni del cd... più una tredicesima ufficiale) per tacere della assurda doppia versione di Piccolino, quella evidentemente per sfigati con 10 pezzi  a 21 euro e quella per ricchi con 14 pezzi - e tra i 4 in più c'è l'unica vera canzone ascoltabile dell'album che è quella perla di Rattarira di Genovese, padre e figlio - a 25 euro.

Anche Mina Christmas Songbook avrà una precisa strategia di marketing, immorale e da commerciante.

Sarà pubblicato come Cd standard (con il booklet con le informazioni relative ai brani e le tavole di Cavazzano), nella versione Cd + libro (con in aggiunta le storie disegnate dallo storico illustratore Disney e i testi completi delle canzoni) e in Box Deluxe, contenente un vinile, un fascicolo con le ricerche storiche e le tavole illustrate da Giorgio Cavazzano in formato da collezione.

E le canzoni, come saranno?

Lente, inascoltabili, noiose, inutili.

Mi auguro di essere smentito ma conosco la mia polla.

E lei conosce noi visto che ci rifila i suoi compitini senili vendendoli a caro prezzo (come l'inutile cofanetto di dvd dove devi per forza ricomprare dvd già editi e riediti con qualche aggiunta per titillare le tasche dei fan, ma che schifo, che sfruttamento immane in tempi di crisi ma che strategia da negoziante...).

Ho smesso di comprare Mina e mi degnerò di ricomprarla quando ci venderà canzoni  e non libri, pappine e putipù.

Che vada in malora.

Lei e quei mercanti nel tempio della musica che l'hanno trasformata in una gallina dalle uova d'oro.
Sempre dal culo escono però e puzzano spesso di merda.

17 ottobre 2013

Ammazzati da Priebke

E mentre preparo un post su Priebke riprendo l'iniziativa di Articolo 21 e pubblico i nomi di tutte e 335 le vittime della strage delle Fosse Ardeatine:

