30 settembre 2011

Fiction fest, anche la quinta edizione è finita


E mentre vedere  due dei 6 episodi de I misteri di Lisbona, girato da Raoul Ruiz e tratto dal romanzo omonimo di Camillo de Castelo Branco pubblicato nel 1854, viene ancora più nostalgia per la sua morte e viene naturalmente voglia di vederne il resto (esiste già in dvd) - a ottobre la versione lunga di 6 ore (ne esiste anche una "corta" di oltre 4 ore, per il cinema) verrà trasmessa su ArtE - ora che anche questa edizione è finita devo riconoscere di avere visto dei prodotti di notevole fattura, non americani beninteso.

Mercoledì ho campeggiato nello Studio 3, la più scomoda sala del Fiction Fest (non ci sono poltrone ma sedie imbottite sulle quali, nel 2009, Silvio dormì letteralmente sdraiato su due di esse alla retrospettiva di Ruiz al Festival del film di Roma) ma quella che ho frequentato di più in assoluto perchè aveva la programmazione più interessante, tat'è che una delel curatrici notando la mia presenza già dal secondo giorno mi ha accolto come fossi uno di casa...). Solo giovedì ho messo piede nelle sale grandi, fino a mercoledì mi sono diviso tra teatro studio e studio 3.

Tre le proiezioni cui ho assistito mercoledì.

CASE HISTORIES (Regno Unito 2011) di Ashley Pharoah
è stata una vera e propria rivelazione, ambientata a Edimburgo, tratta dal romanzo omonimo di Kate Atkinson (in Italia pubblicato da Einaudi e già fuori catalogo) che vede l'investigatore privato Jackson Brodie, ex soldato e poliziotto, alle prese con più indagini contemporaneamente (oltre ai ricordi di infanzia quando sua sorella fu trovata uccisa...) con un cast d'eccezione (Jackson Brodie è interpretato da Jason Isaacs) e una qualità complessiva della serie (fato evidentemente anche dal romanzo da cui è tratta) davvero notevole. Particolare nella sua struttura narrativa che vede nuovi casi subentrare così, all'improvviso, svilupparsi in contemporanea, man mano che la storia procede il serial (sono puntate non episodi) si distingue da quelle made in Usa per l'umanità dei personaggi molto meno stereotipati e prevedibili.
Alla fine della proiezione una signora, fan di Kate Atkinson, ci ha dato lumi sul resto della trama (abbiamo visto solo due episodi) sulla scrittrice (scrive da tanti anni ma il successo è arrivato con questi romanzi gialli) sugli attori della serie e su dove leggere i romanzi, (alla biblioteca comunale Rispoli CHE LI HA ANCHE IN INGLESE!!!).
Un extra del tutto imprevisto ma molto gradito.

PARA VESTIR SANTOS Argentina 2010 di Daniel Barone è una serie Argentina incentrata su tre figlie che affrontano la morte improvvisa dell'anziana e dispotica madre. Un po' stereotipata nei tipi rappresentati dalle tre protagoniste ma niente affatto banale e con un piglio ironico femminile niente male. La vedremo (quando?) su La7 ma, doppiata, perderà in musicalità della lingua spagnola che nella versione argentina si colora di una luce tutta sua.


HATUFIM Israele 2011 di Gideon Raff
è il racconto intimista e dal punto di vista dei familiari del rientro in patria dopo 17anni di prigionia di due soldati israeliani rapiti e tenuti come ostaggi  (un terzo non ce l'ha fatta). Silenzi, flashback, allucinazioni (la sorella il cui fratello non ce l'ha fatta a tornare se lo immagina che ritorna come gli altri...) sensi di colpa (la moglie di uno dei due soldati si è risposata, col cognato, ma gli psicologi dell'esercito la costringono a fingere che sia ancora sua moglie...). Nel riabituarsi all'antico ménage familiare dei  flashback allucinati sulle torture e le sevizie subite negli anni (si sa gli arabi sono cattivi) disturbano il riavvicinamento tra ex prigionieri e familiari.
Una serie interessante, anche se manichea e tutta interna alla storia israeliana (che se non consoci non sai a cosa si riferisce). Una serie equilibrata, sobria, della quale gli stessi produttori statunitensi di 24 (la serie fascista e piena di terribili cliché contro gli arabi) hanno curato l'adattamento americano Homeland del quale vediamo un trailer nel quale succede tutto l'opposto di quanto visto nella serie originale: urla, generali e Presidente, spionaggio, spari, corse in automobile, insomma gli americani sono burini (quasi) sempre... Eppure al comando di Homeland c'è sempre Raff... Da ignorare quella americana e sperare in una versione almeno sottotitolata in inglese per quella originale israeliana.

