5 settembre 2008

Danser, Maurane

Era il 1985.
Dopo scuola, nell'unico giorno in cui avevo il turno di pomeriggio, mi ero recato al Pantheon. Avevo appuntamento con un mio omonimo, per andare a cena da lui, in quel di Boccea. Ricordo un viaggio interminabile, un autobus affollatissimo, l'entusiasmo di Tamara, una ragazza bella e strana, intelligente e sofisticata, che mi ricordava Audrey Hepburn, minuta come lei.
A casa di Alessandro una madre molto giovane, poco convenzionale, come quelle di certi film, che nascondono qualche segreto agli occhi dei bempensanti, più alcuni strani amici. Strano agli occhi di un parvenue delle frequentazioni amicali come il sottoscritto.
Manuela, una ragazza altissima e massiccia, con un viso irregolare, enormi occhialoni e un osceno ombretto celeste che non permetteva di essere preso sul serio.
Adriano il ragazzo di lei, nero, vistosamente effeminato (non esattamente checca semplicemente costantemente esageratamente platealmente eternamente sopra le righe).

Una cena informale, un piatto di pasta, un amico ritardatario, arrivato un attimo prima che mettessimo mano alle forchette, l'imbarazzo dei nostri ospiti, madre e figlio, un piatto in più ricostituito da qualche forchettata generosa cui tutti contribuimmo per il ritardatario, il cui nome era, indovinate? Sì, Alessandro!

Un gruppo di amici che frequentai tutte le sere da ottobre a dicembre di quell'anno. Tutte le sere, SEMPRE, tranne la vigilia di Natale.

Manuela abitava dietro casa mia (toh, la coincidenza...) mi riaccompagnava in macchina, nonostante fosse più grande di me aveva il coprifuoco a mezzanotte, per quell'ora rientravo in casa...

Una pletora di conoscenze lì, alla piazza del Pantheon, uscite da un romanzo pretenzioso e stereotipato, la figlia minorenne di un plenipotenziario del petrolio, che esce in incognito dall'albergo, vestita da uomo ("cheeee?" Fa Adriano, "sei una donna?!?") un giovane gigolò per signore che girava in Ferrari (all'epoca si poteva raggiungere la piazza in macchina...) che veniva a trovarmi di tanto in tanto perché mi trovava "simpatico", una vecchina che vendeva rose, cui, a turno, ogni sera, offrivamo un caffè e, più raramente, un tramezzino, noi perennemente a corto di soldi, quei pochi che avevamo messi in cassa comune per le sigarette, qualche caffè per noi (si veniva in piazza presto, verso le 20.00, ma dopo cena...) e rari hamburger e patatine che mangiavamo in un piccolo locale vicino al Corso. I metallari che occupavano un altro lato della scalinata che circonda la fontana di fronte il Pantheon, dove un paio di volte incontrai Sibilla, la mia amica compagna, quella che odiava il jazz perché "borghese" e pensava che mandare qualcuno a fare in culo fosse offensivo per gli omosessuali (!!!).

Una sera che i due Alessandri mancavano all'appello e Tamara non era potuta venire, una sera particolarmente grigia, non fredda, ma già invernale, essendo ancora in pieno autunno, in una piazza vuota e dall'aria dimessa, come un teatro chiuso, un palcoscenico vuoto che porta solo l'eco di quel che normalmente lì prende luogo, ci ritroviamo soli io, Manuela e Adriano.
C'è il ragazzo solitario, che qualche volta si mette in un angolo della scalinata a leggere dei libri in francese, che piace ad Alessandro "mio fratello", il ritardatario di quella cena di un mese prima, soprannominato così per distinguerlo dall'altro Alessandro, detto "quello alto", ("mio fratello" perché ci somigliavamo davvero e tutti ci chiedevano se fossimo fratelli), io sono "il cappellaio" per via della collezione di cappelli che sfoggio) e, visto che "Mio fratello" quella sera non c'è, non è proprio a Roma, è tornato a Stia, un paesino nel toscano, quel ragazzo francese è un po come se sopperisse alla sua mancanza, testimoniasse la sua assenza, me lo facesse sentire un po lì con noi...
Vorrei conoscerlo, eventualmente parlargli, ma data la mia timidezza cronica mi limito a esprimere quel desiderio a Emanuela, che lo dice ad Adriano il quale, senza battere ciglio dice:"che problema c'è?" e va da quel ragazzo, seduto a 10 metri da noi, e gli dice: "Ciao, il mio amico ti vuole conoscere ma è troppo timido per attaccare bottone". Io sono abbracciato a Emanuela e devo fare uno sforzo per girarmi verso di loro e dire, con un filo di voce "ciao" invece di correre verso largo Argentina, come nei cartoni animati, le braccia protese in avanti. Dice di chiamarsi Patrick (con l'accento sulla a e non sulla i sebbene sia un nome francese), di essere belga, "conosci Bruxelles? La sede della Comunità europea?".
Patrick parla l'italiano senza il minimo accento. Mi racconta di Bruxelles, dei suoi studi di cinema, della sua ragazza di origini italiane, della rivista che sta per pubblicare in Italia.
E' l'inizio di una grande amicizia, di una fonte inesauribile di cultura mitteleuropea, di film francesi e belgi, di politica, di storia e di musica (cui fino a quel momento aveva contribuito Tamara). Grazie a Patrick (che abita vicino casa mia, non quanto Manuela, ma a poche fermate d'autobus) conosco Michel Jonasz e Maurane.