Agnini Ferdinando – Studente di medicina
Ajroldi Antonio – Maggiore dell’Esercito.
Albanese Teodato – Avvocato.
Albertelli Pilo – Professore di filosofia.
Amoretti Ivanoe – Sottotenente in servizio permanente effettivo.
Angelai Aldo – Macellaio.
Angeli Virgilio – Pittore.
Angelini Paolo – Autista.
Angelucci Giovanni – Macellaio.
Annarumi Bruno – Stagnino.
Anticoli Lazzaro – Venditore ambulante.
Artale Vito – Tenente Generale d’artiglieria.
Astrologo Cesare – Lucidatore.
Aversa Raffaele – Capitano dei Carabinieri.
Avolio Carlo – Impiegato (S.A.L.B.)
Azzarita Manfredi – Capitano di cavalleria.
Baglivo Ugo – Avvocato.
Ballina Giovanni – Contadino.
Banzi Aldo – Impiegato.
Barbieri Silvio – Architetto.
Benati Nino – Banchista.
Bendicenti – Avvocato.
Berardi Lallo – Manovale.
Bernabei Elio – Ingegnere delle Ferrovie dello Stato.
Bernardini – Commerciante.
Bernardini Tito – Magazziniere.
Berolsheimer Aldo – Commesso.
Blumstein Giorgio Leone – Banchiere.
Bolgia Michele – Ferroviere.
Bonanni Luigi – Autista.
Bordoni Manlio – Impiegato.
Bruno Dl Belmonte Luigi – Proprietario.
Bucchi Marcello – Geometra.
Bucci Bruno – Disegnatore.
Bucci Umberto – Impiegato.
Bucciano Francesco – Impiegato.
Bussi Armando – Impiegato delle Ferrovie dello Stato.
Butera Gaetano – Pittore.
Buttaroni Vittorio – Autista.
Butticé Leonardo – Meccanico.
Calderari Giuseppe – Contadino.
Camisotti Carlo – Asfaltista.
Campanile Silvio – Commerciante.
Canacci Ilario – Cameriere.
Canalis Salvatore – Professore di lettere.
Cantalamessa Renato – Falegname.
Capecci Alfredo – Meccanico.
Capozio Ottavio – Impiegato postale.
Caputo Ferruccio – Studente.
Caracciolo Emanuele – Regista e tecnico cinematografico.
Carioli Francesco – Fruttivendolo.
Carola Federico – Capitano d’aviazione.
Carola Mario – Capitano di fanteria.
Casadei Andrea – Falegname.
Caviglia Adolfo – Impiegato.
Celani Giuseppe – Ispettore capo dei servizi annonari.
Cerroni Oreste – Tipografo.
Checchi Egidio – Meccanico.
Chiesa Romualdo – Studente.
Chiricozzi Aldo Francesco – Impiegato.
Ciavarella Francesco – Marinaio.
Cibei Duilio – Falegname.
Cibei Gino – Meccanico.
Cinelli Francesco – Impiegato.
Cinelli Giuseppe – Portatore ai mercati generali.
Cocco Pasquale – Studente.
Coen Saverio – Commerciante.
Conti Giorgio – Ingegnere.
Corsi Orazio – Falegname
Costanzi Guido – Impiegato.
Cozzi Alberto – Meccanico.
D’Amico Cosimo – Amministratore teatrale.
D’Amico Giuseppe – Impiegato.
D’Andrea Mario – Ferrovie.
D’Aspro Arturo – Ragioniere.
De Angelis Gerardo – Regista cinematografico.
De Carolis Ugo – Maggiore dei Carabinieri.
De Giorgio Carlo – Impiegato.
De Grenet Filippo – Tenente e agente del SIM.
Della Torre Odoardo – Avvocato.
Del Monte Giuseppe – Impiegato.
De Marchi Raoul – Impiegato.
De Nicolo Gastone – Studente.
De Simoni Fidardo – Operaio.
Di Capua Zaccaria – Autista.
Di Castro Angelo – Commesso.
Di Consiglio Cesare – Venditore ambulante.
Di Consiglio Franco – Macellaio.
Dl Consiglio Marco – Macellaio.
Di Consiglio Mosè – Commerciante.
Di Consiglio Salomone – Venditore ambulante.
Di Consiglio Santoro – Macellaio.
Di Nepi Alberto – Commerciante.
Di Nepi Giorgio – Viaggiatore.
Di Nepi Samuele – Commerciante.
Di Nola Ugo – Rappresentante di commercio.
Diociajuti Pier Domenico – Commerciante.
Di Peppe Otello – Falegname ebanista.
Di Porto Angelo – Commesso.
Di Porto Giacomo – Venditore ambulante.
Di Porto Giacomo – Venditore ambulante.
Di Salvo Gioacchino – Impiegato.
Di Segni Armando – Commerciante.
Di Segni Pacifico – Venditore ambulante.
Di Veroli Attilio – Commerciante.
Di Veroli Michele – Collaboratore del padre commerciante.
Drucker Salomone – Pellicciaio.
Duranti Lido – Operaio.
Efrati Marco – Commerciante.
Elena Fernando – Artista.
Eluisi Aldo – Pittore.
Ercolani Giorgio – Tenente Colonnello dell’Esercito e agente del SIM.
Ercoli Aldo – Pittore.
Fabri Renato – Commerciante.
Fabrini Antonio – Stagnino.
Fano Giorgio – Dottore in scienze commerciali.
Fantacone Alberto – Dottore in legge.
Fantini Vittorio – Farmacista.
Fatucci Sabato Amadio – Venditore ambulante.
Felicioli Mario – Elettrotecnico.
Fenulli Dardano – Maggior Generale
Ferola Enrico – Fabbro.
Finamonti Loreto – Commerciante.
Finocchiaro Arnaldo – Elettricista.
Finzi Aldo – Agricoltore.
Fiorentini Valerio – Autista meccanico.
Fiorini Fiorino – Maestro musica.
Fochetti Angelo – Impiegato.
Fondi Edmondo – Impiegato commerciante.
Fontana Genserico –Tenente dei Carabinieri, dottore in giurisprudenza.
Fornari Raffaele – Commerciante.
Fornaro Leone – Venditore ambulante.
Forte Gaetano – Commerciante.
Foschi Carlo – Commerciante.
Frasca Celestino – Muratore.
Frascà Paolo – Impiegato.
Frascati Angelo – Commerciante.
Frignani Giovanni – Tenente Colonnello dei Carabinieri
Funaro Alberto – Commerciante.
Funaro Mosè – Commerciante.
Funaro Pacifico – Autista.
Funaro Settimio – Venditore ambulante.
Galafati Angelo – Pontarolo.
Gallarello Antonio – Falegname ebanista.
Gavioli Luigi – Impiegato.
Gelsomini Manlio – Medico.
Gesmundo Gioacchino – Professore di lettere.
Giacchini Alberto – Assicuratore.
Giglio Maurizio – Dottore in legge.
Gigliozzi Romolo – Autista.
Giordano Calcedonio – Corazziere.
Giorgi Giorgio – Ragioniere.
Giorgini Renzo – Industriale.
Giustiniani Antonio – Cameriere.
Gorgolini Giorgio – Ragioniere.
Gori Gastone – Muratore.
Govoni Aladino – Capitano dei granatieri.
Grani Umberto – Tenente Colonnello dell’Aeronautica.
Grieco Ennio – Elettromeccanico.
Guidoni Unico – Studente.
