26 marzo 2019

Anche le canzonette pop caro signor Moltisanti richiedono la precisone storica

Mi capita di leggere oggi un articolo del novembre 2018 pubblicato su Rollingstone.it a firma Giorgio Moltisanti, nel quale si propone una classifica di 10 dischi di Mina, a detta dell'autore, considerati "minori" o dimenticati che invece vale la pena di riscoprire.

Non starò certo qui a dirvi se sono d'accordo o meno con la lista dei dischi perché sui gusti non si sputa ma ognuno ha i suoi e i miei sono soggettivi quanto quelli suoi.

Non voglio nemmeno criticare le considerazioni  fatte su quei  dischi che mi sembrano manchevoli di nerbo e di peso critico proporre Maeba, l'ultimo - so far - disco di inediti come disco "sconosciuto" quando  ha fatto parlare di sé come non succedeva da tempo,  sicuramente in questi  anni 10*, mi sembra che minimo discutibile.

Ma siamo ancora nell'alveo delle opinioni e le mie non son meglio delle sue...

Dove però ho qualcosa da ridire è sulla mancanza totale  di precisione e di conoscenza della produzione discografica di Minona nostra.

Nell'incipit Moltisanti scrive

È bizzarro notare come nonostante il passare del tempo, nonostante rimanga statica a una trafila discografica che prevede due uscite l’anno, nonostante perduri la bipartizione che esibisce opinabili brani inediti da un lato e rivisitazioni (più o meno) storiche dall’altro, nonostante il modus operandi così chiuso e immobile si protragga da 75 dischi,

Sono tutte frasi concessive dette per arrivare al concetto che vuole esprimere, che qui non ci interessa, frasi sulle quali non bisognerebbe soffermarsi perché date per scontate e vere.

Invece niente di  più inaccurato,  le due uscite l'anno sono storia recente mentre la bipartizione tra brani inediti e rivisitazioni appartiene all'epoca degli album doppi.

Vediamo.

Dal 1972 (con 1+1) al 1995 (con Pappa di latte) Mina esce con un disco doppio all'anno (ma nel 1972 era uscito anche cinquemilaquarantatre**), due lp,  due dischi diversi, con copertine diverse, titoli diversi, uniti da un packaging creativo (nel 1977 addirittura una busta in tessuto di carta con la sua firma sopra).
Poi, dopo la pausa di Mina live '78 (altro disco doppio, recentemente ripubblicato in cd su disco singolo) Mina continua ad uscire con un doppio all'anno che però mantiene lo stesso titolo, le cui canzoni, tra cover e inediti,  sono sparse tra i due volumi (come si chiamano i due dischi sulle etichette e sulle copertine) in Attila, Kyrie e Salomé e poi si dividono tra primi volumi di cover e secondi volumi di inediti da 25 fino a Pappa di Latte.

Nel 1996 escono sì due dischi  come singoli e distanziati nel tempo, si comincia con Cremona (settembre 96) e Napoli (novembre 96) poi ripubblicati come doppio a Natale dello stesso anno e da allora la formula dell'uscita doppia scompare.

Siamo nel 96 22 anni fa (alla data in cui Moltisanti pubblica il suo pezzo) come dire Storia.

Ecco è proprio la Storia che ci pare manchi a questo articolo, la precisione minima che rende scientifico (informato?) anche un pezzo frivolo come quello in esame (frivolo perché la scelta su cui basare i 10 dischi da salvare e riconsiderare si basa su gusti personali e non su criteri condivisibili o storicamente determinati).

Dal 97 in poi non solo Mina esce normalmente con un disco solo all'anno tranne rare eccezioni (99, Olio e  Mina n°0, 2005 Bula Bula e L'allieva, 2009 Sulla tua bocca lo dirò e Facile) ma ci sono anni in cui non esce per niente 2004, 2008, 2015 e 2017 (quando riesce il disco dell'anno precedente con una scaletta diversa ma un solo brano in più).

Alla faccia delle due uscite all'anno (in realtà una uscita unica di un doppio disco) bipartita tra cover e inediti.
Ci si rifà, ricordandola male all'epoca Emi  finita nel 1995...

Moltisanti  evidentemente ignora i trascorsi recenti della Signora le pressioni della etichetta di distribuzione che si fanno violente anche quando si tratta di Mina (la Sony cui Mina è suo malgrado ritornata dopo un'esperienza di distribuzione indipendente).

Capiamo che questi sono argomenti off topic per l'articolo frivolo che Moltisanti voleva scrivere.

Però non si capisce perché un articolo per  essere frivolo (non c'è nulla di male) deve anche essere inaccurato.

