12 agosto 2009

Susan, la morte ed Io


Ho appena finito di leggere Senza consolazione Gli ultimi giorni di Susan Sontag libro scritto dal figlio David Rieff nel quale più che raccontare strettamente gli ultimi giorni di sua madre fa delle lunghe e articolate considerazioni sulla morte partendo dalla sua esperienza di figlio e analizzando i comportamenti di Susan Sontag.

Conosco Susan Sontag (come intellettuale e NON personalmente bien sur) dai tempi dell'università, quando studiai un suo famosissimo saggio, Against interpretation e ancora prima, quando lessi, al liceo, alcuni estratti di un altro suo saggio del '64 Note su Camp" (li potete leggere entrambi nell'edizione degli Oscar Mondandori*) o, anche, qui (grazie al sito I Miserabili).


Senza consolazione discutibile titolo italiano, quello originale recita Nuotando in un mare di morte (Swimming in a Sea of Death) mi ha deluso ma, anche, mi sta aiutando molto a superare (a trascorrere?) un periodo di morte che dura dalla dipartita di Frances e che ora si è nuovamente acuito dalla malattia di Cirillo, che è ancora vivo, ogni giorno più debole, sempre con più escrescenze cancerose che infestano il suo corpo smagrito e ...peloso!

Avevo bisogno di una terapia d'urto e per arrivare all'altra sponda del mio personale mare di morte il libro di Rieff mi era sembrato adatto.

Credevo che leggere della agonia di Susan Sontag, del suo calvario medico (sopravvissuta a due cancri, uno al seno negli anni 70 uno all'utero negli anni 90 e poi quello fatale al sangue nel 2004) sarebbe stata la mia catarsi, che di fonte al calvari altrui potessi scrollarmi di dosso quello mio.
Non che mi pesi particolarmente ma da quando è morta Frances mi sembra che nella mia vita non sia accaduto più nulla di altrettanto rilevante.

Il libro invece è il grido disperato di una mente sprovveduta di fronte alla morte.
Di una mente nemmeno troppo intelligente!

Mi ha fatto venire in mente, per certi aspetti, alcune considerazioni di mia sorella, altrettanto poco intelligenti, ma almeno mia sorella ha il buon gusto di non scriverle in un libro.

Mentre mia sorella si informava sullo stato di salute di una mia amica sieropositiva (amica non è un aggettivo camp si tratta proprio di una ragazza) si lascia quasi scappare che che la mia amica le fa tanto pena. Le chiedo perché e lei mi risponde Eh sapere che deve morire...!. Le faccio notare che TUTTI dobbiamo morire, anche io e lei, ma Silvia rintuzza Sì ma la tua amica prima!. Ovviamente non è vero. Domani posso attraversare la strada distrattamente e morire investito da un autobus, mentre la mia amica sieropositiva mi sopravvive.

L'idea che un malato cronico (e la sieropositività se diagnosticata in tempo, è cronica non più mortale) sia più mortale di una persona sana mi fa trasecolare.

Io non mi sento diverso da un malato riguardo le nostre aspettative di vita.

Al capezzale dei malati terminali vedo tante facce tristi. Non si tratta mai solo del dolore per la prossima dipartita di una persona cara. E' sempre anche un imbarazzo, un senso di colpa perché chi è malato morirà e chi è sano no.

Io non mi sento più immortale o meno morituro di un malato so che quel che sta capitando a lui o a lei capiterà anche a me prima o poi.


C'è un'amica di mia sorella, alla quale è stato diagnosticato un cancro terribile del polmone, più di quattro anni fa.

I medici non le davano più di 6 mesi di vita. Mia sorella, forte dei suoi studi di medicina (è assistente di analisi di laboratorio in un ospedale di Roma) parve ancora più pessimista dei medici e mi parlò della sua amica come fosse già morta.
Non per me.
Nel seppellire la sua amica prima del tempo c'era un che di perverso, ingiusto oltre che straordinariamente presuntuoso che faceva vibrare ogni fibra del mio essere di indignazione.
Che presunzione in noi "sani"!

Sono passati 4 anni e la sua amica è ancora viva, in buona salute, anche se sempre sotto terapia, grazie a una terapia sperimentale che ha permesso al suo cancro di recedere (un caso su non so quanti ma tant'è).