Haipel Mario – Maresciallo dell’Esercito.
Iaforte Domenico – Calzolaio.
Ialuna Sebastiano – Agricoltore.
Imperiali Costantino – Rappresentante di vini.
Intreccialagli Mario – Calzolaio.
Kereszti Sandor – Ufficiale.
Landesman Boris – Commerciante.
La Vecchia Gaetano – Ebanista.
Leonardi Ornello – Commesso.
Leonelli Cesare – Avvocato.
Liberi Epidemio – Industriale.
Lioonnici Amedeo – Industriale.
Limentani Davide – Commerciante.
Limentani Giovanni – Commerciante.
Limentani Settimio – Commerciante.
Lombardi Ezio – Impiegato.
Lopresti Giuseppe – Dottore in legge.
Lordi Roberto – Generale dell’Aeronautica.
Lotti Giuseppe – Stuccatore.
Lucarelli Armando – Tipografo.
Luchetti Carlo – Stagnaro.
Luna Gavino – Impiegato delle Poste.
Lungaro Pietro Ermelindo – Sottufficiale di Pubblica Sicurezza.
Lunghi Ambrogio – Asfaltista.
Lusena Umberto – Maggiore dell’Esercito.
Luzzi Everardo – Metallurgico.
Magri Mario – Capitano d’artiglieria.
Manca Candido – Brigadiere dei Carabinieri.
Mancini Enrico – Commerciante.
Marchesi Alberto – Commerciante.
Marchetti Duilio – Autista.
Margioni Antonio – Falegname.
Marimpietri Vittorio – Impiegato.
Marino Angelo – Piazzista.
Martella Angelo
Martelli Castaldi Sabato – Generale dell’Aeronautica.
Martini Placido – Avvocato.
Mastrangeli Fulvio – Impiegato.
Mastrogiacomo Luigi – Custode del ministero delle Finanza.
Medas Giuseppe – Avvocato.
Menasci Umberto – Commerciante.
Micheli Ernesto – Imbianchino.
Micozzi Emidio – Commerciante.
Mieli Cesare – Venditore ambulante.
Mieli Mario – Negoziante.
Mieli Renato – Negoziante.
Milano Raffaele – Viaggiatore.
Milano Tullio – Impiegato.
Milano Ugo – Impiegato.
Mocci Sisinnio
Montezemolo Giuseppe – Colonnello dei Carabinieri e agente del SIM.
Moretti Augusto
Moretti Pio – Contadino.
Morgano Santo – Elettromeccanico.
Mosca Alfredo – Elettrotecnico.
Moscati Emanuele – Piazzista.
Moscati Pace – Venditore ambulante.
Moscati Vito – Elettricista.
Mosciatti Carlo – Impiegato.
Napoleone Agostino – Sottotenente di vascello della Marina.
Natali Celestino – Commerciante.
Natili Mariano – Commerciante.
Navarra Giuseppe – Contadino.
Ninci Sestilio – Tramviere.
Nobili Edoardo – Meccanico.
Norma Fernando – Ebanista.
Orlandi Posti Orlando – Studente.
Ottaviano Armando – Dottore in lettere.
Paliani Attilio – Commerciante.
Pappagallo Pietro – Sacerdote.
Pasqualucci Alfredo – Calzolaio.
Passarella Mario – Falegname.
Pelliccia Ulderico – Carpentiere.
Pensuti Renzo – Studente.
Pepicelli Francesco – Maresciallo dei Carabinieri.
Perpetua Remo – Rigattiere.
Perugia Angelo – Venditore ambulante.
Petocchi Amedeo
Petrucci Paolo – Professore di lettere.
Pettorini Ambrogio – Agricoltore.
Piasco Renzo – Ferroviere.
Piattelli Cesare – Venditore ambulante.
Piattelli Franco – Commesso.
Piattelli Giacomo – Piazzista.
Pierantoni Luigi – Medico.
Pierleoni Romolo – Fabbro.
Pignotti Angelo – Negoziante.
Pignotti Umberto – Impiegato.
Piperno Claudio – Commerciante.
Piras Ignazio – Contadino.
Pirozzi Vincenzo – Ragioniere.
Pisino Antonio – Ufficiale di marina.
Pistonesi Antonio – Cameriere.
Pitrelli Rosario – Meccanico.
Polli Domenico – Costruttore edile.
Portieri Alessandro – Meccanico.
Portinari Erminio – Geometra.
Primavera Pietro – Impiegato.
Prosperi Antonio – Impiegato.
Pula Italo – Fabbro.
Pula Spartaco – Verniciatore.
Raffaeli Beniamino – Carpentiere.
Rampulla Giovanni – Tenente Colonnello.
Rendina Roberto – Tenente Colonnello d’artiglieria.
Renzi Egidio – Operaio.
Renzini Augusto – Carabiniere.
Ricci Domenico – Impiegato.
Rindone Nunzio – Pastore.
Rizzo Ottorino – Maggiore dell’Esercito.
Roazzi Antonio – Autista.
Rocchi Filippo – Commerciante.
Rodella Bruno – Studente.
Rodriguez Pereira Romeo – Tenente dei Carabinieri.
Romagnoli Goffredo – Ferroviere.
Roncacci Giulio – Commerciante.
Ronconi Ettore – Contadino.
Saccotelli Vincenzo – Falegname.
Salemme Felice – Impiegato.
Salvatori Giovanni – Impiegato.
Sansolini Adolfo – Commerciante.
Sansolini Alfredo – Commerciante.
Savelli Francesco – Ingegnere.
Scarioli Ivano – Bracciante.
Scattoni Umberto – Pittore.
Sciunnach Dattilo – Commerciante.
Semini Fiorenzo – Sottotenente di vascello della Regia Marina.
Senesi Giovanni – Esattore istituto di assicurazioni.
Sepe Gaetano – Sarto.
Sergi Gerardo – Sottotenente dei Carabinieri Reali.
Sermoneta Benedetto – Venditore ambulante.
Silvestri Sebastiano – Agricoltore.
Simoni Simone – Generale.
rimosso su cortese richiesta di familiare della Vittima
Sonnino Gabriele – Commesso.
Sonnino Mosè – Venditore ambulante.
rimosso su cortese richiesta di familiare della Vittima
Spunticchia Antonino – Meccanico.
Stame Nicola Ugo – Artista lirico.
Talamo Manfredi – Tenente Colonnello dei Carabinieri Reali.
Tapparelli Mario – Commerciante.
Tedesco Cesare – Commesso.
Terracina Sergio – Commesso.
Testa Settimio – Contadino.
Trentini Giulio – Arrotino.
Troiani Eusebio – Mediatore.
Troiani Pietro – Venditore ambulante.
Ugolini Nino – Elettromeccanico.
Unghetti Antonio – Manovale.
Valesani Otello – Calzolaio.
Vercillo Giovanni – Impiegato.
Villoresi Renato – Capitano dell’Esercito.
Viotti Pietro – Commerciante
Vivanti Angelo – Commerciante.
Vivanti Giacomo – Commerciante.
Vivenzio Gennaro
Volponi Guido – Impiegato.
Wald Pesach Paul
Wald Schra
Zaccagnini Carlo – Avvocato.
Zambelli Ilario – Telegrafista
Zarfati Alessandro – Commerciante.
Zicconi Raffaele – Impiegato.
Zironi Augusto – Sottotenente di vascello della Marina.
12 Salme non identificate