 Ieri, giovedì, ultimo giorno di festival ho visto

EPISODES (Regno Unito 2011) di  David Crane e Jeffrey Klarik
Una serie esilarante che racconta dei due autori di una serie british di successo invitati a farne un adattamento a Los Angeles e delle loro disavventure culturali, tra mezze bugie del produttore, allo staff che lo idolatra come un guru, alle imposizioni di cast (Matt leBlanc, che interpreta se stesso che sostituisce l'attore della serie originale Richard Grifiths (sì quel Richard Griffiths) anch'egli che interpreta se stesso. Uma serie esilarante, che mostra difetti e idiosincrasie die ntrambe le culture, con delel battute indimenticabili. Una serie da vedere esclusivamente in inglese (anche per apprezzare la bravura di Griffiths, che, provinato nonostante la sua fama per un capriccio del produttore, ridice le stesse battute prima in english e poi in american english. Si ride, tanto, e si impara, molto sul dorato mondo di hollywood.

Direttamente dal festival di Venezia il documentario 
SCHUBERTH – L’ATELIER DELLA DOLCE VITA (Italia 2011, 37’) di Antonello Sarno che si basa su una formidabile ricerca d'archivio (soprattutto cinegiornali) oltre che di interviste ad hoc (a Gina Lollobrigida, Sophia Loren, più giornalisti e addetti del mondo della moda) per raccontarci di Emilio Schuberth (Napoli, 1904 – Roma, 1972) il primo sarto italiano a creare la figura professionale dello stiliosta di moda. Il padre di tutta la moda italiana che si è imposto negli anni 50 e 60 (muore nel 72 senza lasciare eredi professionali).
La prima parte del documentario ce lo descrive come genio dell'abito, ricercatissimo da tutte le dive di hollywood e non solo (tanto che in qualche partecipazione di matrimonio si specificava che la sposa indosserà un abito di Schuberth). Si parla di una figlia (che nelle immagini del cinegiornale il giorno del suo matrimonio sembra Maria Stuarda accompagnata alla ghigliottina) ma non di una moglie o di una madre della ragazza. Poi, all'improvviso si racconta della sua omosessualità (ce la introduce Manuel De Sica ricordando di come glielo indicò suo padre Vittorio: quello è un sarto pederasta ma una persona molto intelligente sai?
Il documentario allora ci mostra i commenti feroci e nazisti dei cinegiornali che sfottevano Schuberth per la sua effeminatezza in una maniera che fa venire voglia dimettere mano al bazooka. Nessuno dei grossi nomi intervistati accenna alla discriminazione di Schuberth per la propria omosessualità (Sophia e Gina in testa). Solo un signore ormai anziano, del quale non ricordo il nome, magari un pezzo grosso della moda ma sapete che io mi copro non mi vesto, parla fermamente dei maschi etero che controllavano la cultura italiana negli anni 50... Shciberth non si nascondeva e questo dava fastidio all'establishment, indossava anelli che coprivano due dita, braccialetti mai visti al polso di un uomo, portava il classico baboncino sotto braccio e anche se sbeffeggiato non era ignorato. Ci sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulla sua vita privata e non per curiosità pettegola ma per scoprire che oltre ad essere una checca (Mi creda maestro - dice Manuel avrebbe detto Schuberth a suo padre Vittorio - il terzo sesso esiste, esiste!)  era una persona con dei sentimenti e una vita affettiva (per tacere della figlia e della moglie di cui non sappiamo nulla).
Insomma un documentario interessante ma che sull'argomento omosessualità non riesce ad andare fino in fondo anche se, dato il clima italiano, bisogna riconoscere il coraggio di averlo affrontato denunciando la discriminazione dei cinegiornali dell'epoca. A emergere oltre le discriminazioni sono la sua fama e i suoi vestiti, davvero splendidi.

La sorpresa finali (sempre a Studio 3)  è una web serie, una serie cioè pensata e prodotta per il web THE CONFESSION (Usa, 2011) di Brad Mirman con due attori d'eccezione, Kiefer Sutherland e John Hurt, che in 10 brevi puntate per 63 minuti complessivi racconta di un killer che si confessa con un prete.


Degna chiusa (il web) per una mostra dedicata alla fiction tv. D0ltornde oggi chi guarda più la tv? Guardiamo tutto in streaming, sul web. L'organizzatrice della programmazione di Studio 3 mi ha salutato calorosamente con un "al prossimo anno!" spero davvero ci sarà una sesta edizione di Fiction Fest che tra mille ambiguità e difetti offre la possibilità di vedere perle del piccolo schermo e anche della ragnatela informatica...

Nessun commento:

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...