24 ottobre 2009

Cronache dal festival (7, reprise)

Ho visto L'arte di arrangiarsi (Italia, 1952) di Luigi zampa, su sceneggiatura di Vitaliano Brancati. L'ho trovato un film misero, paternalista, reazionario, maschilista, misogino, spento e stanco, in una parola italiano.Un film che fa ridere ogni tanto ma che risulta qualunquista per tutta la sua durata. Sordi propone il suo solito personaggio quello che gli riuscirà bene in Una vita difficile (Italia, 1961) di Dino Risi, qui è spento e pieno di luoghi comuni ma Sordi non poteva cavare sangue da una rapa, una sceneggiatura triste, da dimenticare.

Stamane invece è stata la volta di Garbo, the Man Who Saved the World (Spagna, 2008) di Edmond Roch, un finto documentario noioso anche se usava sorprendenti filmati di repertorio. La struttura è quella di Zelig (il film di Allen del 1982) con finte (o vere?) autorità che raccontano la storia di un personaggio inesistente, stavolta una spia freelance bugiarda che passa al nemico ogni giorno...
Insomma me ne sono andato scrivere anche perché quel che raccontava il finto docu erano stronzate nulla di ironico o nuovo...
Jyuryoku Pierrot (Giappone, 2009) di Jun-ichi Mori è un thriller familiare leggero, divertente e divertito, che racconta di due fratelli Izumi e Haru, alle prese con dei misteriosi incendi collegati con dei graffiti che compaiono all'improvviso (e che Haru cancella puntualmente). Questa indagine si intreccia con le vere origini di Haru e sulla sorte di loro madre, morta prematuramente, mentre il padre è alle prese con un cancro...
Un film lieve, leggero, che commuove e intriga, uno sguardo sulla cinematografia contemporanea nipponica che molto diversa dal cliché europeo... Il titolo significa la gravità del clown e si rifà a una frase che i genitori dicono ai due fratelli ancora piccoli, mentre sono al circo, a guardare un clown che fa il trapezista che quando si è felici un artista del circo non conosce la gravità...


Sta pomeriggio (come diceva la mia amica Frances, che non c'è più) ho visto Rewizyta (Polonia, 200) di Krzysztof Zanussi.

Zanussi prende il giovane protagonista del suo ultimo film (Serce na dloni - visto l'altr'anno al Festival di Roma, con Bohdan Stupka vincitore del premio per il miglior attore - e lo manda a intervistare grandi attori del cinema polacco come Zbigniew Zapasiewicz, Ma?gorzata Zaj?czkowska, Daniel Olbrychski, e i personaggi che lo stesso Zanussi ha affidato loro in film come Zicie rodzinne, 1971; Barwy Ochronne, 1977; Constans, 1980. Risultato: un esperimento cinematografico senza precedenti in cui i film del passato riprendono vita in un nuovo film. Le coordinate sono una ricerca moral-esistenziale: vale la pena vivere? E se si perché? Un bell'esperimento cinematografico che magari uno apprezza di più se conosce (e riconosce) le scene originali tratte dai film, ma  che si fanno seguire anche da chi ignora i film (e i personaggi) cui ci si riferisce. Uno dei film formalmente più interessanti, relegato all'ultimo giorni di festival quando i giochi sono fatti che la dice lunga sulla visione generale di questo festival del cinema...

Poi mi sono spostato al cinema Metropolitan per vedere
Oorlogswinter(Olanda, 2009)di Martin Koolhoven, uno dei film sull'occupazione tedesca nel resto d'Europa, raccontato dal punto di vista di un adolescente che vuole entrare, a modo suo, non dicendolo a nessuno, nella resistenza. A metà tra l'educazione politica e il genere giallo il film ha il pregio di essere girato benissimo (con tanto di effetti speciali quando precipita un aereo) ma ha il difetto di avere dei protagonisti troppo belli per essere credibili, così come non sempre credibili sono alcune vicende del film(il livello di verosimiglianza fermandosi a quello della commedia e non sempre a quello del film di guerra...).


Poi avrei voluto vedere Sotto il Celio azzurro (Italia/Francia, 2009) di Edoardo Winspeare ma avendo incontrato sulla navetta che mi conduceva al Metropolitan Thaddaeus Meilinger, uno degli attori de L?uomo che verrà (Italia, 2009) di Giorgio Diritti, ho optato per questo film e non sono rimasto deluso.
Un altro film sull'occupazione nazista (stavolta dell'Italia) raccontato con sensibilità e un occhio intelligente sulle facce e sulla gente, con qualche semplificazione ideologica di troppo (spariscono i repubblichini, ci sono solo i fascisti) qualche errore di produzione (la parrucca evidente sulla protagonista bambina quando le avrebbero dovuto tagliare i capelli per esigenze di scena) e indirette accuse ai partigiani qui dipinti come ragazzini cretini e inetti (il fascismo non è mai morto in questo paese di merda) ma che, cinematograficamente, ha una sua ragione di essere, molto meglio del tanto osannato (ma non da Aristarco) La notte di San Lorenzo dei f.lli Taviani. Il titolo del film si riferisce al neonato, uno dei pochi sopravvissuti degli abitanti del paese in cui si svolge il film (che nella realtà è una neonata...), tutti uccisi dalla furia vendicatrice nazista.

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bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
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