6 ottobre 2013

Contrastare la violenza sulle donne è un'altra cosa: sulla pubblicità di Coconuda


Lei (Anna Tatangelo) davanti a lui.
La faccia seria, una camicia maschile sotto la quale non indossa il reggiseno, gli occhi bistrati come al suo solito, una lacrima di trucco à la Pierrot, una tiara in testa da reginetta del ballo americano, da principessa dei sogni.

Guarda oltre l'obbiettivo, a lato, come immersa nei suoi pensieri, assorta, non è davvero presente nella scena. Sicuramente meno presente di lui.

Lui (Fabio Coconuda) defilato, dietro di lei, una gamba flessa, il jeans strappato sul ginocchio, guarda dritto in obiettivo guarda in un'altra direzione.

Una mano col palmo rivolto verso chi lo guarda.
Come dovesse difendersi lui dalla violenza. E infatti sul palmo della mano ha scritto basta. E' lui il vero protagonista.
Lo stilista Coconuda proprietario del marchio che porta il suo cognome, e maschio.

Un maschio che non agisce la violenza, che non testimonia nemmeno contro la violenza ma che si atteggia a vittima mentre la donna, quella contro cui la violenza si abbatte, continua a essere una presenza esornativa, come sempre, una presenza astratta, un femminino che serve a vendere di tutto, in questo caso a sostenere una campagna nominalmente contro la violenza sulle donne, come non la riguardasse in prima persona, ma solo in quanto strumento di pubblicità e vendita. Proprio come il corpo della donna non c'entra niente con lo yogurt o gli altri mille prodotti che (Il copro del)la donna più o meno (s)vestita pubblicizza.

Un capolavoro di ossimoro perchè questa pubblicità mentre pretende di dire basta alla violenza contro le donne allestisce in realtà uno scippo enorme sostituendo il maschio alla donna come soggetto della comunicazione e tenendo la donna come oggetto di appeal, defilato e assente, distaccata, quasi atarattica, esteriormente triste (quella lacrima simbolica dipinta col trucco) mentre è lui il maschio quello che mena stupra e uccide a essere sofferente, ad avere un viso contratto dal dispiacere, dalla paura, dal dolore, è lui che si sta difendendo.

A ben vedere questa pubblicità dice basta di accusare noi maschi di compiere violenze sulle donne.

Dopo il danno anche la beffa.

Non basta apprezzare le intenzioni se il linguaggio comunicativo è sempre quello discriminatorio quel linguaggio che Boldrini ha così precisamente criticato sentendosi dare dell'incompetente da quel maschilista e omofobo di Barilla.

Se sono i maschi a compiere violenza sulla donna com'è possibile che in una immagine di denuncia ci sia un maschio non in atteggiamento aggressivo ma in atteggiamento da vittima che si difende?

Il linguaggio di questa fotografia è maschilista, discriminatorio e ingannevole.

Fateci attenzione non rendetevene complici.

2 ottobre 2013

Ancora sulla pubblicità e Guido Barilla. Uno splendido articolo di Antonella Valoroso


UN bellissimo articolo su la 27ora del corsera che riporto integralmente per la gioia di leggere un commento intelligente e colto.

E aveva provato a immaginare e raccontare una società in via di modernizzazione in cui le donne non erano identificate soltanto come massaie ma stavano diventando sempre più protagoniste

Quando la pubblicità Barilla, con Mina, raccontava altre storie



Anche Dario Fo ha provato a ricordarlo nell’appello lanciato qualche giorno fa su change.org.
C’è stato un tempo in cui l’azienda emiliana –sotto la guida illuminata di Pietro Barilla (1913-1993)- non solo ha incarnato un’idea di Italia in cui tutti potevano riconoscersi ma ha anche scelto consapevolmente di guardare in avanti, provando a immaginare e raccontare una società in via di modernizzazione in cui le donne non erano identificate soltanto come massaie ma stavano diventando sempre più protagoniste.
Da allora sono passati quaranta o al massimo cinquant’anni. Ma sembrano secoli se proviamo a confrontare scelte di campo e modalità di narrazione.
Basta guardare questa breve clip per rendersene conto:

Che effetto vi fa (ri)guardare questa pubblicità?
Si tratta di uno spot del 1967 e nel messaggio promozionale è presente un’autentica rivoluzione linguistica e culturale: non solo Mina si rivolge alla spettatrice con il tu, ma la invita a preparare la pasta per il suo uomo e per i suoi ragazzi, non per suo marito e i suoi figli. E allora come oggi la mente corre da una parte al titolo di uno dei più grandi successi della cantante – È l’uomo per me (1964)- e dall’altra alle vicende personali che fecero dell’artista un simbolo di emancipazione femminile.

