4 novembre 2011

Penultimo giorno di Festival. La mano è stanca, la vista pure...



Il primo film ieri visto è stato Dead Men Talking (Cina, 2011) di Robin Newell, un documentario australiano su un programma televisivo cinese nel quale la conduttrice intervista persone condannate a morte. Poco ci viene detto sui reati per cui in Cina è prevista la pena di morte. Il programma si limita a intervistare omicidi di familiari (mariti, mogli, figli). Solo in un caso intervistano un uomo che ha ucciso una bambina in seguito a un rapimento finito male.
Quello che colpisce del documentario è la mio pia di chi lo fa, che non prende posizione su nulla di quanto vede ma lascia che la conduttrice (una donna spregevole) concioni dei suoi sentimenti, della sua sensibilità e del rispetto per i condannati  a morte (ma poi non riesce a stringere la mano a un condannato a morte perchè ha del nero sotto le unghie...) o si permette di giudicare l'infanticida dicendo che si merita di morire e che nessuno lo perdonerà. Il documentario non ci fa mai vedere il dito le quinte e intervista giudici, e collaboratori della sciacalla mediatica, seguendo le loro regole. Un documentario pericoloso che legittima non solo la pena di morte ma anche un modo di fare documentari che è altamente inquinato dalla retorica televisiva.
Tra i condannati a morte anche un gay, che la sciacalla dice di accettare in quanto gay perchè altrimenti come tutti i diversi erigerebbe un muro e non le parlerebbe. L'uomo è gay perché si prostituisce (sogna di fare i soldi con la strada...) ed è condannato a morte perchè ha decapitato la madre, le ha tagliato gambe e braccia e poi l'ha stuprata. Proprio come tutti i gay fanno.
Mille le domande che il documentario non risolve. Una quella più importante di tutte. Perchè mai questo prodotto è stato portato al Festival?


Poi è stata la volta di Wild Bill (UK, 2011) di Dexter Fletcher il primo vero film del festival, che racconta una storia con un occhio alla società, uno alle psicologie, uno ai personaggi. Dirige Dexter Fletcher che qualcuno ricorderà novello Bacco nel Caravaggio di Derek Jarman.
Fletcher che non ha perso un'unghia del suo fascino non solo ha continuato come attore (Topsy Turbey di Mike Leigh, del 1999) ma ha intrapreso anche la carriera di regista debuttando con un film emozionante, che hanno visto in pochi al Festival, dato che la proiezione era unica (come tutte quelle della vetrina UK).




Too Big Too Fail (USA, 2011) di Curtis Hanson è un docu-film sulla crisi del 2009 della Leehman Bros con un cast d'eccezione, che ricostruisce precisamente i fatti e le speculazioni dietro e dentro la crisi. UN film da bere per la bravura degli interpreti e il coraggio che hanno negli americani di dire la verità quando fannoq ualche stronzata...



Ultimo film della giornata è stato Voyez comme ils dansent (Francia, Canada, Svizzera, 2010) di Claude Miller tratto dal romanzo La petite-fille de Menno di Roy Parvin.
Adesso anche questo film pur se interessante, emozionante, bello da vedere, dimostra come la trascrizione della pagina scritta sul grande schermo comporta uno snaturamento una perdita di interesse per la storia raccontata. Qui un attore famoso figlio di un intellettuale altrettanto famoso si ritira in un paesino vicino gli indiani canadesi (?!?) con un'altra donna che non sia la moglie, in seguito a una serie di crisi di panico che gli derivano dall'insoddisfazione per il suo lavoro recente (fa degli spettacoli cdi clownerie). Tutti i film tratti dai romanzi si limitano a una trascrizione da un medium all'altro mentre necessiterebbero di una riscrittura. Quando questo non accade il film è smepre meno film di una storia dalla sceneggiatura originale.

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bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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