Dice Moltisanti

provando a compilare una piccola classifica delle “perle minori” della Tigre di Cremona, a patto che esistano, che non sia tutto magnifico, dai giorni degli Happy Boys ai vocalizzi per la Tim, si rimane sorpresi della pressoché totale assenza di recensioni negative sulla rete – e ancora meno sulle riviste.        

Ma quando mai?

Le recensioni dei dischi di Mina del dopo ritiro dalle scene (dal 1978) in poi sono spesso  state scritte in punta di penna, con sufficienza portando come giustificazione il confronto con la sua produzione anni 70

Ricordiamo  una critica livorosissima (ed ecolalica a dire il vero) di Mangiarotti per Bau (2006, 12 anni fa, alla data dell'articolo di Moltisanti, di nuovo, Storia) che ebbi modo di massacrare proprio su questo blog

E ci sono tanti altri esempi.

Insomma non ci pare proprio che la critica non abbia mai criticato. Anzi...

Vero è che i e le fan hanno sempre idolatrato  non a caso anche il fan club idolatra e incensa senza alcuna visione critica. Ma sto divagando...

Invece basisco quando leggo  che

alla prima edizione di Ti Conosco Mascherina con copertina apribile e poster neanche fosse un disco dei Jethro Tull, 
come fosse il primo o il più barocco dei packaging. E allora cosa dire di La mina - Minacantalucio (1975) contenuti dentro a un poster che aperto diventava di dimensioni notevoli e riproduceva una mina preraffaelita (non in sintonia con le copertine...)?  Per tacere della copertina apribile che caratterizza tutti i doppi di Mina da Attila in poi, 1979 (da quando cioè il doppio è un disco solo e non due dischi diversi che escono insieme).

Non sono puntigliosità da fan maniaco, ma differenze sostanziali che tradiscono la mancanza di conoscenza da parte di chi scrive. Ma allora io perché dovrei leggere?

Mi esimo dal puntualizzare i commenti ai singoli album (non posso esimermi però dal notare come Kyrie, dopo l'apoteosi di Attila che coronava un percorso musicale anziano nel 1970, rappresentava  per Mina un tentativo di fare qualcosa di diverso per il suo registro musicale, come dimostrano l'elettronico Musica di Anesa e Marino  o tutte le perle di Simonluca che ci restituiscono una mina rock del tutto inedita e innovativa (per i suoi standard si capisce).

Su Mina si dicono sempre tante cose imprecise e questo mi rompe sempre.

Anche perché la memoria storica, la precisione storica, l'affermazione informata sono l'unico viatico per distinguersi in quell'orda barbarica dei commentatori    (e commentatrici) da bar di cui ci ha parlato così bene Umberto Eco...


 


* Caramella è del 2010 e quell'anno appartiene al decennio precedente     
** lo so andrebbe scritto con l'accento ma nel disco è scritto senza e così mi adeguo

26 febbraio 2019

Perché la serie tv "Che Dio ci aiuti" ignora le leggi italiane?

Mi è capitato di guardare Che Dio ci aiuti, il maiuscolo è nel titolo, la serie tv di Raiuno, per caso, grazie a una pubblicità durante la settimana di Sanremo.

Non voglio fare una lettura critica della serie, che, dopo una prima stagione improntata sul giallo e una seconda su situazioni vicine a uno studio di avvocati, è scivolata presto nell'intrico sentimental-popolare nella migliore tradizione delle soap americane,  svolta che il pubblico pare avere apprezzato, a guardare gli indici di ascolto.

Non voglio nemmeno fare una critica sull'ambientazione in un convento di suore. Anzi alcune semplificazioni sul personaggio di suor Angela  infastidiscono me, uomo laico, per mancanza di rispetto nei sui confronti come il fatto che suor Angela non indossi alcuna cuffia quando si toglie il velo, mostrando i capelli quando se lo toglie, anche davanti alle ragazze del convitto e, peggio, agli uomini, una forma di intimità enorme che m'offende.  Il fatto che non tre leggerezza non venga percepita come una mancanza di rispetto del personaggio suora dimostra la superficialità con cui in questo paese si professa la religione cattolica...

Pur non volendo fare una lettura critica a una serie che non sarebbe dispiaciuta alla Democrazia Cristiana, non posso tacere di alcune semplificazioni ideologiche al limite del reato che compaiono qua e là nei vari episodi, accidentalmente per motivi di trama ma, a guardare in tralice, per una visione del mondo italiota e omertosa.

Così nel primo episodio della quarta stagione scopriamo che Azzurra, uno dei personaggi, quando  aveva 15 anni ha abbandonato la sua bambina appena nata, sentendosi per quello un mostro, come confessa in lacrime a Suor Angela (Elena Sofia Ricci, motivo principale per cui guardo la serie), quindici anni dopo.