Mina, la più trasgressiva, moderna e sexy delle celebrità degli anni Sessanta, era stata ingaggiata come testimonial dall’azienda emiliana nel 1965: un anno di svolta per la sua carriera. La cantante venticinquenne era infatti appena rientrata in televisione dopo esserne stata bandita per più di un anno a causa della sua relazione irregolare con l’attore Corrado Pani, all’epoca già sposato.
In un’Italia in cui il divorzio non esisteva e i modelli familiari tradizionali non sembravano ammettere eccezioni, Mina aveva deciso di rendere pubblica sia la relazione con Pani che la sua gravidanza -il 18 aprile 1963 era nato il figlio Massimiliano- e aveva pagato a caro prezzo la propria scelta con l’ostracismo da parte della televisione di stato (l’unica, peraltro, esistente in quegli anni). La maggioranza del pubblico, però, rimase dalla sua parte e questo diede al suo rientro il sapore di un trionfo.
Nel 1965 la popolarità di Mina era alle dunque alle stelle, eppure ingaggiarla come testimonial fu una scelta di marketing abbastanza azzardata.
Cosa c’entrava Mina con la pasta, la casalinga e la famiglia tradizionale italiana? Poco o nulla.
Mina rappresentava però un modello di donna moderna e indipendente. E sceglierla come testimonial dimostrò che la Barilla intendeva farsi interprete del cambiamento in atto nella società proprio in un momento storico in cui il paese reale era lontano anni luce dal paese legale. Fu una scelta fatta con stile e ironia –gli spot girati con Mina dal ’65 al ’70 sono lì a ricordarcelo- ma fu un contributo non trascurabile a quella trasformazione della mentalità italiana che avrebbe portato il paese verso la grande stagione delle riforme degli anni 70:
approvazione delle legge sul divorzio e sull’aborto, riforma del diritto di famiglia, legge sulle pari opportunità.
La collaborazione di Mina con l’azienda emiliana sarebbe andata avanti fino al 1970. Nei primi anni ‘70, però, con l’avvento della crisi economica, il prezzo della pasta viene calmierato e l’azienda è costretta a ridimensionare drasticamente il proprio budget promozionale.
L’investimento nella comunicazione fatto negli anni ’60 lascerà tuttavia un’impronta durevole nel costume e nei consumi degli italiani.
E così gli anni ’80 segneranno non solo l’uscita dalla crisi ma anche, complice la vittoria degli azzurri al campionato del mondo di calcio del 1982, la consacrazione della pasta come icona culturale e gastronomica dell’Italia dentro e fuori i confini nazionali.Ripensando alle polemiche dei giorni passati, sarebbe stato bello se, durante la famigerata intervista con La Zanzara, l’attuale presidente dell’azienda Guido Barilla, piuttosto che cadere nelle trappole dei conduttori della trasmissione radiofonica, si fosse ricordato di una bella campagna a stampa.


Era il 1984 e -per la prima volta in una pubblicità della pasta- si vedeva una donna seduta a tavola per gustare il cibo e non in piedi nell’atto di offrirlo a qualcun altro. Certo, sembrerebbe che l’unico a mangiare sia lui, ma –dopo un decennio di lotte e di riforme fondamentali per la parità di genere e i diritti delle donne- uomo e donna erano collocati sullo stesso livello.
Almeno nello spazio ideale della pubblicità.

*Nota dell’autrice: Ho studiato a fondo la rappresentazione della donna nella comunicazione pubblicitaria della Barilla tra anni ’50 e anni ’60 lavorando sui materiali dell’Archivio Storico Barilla di Parma, cui appartengono anche tutti i materiali fotografici utilizzati in questa sede. Il testo completo della mia ricerca -“A Kitchen with a View”. Female Role-Models and Gender Relations in Barilla Advertising Campaigns of the 1950s and 1960s- sarà presto disponibile negli atti del convegno Italian Food: Fact and Fiction, London, Berg Publishers, 2014.
Link al programma della conferenza [http://www.foodconference.it/schedule/]

Lo spot fallocratico dei Fonzies: ovvero Boldrini ha ragione da vendere!

Così mentre le scuse blande e parziali di Guido Barilla hanno placato gli animi sul boicottaggio della sua pasta (che bisogna continuare a non comprare come minimo perchè il gruppo di minoranza dell'asset proprietario fabbrica armi) scuse parziali che non gli fanno prendere le distanze dalle affermazioni contro la Presidente della Camera Laura Boldrini, quarta carica dello Stato, che per Barilla di può esprimersi circa il maschilismo di certe pubblicità perchè incompetente, ecco una pubblicità che non solo conferma le preoccupazioni della Presidente ma le rende ancora più urgenti.




