24 dicembre 2010

ventiquattro dicembre duemiladieci

Doveva essere il 1978. Ricordo perfettamente il piccolo albero di natale che stava in un angolo di camera mia, su una libreria bassa, che, allora, mi arrivava al petto. Mentre dell'albero della casa, che stava all'ingresso, quello grande e vero, i cui capelli d'angelo sarebbero entrati qualche anno dopo nella ...dieta di Buio, il mio primo gatto, mi interessava poco, ci tenevo molto a quell'albero di dimensioni ridotte che avevo chez moi mi faceva sentire già piccolo adulto, che ha le sue cose. Le piccole dimensioni ribadivano al contempo che del natale non mi interessava molto e che avevo già un natale tutto mio. Ero orgoglioso di quel piccolo albero la cui simbologia era modificata in quella mia, privata e personalissima. Nell'albero c'erano delle luci mie di quelle grosse, a forma di orsacchiotto (evidentemente la vita sa dove vai molto prima di te...)  credo le abbia ancora mia sorella e le metta ancora nel suo di albero.

Quell'albero chez moi  mi ricordava del natale anche quando stavo per conto mio, a cantare sopra i 45 giri (Noi noi di Sandra Mondaini... ma poteva anche essere Mettiamo che tu di Loretta Goggi)  quando, sopraffatto dall'energia natalizia, mi ritiravo nei penetralia della casa (la mia stanza era la più lontana dall'ingresso  e dalla camera da pranzo)  lontano dal rumore, dal troppo sfoggiare, dalle troppe persone (le zie e relativi mariti e figli) che avevano da dire la loro una loro smepre omologa ed equipollente, così' distante dalla mia. Ricordo intere giornate natalizie trascorse in camera mia, dietro le quinte, dove pur presnete mi sentivo assente, sottratto alla scena, al palco, alla recita del natale.

Ho tanti ricordi legati al natale, da bambino, come tutti. Quei ricordi che sono in parte riaffiorati dopo aver visto l'ultima Istallazione drammaturgica di Ricci Forte, alla Fondazione Fendi, giusto due giorni prima di partire per quel di Napoli. Ricordi sparsi, contraddittori.
Natale del 1977 quando, la mattina della vigilia, convinco mia madre e mia sorella ad accompagnarmi alla stanza ai colli portuensi (la più distante da casa) per acquistare il 45 giri di Ombretta Colli Luna quadrata (ce l'ho ancora). Ho un vago ricordo di noi tre (io Silvia e mamma) sull'autobus, in una mattina dai colori stranamente estivi (vatti a fidare dei ricordi...). Ricordo dello stesso natale quando mamma aveva disseminato l'albero di regali epr me e mia sorella e io, che già sapevo che babbo Natale non esiste, mi preoccupavo dello sforzo economico che mamma aveva fatto (sforzo economico che non apprezzavo, l'importante era il clima natalizio non i regali, ma come dire a un genitore che si p svenato grazie ma di tutti questi regali non so cosa farmene l'importante è che sie felice tu, anzi noi?)...
Molto meglio il regalo assai laico (Anche se l'aggettivo all'epoca non lo conoscevo) che mi faceva nonna per capodanno e per la befana.  Invece di farmi il regalo a Natale nonna mi regalava qualcosa di costoso per il primo dell'anno. Un disco, un libro, una radiolina. E' da nonna che ho preso l'abitudine di ascoltare la radio, il gr piuttosto che il tg... Il vero regalo era quello del primo dell'anno.
Poi cera la befana che però, per un patto stabilito tra me e lei, richiedeva un regalo economico, simbolico, un piccolo giocattolo, una rivista, qualche oggetto epr la mia camera, dei dolciumi. Era nonna che mi aveva chiesto di scegliere  se avere il regalo più cospicuo per il primo dell'anno o per l'epifania. E io avevo scelto la festa più laica, senza saperlo.
Oggi finalmente all'età di 45 anni posso dire che il natale non abita più in me, nemmeno che non mi interessa (rimarcare un non interesse vuol dire comunque accorgersi della mancanza). Il natale mi è proprio indifferente. Non mi danno nemmeno più fastidio le luminarie o chi lo festeggia. So solo che io sono libero e che, in fondo, lo sono smepre stato, che per me il natale è smepre stata una recita, una sciarada, un modo che la chiesa e lo stato hanno per coglionarci per illuderci che siamo unti e felici mentre in realtà decidono persone come dobbiamo morire figuriamoci se possiamo scegliere come vivere. Una festa talmente assurda che viene percepita come la più importante di quelle religiose (anche le vacanze scolastiche sono le più lunghe) mentre non lo è assolutamente (eppure, da cattivo cattolico, ma almeno io non credo... l'ho creduto per anni), lo è la Pasqua.
Credo però che il ricordo cui sia più legato di quegli antichi natali scolastici è il senso di angoscia per le vacanze che finivano e che mi strappavano a quell'intimità solitaria della casa e mi rispedivano dritto all'inferno, quello che ho vissuto alle medie e soprattutto al Liceo perchè a scuola andavo male e me ne vergognavo da morire senza riuscire a fare nulla per cambiare quello stato.
Quando le emozioni le subivo e non le vivevo.

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bello essere
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poco
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