Adesso che Suor Angela debba essere accogliente e non giudicante va da sé (magari fossero così tutte le suore del mondo reale...), ma che lei, proprio perché donna di chiesa, non ricordi in qualche modo che  non c'è bisogno di abbandonare le neonate (e i neonati)  perché la legge italiana consente a qualunque donna, anche straniera non regolare, di non riconoscere il figlio o la figlia appena nate e di darle in adozione, ha dell'incredibile.

Capiamo che chi ha scritto l'episodio ha pensato che le lacrime di Azzurra per considerarsi una donna mostro siano più interessanti di qualunque veridicità legale ma ogni serie tv contribuisce a rielaborare l'immaginario collettivo informando ...o disinformando.

L'immaginario collettivo  di Che Dio ci aiuti è fermo agli anni 50, quando la donna era sotto il capo famiglia, non poteva divorziare non poteva nemmeno abortire.

Non è una nostra malizia ma un modus operandi della serie.

In un altro episodio Davide, la voce narrante della terza stagione, nel telefilm un bambino di 9 anni, si riferisce al matrimonio come a una cosa che dura tutta la vita, come se in Italia non esistesse il divorzio.

In un altro episodio, sempre della terza stagione, una donna compra un farmaco non per uccidere il marito in coma, come sembra, ma per procurarsi un aborto perché si è appena scoperta incinta.

Come se in italia non esistesse la 184...

Il fatto che si è scelto l'aborto solo per un  colpo di scena sul vero uso del farmaco non giustifica l'omissione di una legge dello Stato. Cioè di un diritto delle persone.

Che sia stato fatto scientemente o per leggerezza l'universo descritto da Che Dio ci aiuti è pericolosamente mendace, contribuendo a rivitalizzare quell'immaginario collettivo che piaceva tanto nel 1956 all'allora sottosegretario alla cultura Oscar Luigi Scalfaro secondo il quale i film dovevano  dare al pubblico un senso di riposo dopo le fatiche della giornata, che lo interessi e diverta in modo semplice, senza creare il tormento di complicati stati d’animo*.

Il pubblico italiano, almeno quello di Raiuno, deve rimanere ignorante, monco nei suoi diritti, e, ça va sans dire, disgustosamente eteronormato.

Ma questo è un altro discorso...


*in Fernaldo Di Giammatteo, Lo sguardo inquieto Storia del cinema italiano 1945-1990, La nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1994

12 dicembre 2018

"Direttora", perché?

E' dai tempi del liceo che cerco di evitare l'uso sessista della lingua da quando lessi il prezioso, indispensabile, fondamentale lavoro di Alma Sabatini (ed Edda Billi)  che mi fece capire che facevo bene a usare il nome proprio se dovevo differenziare il sesso di una persona invece dell'articolo la davanti al cognome (Virginia Raggi e non la Raggi) come scrivevo nei temi (e per fortuna nessuno mi correggeva).

Dico cerco perché non è facile uscire da certe consuetudini linguistiche che sono talmente radicate nella lingua (pur non essendo regole) che talvolta è impossibile sottrarvisi  con eleganza.

La difficoltà non mi ha mai trattenuto dal riconoscere la necessità di lottare lo status quo, a differenza di molte altre persone che la interpretano  come il segno che lo sforzo non va nemmeno tentato.

Per fortuna che alcune parti di questa lotta sono facili e la lingua, nonostante il suo sessismo storico, ci venga incontro.

Così nel caso dei nomi di professione le regole grammaticali sono chiare e ammettono, anzi, impongono (nel senso che l'accordo del genere grammaticale è obbligatorio) il femminile nei nomi di professioni, anche in quelle  storicamente lasciate agli uomini, da sindaca ad avvocata, da ingegnera a  medica, anche dottora, da preferire a quel dottoressa formato col suffisso derivazionale
 - essa troppo carico di significati negativi per poter continuare ad essere usato. Sabatini suggeriva anche professora, ma Cecilia Robustelli, più pavida e cauta di Sabatini, accetta professoressa (e non me la sento di darle torto) e poetessa (e qui sì non sono d'accordo, e preferisco seguire l'uso epiceno che ne fa Sabatini, e anche Edda, che si definisce una poeta) mentre  io uso come parola epicena anche studente che mi permette di scrivere un accettabile gli e le studenti invece del meno coinciso gli studenti e le studentesse.

Mi capita oggi di leggere sul sito della casa editrice Icobelli  nel quale si parla di un incontro con Edda Billi per presentare il  suo ultimo libro di poesie Donnità la parola direttora al posto di direttrice.