Il blog Un altro genere di comunicazione ne fa una lettura interessante della quale riporto alcuni passaggi fondamentali

La sessualizzazione dei ragazzini attraverso pubblicità e media avviene per entrambi i sessi, con la differenza che per i giovani maschi si rimanda ad una sessualità attiva, agita; per le giovani femmine, invece, ad una sessualità che rimanda al grado di appetibilità raggiunto e allo sguardo esterno e giudicante su di sé. Non si stupirebbe nessuno, infatti, di ritrovare una dodicenne in una pubblicità alle prese con le sue tette che crescono e con le paturnie conseguenti agli sguardi (o non sguardi) dei coetanei maschi. Ma nell’immaginario collettivo l’organo sessuale femminile è un tabù e viene circondato da un’aurea di sacralità, scollegandolo dalla sessualità attiva e dalla sua funzione di godimento. Il rapporto di un bambino ( poi ragazzo, poi adulto ) con i suoi genitali è impostato sull’esteriorità: esterni i genitali, esterno l’uso e il commento che se ne fa. Esposizione costante, valutazioni collettive. E se viene trovato a masturbarsi, è normale, gli si lascia il suo tempo. Un neonato maschio che si tocca i genitali viene trattato teneramente. Una neonata femmina non deve, fin da piccolissima le si tolgono le mani “di lì”. La vagina, la vulva, la fica nemmeno si nomina, nemmeno si sa che c’è. La bambine non sanno nemmeno com’è fatta, perché non essendo lì fuori, pronta alla vista, in pochissimi genitori spiegano l’anatomia del corpo femminile o suggeriscono le acrobazie con gli specchietti per conoscersi meglio. E’ interiore. Non interna (che anche le donne hanno i genitali esterni), ma proprio interiore. Da mettere vicino ai sentimenti, legando sessualità ed emotività femminile come invece non viene proposto ai bambini, ragazzi, uomini. Non si può nominare in un Parlamento, non se ne può discutere tra amiche senza creare reazioni pruriginose, non se ne può parlare senza uomini che ti insegnino come farlo.

Mimosa Pale, artista finlandese, invita i suoi cittadini ad arrampicarsi nella sua vagina. Ha infatti scolpito un’enorme vagina sul calco della propria e ne ha ricoperto una bicicletta sui cui su cui si può pedalare, assistendo all’esteriorizzazione totale dei genitali femminili. Il senso dell’opera, chiaramente ironica e dissacratoria, vuole essere quello di esporre talmente tanto la vagina da non poterla evitare, non poterla negare, relegare a imbarazzo e ignoranza, come succede in questo mondo pieno di adulazioni falliche.


Io vorrei soffermarmi invece su alcuni aspetti dello spot che restituiscono l'antropologia della sessualità nell'Italia del terzo millennio non così lontana da quella patriarcale e contadina di cui parava Pasolini.


il contesto

Il contesto è rurale, un piccolo paese di qualche migliaio di abitanti. Lontano dalla città cosmopolita e metrosexual.

A dare pubblicità dei due centimetri in più è un Ape con i megafoni quello che in città oggi sopravvive solo per l'arrotino.

L'età, il sesso, il lavoro e la sessualità

Nello spot, ad esclusione della mamma di Andrea, ci sono solo adolescenti e persone anziane.

Il discorso sul sesso è dunque fatto da persone che al sesso alludono ma che il sesso non agiscono, non ancora o non più.

Il doppio senso non è caricato di alcuna potenzialità ses(n)suale.

Andrea è ancora un brutto anatroccolo e non un ragazzino già sessualmente desiderabile come pure ci sono in altri spot.















A differenza della ragazz(in)a che viene fatta rientrare in casa non solo perchè innocente altrimenti non potrebbe cogliere il discorso sul sesso ma proprio perchè potrebbe coglierlo.

L'interdizione è per la signorina in età da sesso.

Il discorso sui due centimeri che alludono al fallo viene fatto da un preadolescente ingenuo (è l'unico a non avere colto il doppio senso tant'è che alla fine dello spot ribadisce il significato letterale che riguarda il fonzies più lungo, tenendolo in mano, mostrandolo e annuendo per ribadire il concetto) e che dunque ancora non si masturba.

Può dunque avere ancora come interlocutrice la madre alla quale comunica un messaggio senza malizia del quale ignora il portato sessuale.

Portato sessuale che la madre capisce benissimo naturalmente ma non come sessualità agita bensì come sessualità simbolica.

La crescita del pene implica la mancanza di uno sviluppo completo e dunque è ancora una questione di donne che allevano la prole, maschile quanto femminile.

Potrebbe essere cresciuto in altezza e invece no gli è cresciuto l'uccello.

Per evitare cortocircuiti tra l'orgoglio  femminile di genitrice con quello di donna che apprezza il membro maschile in termini sessuali lo spot mostra una mamma.


Una mamma che non fa niente. Nemmeno i lavori donneschi della cucina ma sta al telefono.

La mamma riferisce a sua volta la notizia a sua madre che sta capando i fagiolini.



Ed è la (d)(n)onna a dare la notizia al paese. Ma chi la ascolta?

Gli uomini pensionati che non hanno un cazzo da fare proprio come la madre e giocano a carte, sublimando il sesso in una partita di scopa, e che si complimentano per il maschio che sarà sessualmente attivo ma ancora non lo è, loro che sessualmente attivi non sono più.