Ricordo l'alba di una mattina di maggio, eravamo a bordo della sua Colt Mitsubishi (una delle 15 immatricolate in Europa, d'importazione nipponica) bianca, dall'abitacolo fantascientifico (e dal sedile posteriore con un buco da sigaretta da me causato...).
Eravamo usciti la sera prima (gli incontri al Pantheon erano ormai un ricordo lontano, "Quello alto" era scomparso, "Mio fratello" era tornato a Stia, Tamara era alle prese con i suoi problemi familiari, Emanuela, lasciata da Adriano, dato che vedere me le ricordava troppo lui mi aveva dato il benservito), e stavamo così bene insieme a parlare di tutto, dalla letteratura al cinema, dalla politica ai sentimenti, dall'essere vegetariani (Patrick lo era io lo sarei stato per qualche mese tempo dopo...) all'imminente rivista che stava per uscire che non eravamo rinetrai ma avevamo deciso di proseguire la serata girando per Roma, cercando tutti posti che alle 4 del mattino possono offrirti quacosa di caldo e venderti un pacchetto di sigarette.
Eravamo finito al Gianicolo.
Immaginatevi Roma che si risveglia e in sottofondo Danser di Maurane che fa da colonna sonora di un film che può sentire anche il protagonista e gli sembra la cosa più naturale di questo mondo.
Io, che non so più se devo considerare quel momento ancora come la sera precedente o un nuovo giorno, chiedo, faceto: che giorno è oggi? Ieri o domani?.

Uno degli attimi più belli della mia vita.

Ero giovane, mi sentivo cosmopolita, affrancato da una Roma ancora un po' provinciale e da una vita misera da studente liceale tropo cresciuto (al quinto anno, ma in realtà al settimo) ancora irrimediabilmente timido. Eppure avevo trascorso la note a discorrere di tutto e ascoltavo musica che in Italia non era distribuita.

Ogni volta che ascolto Danser mi fa tornare ancora in quellos tato d'animo.
Mentre
la riascoltavo ieri sera, facendola sentire a Silvio sul quale non sortiva lo stesso effetto che aveva sortito, all'epoca,a su di me, mi sono ritrovato a pensare, grazie a dio (è un modo di dire...) sono ancora vivo e posso ancora ascoltare questa canzone. E mi sono reso conto che mi ero dimenticato di quanto fosse bello essere al mondo...

Danser dall'album omonimo di Maurane, 1986, chanteuse belge






3 commenti:

Anonimo ha detto...

qualche giorno fa ho chiesto a Patrick, che musica nuova cìera da acquistare in BXL, (un'amico era li, ne apprfittato per farmi prendere qualcosa), mi ha risposto: NON SO, ASCOLTO MUSICA ITALIANA"

Domage...

Tamcra ha detto...

Caro Ale,
Ricordo assai bene quella corsa interminabile in autobus: ci eravamo appesi tutti e due ai corrimani per quanto andava veloce! Avevamo parlato di musica, e ricordo con grande sorpresa come mi sentissi profondamente capìta (non càpita, sai) da te.Solo che la memoria a volte è troppo rosea: non credevo -non credo- di somigliare ad Audrey Hepburn...
Questo è uno dei tuo post più belli, davvero.

Anonimo ha detto...

Che bella nostalgia wmana questo post... certo, come direbbe Oscar Wilde ci sono i paralumi rosa e tutto appare più bello e giovane... anche se sono certo che Tamcra somigli ancora alla Hepburn. Bellissima la frase finale...
Un abbraccio
Herm

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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