E me ne dolgo, perché si tratta di un femminile sbagliato.

Sbagliato non in quanto femminile, beninteso, ma nella sua morfologia.

Direttore infatti non è un nome maschile che finisce in - e il cui femminile va in - a come nel caso di infermiere infermiera. 

Direttore finisce in - tore e il femminile dei maschili in - tore i - trice.

Con diversi altri esempi  ben radicati nella lingua.
Aviatore Aviatrice.    Puericultore puericultrice. Pittore pittrice.

Quindi Direttore Direttrice. Perché allora direttora?

Scopro che non si tratta di un passo falso grammaticale ma di una scelta voluta.

Come riportato nella  nota chiarificatrice (non chiarificatora) dell'Accademia della Crusca, il femminile in - ora invece che in - ice dei maschili in - ore , in uso nel 1800 con connotazioni classiste(1), è stato usato  negli anni '90 dello scorso secolo per distinguere una donna direttore di giornale (direttora), come nel caso in cui l'ho trovato usato io, dalla donna dirigente di scuola media (direttrice).

Lascio all'Accademia le considerazioni grammaticali e lessicali che sconsigliano questo uso morfologico.

Di mio aggiungo qualche considerazione politica.

Dire direttora di giornale perché direttrice può essere confuso con il ruolo di direttrice scolastica diffonde, propala un classismo e, a ben vedere, un maschilismo irricevibili.

Che molte donne rifiutino il femminile del nome della loro professione è risaputo, a cominciare da Camusso che si fa chiamare segretario e non segretaria, perché nell'immaginario collettivo la segretaria è quella di un ufficio.

E allora? Che male c'è a essere scambiate per segretarie di ufficio? L'esigenza di smarcarsi da quelle segretarie non tradisce forse  una visione classista del lavoro?
Io non sono quella che  lecca il francobollo prima di metterlo sulla lettera. Io sono quella che la lettera la scrive. 

Io non sono una donna che manda avanti una scuola piena di ragazzine e ragazzini io dirigo un giornale.

Fin qui sul classismo, che spero, sia evidente(2).

Un po' più sottile il maschilismo.

Mi chiedo se a dare fastidio alle ...direttore e alle donne segretario  non sia tanto di essere scambiate con persone dalle  mansioni "di minor prestigio" (ammesso e non concesso)  ma dia piuttosto fastidio  di essere scambiate con donne che hanno mansioni da femmina, mansioni di cura considerate accessorie, di sostegno al maschio storicamente l'unico a poter accedere a quelle cariche.

Io non faccio un lavoro da femmina faccio un lavoro da maschio.

Ecco cosa ci leggo io infondo al classismo che porta una direttrice di giornale a smarcarsi da una direttrice di scuola.

Non è più una questione  di percepire il femminile come sminuente rispetto al maschile come nel caso di alcune  ragazze neolaureate che si rifiutano di essere chiamate ingegnera e vogliono essere chiamate ingegnere (ho dovuto lavorare il doppio di un uomo per dimostrare di essere capace e ora non mi date quel nome di professione ma me lo cambiate perché sono donna ???).

E' proprio questione di non voler essere annoverate tra le persone che svolgono funzioni storicamente percepite come femminili.

Però  così facendo invece di dimostrare sbagliata l'idea che esistano lavori maschili e lavori femminili ci si smarca dai lavori femminili considerandoli sempre e comunque inferiori o di minor prestigio degli altri.

Una preoccupazione tutt'altro che femminile e tantomeno femminista.

Viva le segretarie e anche le direttrici. Di tutti i tipi.


(1) Giuseppe Meini nella Prefazione del 19 marzo 1879 al Dizionario di Tommaseo Bellini: “(XXXV) Come l’uso talvolta si svincoli dalle norme generali, lo dicono i femminini in ice, nei quali traduconsi i mascolini in ore, quando trattasi d’azione da potersi applicare alle femmine. Se non che, nel linguaggio familiare, taluni in quella vece finiscono in ora, come stiratora, tessitora; e anche queste eccezioni possono servire alla proprietà, distinguendo, per esempio, la povera tessitora che campa dell’onesta fatica delle sue mani, dalla dottoressa tessitrice di versi, e dalla galante tessitrice d’inganni” cit.  Accademia della crusca 

(2) In realtà ci sarebbero da fare ben altre considerazioni sulla segretaria che nel nostro immaginario collettivo ha una duplice figura. O la giovane avvenente fonte di prestazioni sessuali, o la donna anziana sessualmente non  desiderabile che garantisce professionalità.

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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