C'è anche un bambino colpito dalla notizia che comunque sa che prima o poi succederà anche a lui la stessa cosa.



E che guarda infatti speranzoso più che invidioso.

Non tutti gli anziani dello spot sono inattivi perchè pensionati.


Un uomo fisicamente - poco attraente secondo i canoni standard  - esce dal bar portando sottobraccio quello che sembra un casco(?) un portiere che trova la cosa esagerata, si sa che i vecchi sono sempre restii ai cambiamenti...



e un barbiere e un suo cliente invidiosi (beato lui...)




...una invidia di chi sa che anche gli crescesse l'equipaggiamento non saprebbero pi come usarlo oppure, più sottilmente, non saprebbero con chi usarlo.

Se mancano i maschi giovani o adulti, comunque sessualmente attivi è per scongiurare (censurare?)  il portato implicito omoerotico che quando un maschio apprezza la crescita del membro di un altro maschio è sempre in ballo.

A ben vedere il motivo più profondo dello stigma omosessuale è che l'omosessualità rende concreta ed esplicita quella simpatia simbolica tra maschi dotati di pene.
Una simpatia dettata dal potere e non dal desiderio desiderio che quel potere mina perchè rende esplicita la contraddizione di fondo che il fallocentrismo non può permettersi: la totale non necessità della donna.


Esautorata da ogni gestione del potere nonostante il potere procreativo sia suo  e non del maschio

La donna è la porta che mette in contatto il qui con un altrove da cui tutte veniamo e a cui tutte torniamo talmente potente che l'uomo ha esautorato la donna da quel potere iscrivendolo in una sacralità (la stessa cui fa riferimento Barilla) che di fatto toglie alla donna ogni gestione e controllo.

Sacralizzata la porta diventa il contenitore dello sperma maschile, nell'antichità l'unico principio attivo e vitale (la donna essendo solo un incunabolo). 

Luogo dell'incontro di un potere maschile il ventre materno con la cultura giudaico cristiana diventa è un ventre gestatorio dal quale nasce il figlio di dio (ma la madonna resta vergine prima durante e dopo) un ventre simbolico, una funzione, un oggetto non un soggetto.

I maschi non possono fare sesso tra di loro perchè non essendo tra di loro fertili ricordano che il vero potere sta in quel femminile messo tra parentesi dalla sacralità.
Se due maschi fanno sesso tra di loro si auto-esautorerebbero dal potere lasciandolo alle donne.

Ecco il vero cuore di tutto il patriarcato da quello precedente l'era giudaico-cristiana a quella cattolica dove si insiste tanto sulla famiglia come famiglia che procrea, per giustificare questa divisione del potere: la donna asservita all'uomo senza possibilità di autoemancipazione alcuna.

L'unica eccezione a questo potere performativo del pene ingravidante (dalla quale nessun maschio si può sottrarre) è quella del prete che pur essendo potenzialmente ingravidante è casto raggiungendo il massimo dei poteri magnanimi di chi ha un potere e non lo usa. Proprio come si chiede di fare agli omosessuali il cui peccato non è l'omo-affettività ma l'omo-sessualità...

Per tornare allo spot al di là del fallocentrismo spiazzante nella sua mancanza di pudore colpisce questa idea vetusta che il sesso riguardi solo una fascia giovanile adulta che è ancora ferma a quell'idea rurale, patriarcale e contadina di sesso degli anni 50, prima del passaggio alla società post industriale, come ha saputo ben individuare Pasolini ai tempi del boom.
Beninteso l'idea sublimata e codificata nei racconti nei film e nelle foto, non quella concreta dove i nonni scopano le e i nipoti...


Interessante notare come questo spot sia chiaro per tutte nei suoi riferimenti impliciti nonostante la società reale sia molto distante da questa dove i vecchi sesso lo fanno (basta vedere Berlusconi) le vecchie no ma le donne ancora non contano un cazzo nei mass media eppure...
Ecco come gli spot sostengono, diffondono e rielaborano vecchi immaginari collettivi con il loro portato ideologico poco importa se e quanto questi modelli corrispondano alla società reale.

Questo per rispondere a quante in questi giorni a proposito degli spot Barilla senza gay hanno risposto che gli spot seguono le regole oggettive del marketing e che non vanno letti in senso politico o ideologico.
Che cioè se le pubblicità sono reazionarie è perchè lo è la società.

Questo spot dimostra come l'orizzonte ideologico di uno spot è scelto dalle pubblicitarie secondo una precisa strategia di comunicazione che non è necessariamente scritta nella realtà contemporanea ma in un immaginario collettivo che tutte possediamo anche se vetusto e sorpassato.

E che dire che le pubblicità si limitano a restituire la realtà per quel che è, è una affermazione stra ideologica oltre che risibile e discutibile.

Ognuna di noi coglie questi segni che hanno perfettamente senso tanto da non da dover essere esplicitati o spiegati. 

E quando una comunicazione massmediale è implicita e non abbisogna di spiegazioni si fa indottrinamento puro perchè si confermano con il meccanismo dell'ovvio (di quello cioè che è talmente tacito per tutte da non dover essere spiegato) ideologie che la società, quella reale ha invece magari già messo in discussione, nelle pratiche legislative, nelle pratiche sociali, e anche in certa letteratura o certa cinematografia meno di massa e di consumo quotidiano come uno spot.

