15 agosto 2009

Tutto quello che non avreste voluto sentire sulla morte
ma che vi dico lo stesso

Quando mamma si aggravò era tenuta in vita da una flebo che le immetteva in vena un liquido denso e bianco, dall'odore indimenticabile, che la nutriva, non riuscendo più a mangiare da sola. Era ancora presente anche se non a se stessa, in qualche modo. Ricordo che, esattamente una settimana prima che morisse, giunto in ospedale da "Rinascita" dove avevo appena acquistato Ti conosco mascherina, le dissi che era uscito un nuovo disco di Mina e lei mi aveva risposto con un poco convincete Ah, si?
Quando, qualche giorno dopo, le sue condizioni sembravano tanto gravi da indurre le mie zie a chiamare il prete per l'estrema unzione, io, in minoranza e disaccordo, lasciai la stanza.
Mi fu raccontato che, quando vide il prete, mia madre sgranò gli occhi e fece le corna. Geniale! Peccato non averlo visto. Non fu l'unico momento al quale non presenziai.
Pochi istanti prima che morisse, zia Clara mi mandò ad avvertire mia sorella che mamma stava per morire.
Io andai controvoglia. Al telefono Silvia non rispose.
Quando tornai, zia disse E' morta con un singhiozzo al posto del respiro.
Non mi sono mai perdonato di non essere stato presente all'ultimo respiro di mia madre. Se sono riuscito ad andare avanti è solo per la frivolezza del desiderio. Non era per mia madre era per me che volevo esserci.
Così l'ultimo ricordo che ho è quel petto affaticato che si solleva vistosamente nell'osceno sforzo di ossigenare un corpo moribondo, i suoi seni formosi ad amplificare lo spostamento del torace, su giù, su giù. Il ricordo più sereno di quel periodo, da quando mamma non fu più presente a se stessa, è una mattina di metà agosto, quando, mi era toccato il turno di mattina, accompagnandola in bagno sulla sedia comoda, mi disse con un'aria di sconforto dio come sto male! e per un attimo, per un attimo solo, era nuovamente se stessa, presente e consapevole di stare male. Fu quello il regalo per me, il momento speciale con mia madre, in un mese estenuante di turni al suo capezzale, tra canne (l'unica cosa che permetteva a me e mia sorella di andare avanti) caldo, il silenzio abbacinante delle mattine d'agosto in ospedale e Van Vogt che leggevo appena mamma si appisolava (altrimenti ero sempre a mormorarle qualcosa all'orecchio, come potesse capirmi, convinto che darla per mentalmente persa contribuisse al suo deterioramento psichico).

Quando Frances si aggravò, Rob mi chiamò al cellulare, avvertendomi che se volevo vederla ancora prima che morisse dovevo affrettarmi.
Io ero al festival del Cinema, insieme a Silvio.
Ci misi più di un'ora per arrivare al Fatebenefratelli dall'Auditorium.
Trovai tutti lì, Pasquale, Chris, Marco e Rob.
Frances aveva uno sguardo oscenamente assente, spalancato, gli occhi spenti. Lo stesso sospiro affannato di mamma, ma meno indecente, meno forsennato, meno evidente.
Il lenzuolo che le copriva il corpo smagrito era scivolato sullo stomaco lasciandole i seni scoperti. Nessuno si era degnato di coprirla, credo perché ormai tutti l'avevamo vista nuda per pulirla, rinfrescarla, accudirla. A me quel seno nudo faceva male come una pugnalata. Ecco lì un gruppo di froci, immuni al pudore che un seno suscita in un uomo, pensai. Peggio, indifferenti a un corpo già percepito come cadavere.
Se ne pensano di cazzate in certi momenti.
Che fastidio a vederli aggirarsi per la stanza d'ospedale, così indifferenti!
Non mi permisi di coprire quel seno. Probabilmente per vigliaccheria, perché temetti che il mio gesto potesse palesare il mio disappunto. Oppure per senso di colpa, sentivo di non esserne in diritto visto che mi ero sottratto al capezzale di Frances in quegli ultimi giorni, senza nemmeno giustificarmi, come solo i vigliacchi sanno fare.
Rimasi lì facendo finta di ignorarlo, il seno.
Poi, confidando che Frances non sarebbe arrivava all'alba, decidemmo dei turni.
Erano le 18. Visto che ero già lì mi proposi per il primo turno fino alle 23. Cenai, mangiando la cena che a Frances spettava di diritto anche se non mangiava più da una settimana (la flebo dal liquido biancastro mi portò indietro di 19 anni...). Poi Frances venne lavata e pettinata, i seni coperti, e quel gesto delle infermiere era un'accusa palese solo per me visto che tutti gli altri erano andati via.
Non riuscivo a leggere.
La guardavo anche se quegli occhi vitrei, da pesce al mercato, lei che aveva degli occhi giovani anche a 70 anni, erano insopportabili alla vista. Frances attendeva, mano poggiata ora sul corrimano del letto ora sulla fronte, la bocca aperta nello sforzo per respirare.
Poi verso le 20 l'infermiera le somministrò un sonnifero e mi assicurò che, nonostante gli occhi spalancati, stesse dormendo.
Io le carezzavo la fronte, le prendevo le mani nelle mie, mani freddissime, mi ricordai delle zampe di Buio, il mio primo gatto, la sera prima della sua morte.
Verso le 22 i suoi respiri, calmi, al contrario di quelli annaspanti di mia madre, si fecero sempre più radi.
Anche David Rieff nel libro su sua madre parla dei respiri radi, è davvero il solo momento in cui mi sono sentito vicino alle situazioni che descrive.
Prima intervalli di qualche secondo tra un respiro e l'altro. Poi di cinque secondi. Poi di dieci.
Una mano gelida di Frances tra le mie.
Quindici secondi...
Poi un tempo interminabile, prima del respiro successivo.
Poi altri respiri, sempre più impercettibili. Finché smise di respirare.
Le sorrisi dicendole mentalmente, cara, era davvero l'ultimo? con l'ironia che solo lei, e mia madre, avrebbero potuto apprezzare, oltre me, visto che me l'avevano insegnata loro.
Fui felice di essere stato presente ai suoi ultimi istanti. Io e lei, come ai vecchi tempi, quando, appena morto Fernando, chiamava me, in preda al panico, e io accorrevo.
L'ho anche ringraziata, del regalo che mi aveva fatto.
Mi sono sentito risarcito, in parte, per non essere stato presente quando spirò mia madre.
Era il 22 ottobre del 2009, le 22 e 30 circa. 19 anni e un paio d'ore prima moriva mia madre, mentre io ero andato a fare un'inutile telefonata.Quando arrivò, prima che potessi avvertirlo, giunto per darmi il cambio, Rob mi disse che gli dispiaceva fosse toccato proprio a me di assistere alla sua morte. Io gli dissi che ne ero stato onorato e felice.

Poi, come al solito, dinanzi il lutto, mentre gli altri piangevano, io me ne rimasi in silenzio, addolorato, ma immune alle lacrime.

Adesso, quando entro in camera da letto, dove Cirillo giace steso su cuscino del mio letto, noto in lui lo stesso sguardo, lo stesso occhio spalancato, perso nel vuoto, ma non ancora assente.
Anche lui attende, proprio come Frances, una morte inevitabile.
Solo che stavolta tocca a me decidere, portarlo dal veterinario, farlo sopprimere.
E dovrò farlo anche prima che giunga l'agonia. Sarebbe un'imposizione crudele. Spero solo di trovare il momento giusto, il giusto equilibrio tra egoistica esitazione e pietà animalista.

O il dono di un'improbabile morte spontanea...




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bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
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