Alla faccia di pseudogiornaliste come Naso che sul Fatto quotidiano conciona sulla pubblicità dicendo che non ha alcun impatto sul modo di pensare delle persone cui è rivolta.

Alla faccia di chi, seguendo una ideologia castrante, pretende sia solo uno spot.

Infine ritorno anche io al bel post del sito Un altro genere di comunicazione
quando si dice
Per evitare commenti del club “ma fatevela una risata“, sempre più in crescita: hahahahahaha. Fatto.
L’ironia bisogna saperla cogliere.
 Ecco.

28 settembre 2013

Boldrini ha ragione da vendere.

Cari (si fa per dire) Barilla e Cruciani, davvero pensate che le parole della Presidente della Camera siano senza senso e dettate dall'incompetenza?

Oppure questa pubblicità innocente dimostra quanto il paese sia ancora arretrato e tratti le donne come oggetti e merci di scambio?



E pensare che c'è chi scrive che le pubblicità e marketing non hanno proprio nessuna capacità di “educare” le masse modificando i loro atteggiamenti...



5 settembre 2013

Braccia rubate all’agricoltura

Rebloggato dal blog il ricciocorno schiattoso



Braccia rubate all’agricoltura

agricoltura
Oggi ho un attacco di grafomania. Perdonatemelo, vi prego. Prometto che nel weekend mi dedicherò alle biciclettate nel bosco.
Ma davvero non posso tacere di fronte all’articolo pubblicato da Il Manifesto in data 31/08/2013 e firmato Sarantis Thanopulos, un articolo dal titolo “Non è violenza di genere“.
Che cosa, secondo il signor Thanopulos non è violenza di genere?
E’ presto detto: la violenza contro le donne.
Ci dice il Thanopulos che parlare di “violenza di genere” è una indebita semplificazione della situazione, perché sebbene siano le donne a subire la violenza e gli uomini ad agirla, in realtà “la vittima predestinata è la sessualità”.
Il fatto che le donne muoiano, insomma, è assolutamente accidentale: è un qualcosa che capita nel frattempo, un piccolo dettaglio insignificante all’interno di un quadro molto più complesso, perché nessuno aveva intenzione di fare del male a lei, la donna.
“In realtà l’oggetto dell’aggressione non è la donna in sé, intesa come «genere», ma la qualità femminile del desiderio, la possibilità stessa del coinvolgimento profondo e del godimento vero in entrambi i sessi.” ci spiega Thanopulos.
Se un uomo aggredisce una donna, sta tentando di aggredire la possibilità di un coinvolgimento profondo, non quella donna e non perché è donna, ma perché in quella donna vede la qualità femminile del desiderio.
Femminile, da dizionario, significa “proprio della donna”, ovvero, afferente alla donna in quanto soggetto di un genere diverso da quello maschile.
Però, per qualche motivo, per Thanopulos aggredire la qualità femminile del desiderio non ha nulla a che fare con il genere.
“L’intero edificio sociale si basa sulla complementarità dei sessi”, dice più avanti.
Sesso, sempre da dizionario: insieme dei caratteri anatomici e fisiologici che contraddistinguono, all’interno di una specie, il maschio e la femmina. Che sono due generi. Ma il genere non c’entra niente.
Sono io che non capisco, oppure il signor Thanopulos si è un po’ ingarbugliato?
Senza soffermarmi troppo sui beceri stereotipi che vengono elencati dopo l’annuncio della “teoria della complementarità” (il ricorso della sessualità maschile a norme e convenzioni e l’anticonformismo femminile, per esempio, anticonformosmismo che probabilmente va tradotto con “non si attengono rigorosamente alle regole imposte dagli uomini”) vi ricordoche a proporre questa teoria è stato, non troppo tempo fa, Enhada, il partito tunisino conosciuto anche Movimento della Rinascita, e che le donne tunisine non l’hanno presa bene. Alla proposta di inserire nella Costituzione l’articolo che recitava “lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarita’ con l’uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all’uomo nello sviluppo della Patria” sono scese in piazza protestando con tanto di striscioni.
Ma veniamo alla parte peggiore dell’articolo:
“La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l’uomo che la donna perché l’uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l’uomo sopraffattore è già morto dentro.”
La vera vittima della violenza contro le donne, signori e signore, è l’uomo. L’uomo perde l’oggetto del desiderio! Vogliamo mettere la sua sofferenza psichica con le coltellate, l’acido in faccia, le fratture, i lividi… La donna forse soffre, ma se sopravvive è viva, mentre l’uomo, poverino, è morto dentro. E se la donna muore? Beh, è morta, quindi ha smesso di soffrire. A qualcuno importa? A Thanopulos no.
Ma dentro la donna cosa c’è? Evidentemente, secondo Thanopulos, niente di niente, visto che la sofferenza psichica della donna non viene nominata. Ce l’avranno una psiche le donne? Temo proprio di no.
Che meraviglia, aprire un giornale e scoprire che la violenza di genere non esiste perché la donna è solo un oggetto del desiderio! Non c’entra niente il genere: gli oggetti non hanno genere! Gli oggetti non sono femmine o maschi: sono solo cose!
Grazie al signor Thanopulos adesso sappiamo perché tante donne muoiono: non perché sono donne, ma perché non sono esseri umani.
bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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