Ogni vota che le chiedo di lei mi informo su quanti anni sono passati dalla diagnosi... e godo dello schiaffo morale implicito che la sua risposta mi (le) dà.

Io sono presuntuoso e polemico ma in fatto di vita e di morte mi sento molto umile.
Siamo tutti mortali, non ci è dato sapere quando moriremo, anche se i nostri geni e i nostri comportamenti di vita possono influire sulle aspettative di vita.
Ma nulla è determinato in maniera definitiva.

Personalmente non ho paura della morte.
Non ho paura di morire. Mi fa provare rabbia perché da morto ignorerà i muovi film le nuove scoperte scientifiche le nuove canzoni, i nuovi rimorchi...
Ma siamo mortali e la nostra mortalità non è estranea alla vita. Ne costituisce anzi la sua essenza.

Sappiamo sempre di essere mortali e sappiamo quanto la morte possa essere repentina. Ognuno di noi ha perso amici o parenti morti in giovane età, prima del tempo. Non è quello un ammansirci della vita alla nostra morte?
Quando staremo per morire nessuno può dire che non credeva che andasse a finire così...

Questo sembra invece essere il leit motiv del libro di Rieff.

Come se la morte di sua madre, morta settantunenne, sia stata una sconfitta, un'infamia, un evento umiliante.

Si tratta ovviamente del modo in cui si vedono le cose.
Susan Sontag non è morta "improvvisamente" a 71 anni dopo esserle stata diagnosticata la sindrome mielodisplastica (una leucemia del sangue incurabile).
Suasan Sontag ha avuto a che fare col cancro dagli ani 70 ed è sopravvissuta per 30 anni a diversi cancri ritenuti tutti mortali.

Ma nel libro, David sottolinea proprio sul fatto che questa volta sua madre non sarebbe stata una miracolata come in passato. E, chissà perché, di questo c'è di che vergognarsi...

Come se la morte non colpisse tutti ma solo quelli sfigati e che stavolta la sfiga è toccata a lei.


Io e mia sorella abbiamo perso nostra madre nel 1990 (io avevo 25 anni mia sorella 20) per sieropositività, scoperta a settembre di quell'anno poco meno di due mesi prima che morisse. I primi sintomi (quelli gravi che l'avevano portata in ospedale sono di agosto) risalgono al febbraio di quell'anno quando lamentò una diminuzione del suo campo visivo (retrospettivamente, col senno di poi, possiamo includere anche una polmonite atipica avuta a dicembre dell'89...).
I primi di agosto, conclusa una telefonata con una collega di ufficio, mamma attacca il telefono guarda me e mia sorella e ci chiede cordialmente E voi chi siete?.
Leucoencefalopatia.
A causa del crollo del sistema immunitario un virus normalmente inerte le hanno letteralmente mangiato la parte bianca del cervello, partendo dalla corteccia visiva fino ad arrivare a quella cognitiva e della personalità.


David Rieff elenca tutta una serie di rimorsi e di sensi di colpa per essere sopravvissuto a sua madre, per non averle detto fino in fondo della gravità della sua malattia (lei che aveva terrore di morire...).

Io ricordo la profonda pietà per mia madre, per una vita interrotta così all'improvviso, aveva 54 anni quando morì, la sieropositività in seguito a una trasfusione infetta ricevuta nel 1985 durante un'operazione al cuore (gli screening sui donatori di sangue sarebbero iniziati solamente 6 mesi dopo).

Mia sorella ha odiato il mondo perché, dal suo punto di vista, il mondo le ha tolto la madre.
Io ho provato una tristezza immensaper lei. Io ho preso atto della sua morte. Cos'altro potevo fare?
Arrabbiarmi?
Deprimermi?
Uccidere qualcuno? Suicidarmi?
Nulla avrebbe riportato in vita mia madre.
Tanto valeva vivere e non sopravvivere.
Non ho mai pensato di essere più fortunato o sfortunato di altri.

Domandarsi il perché di quel che ti capita nella vita, quello che non dipende da te, è più delle volte capzioso cerca un'intenzionalità là dove non c'è.
Mia madre è morta. Punto.

Anche io un giorno morirò. Punto

Diciannove anni fa la mia morte era un fatto teorico e remoto, oggi la sento molto più prossima e concreta, ma non mi fa paura.
Non la cerco ma nemmeno la evito.
Temo molto di più la maniera in cui morirò rispetto la morte stessa.

Con Frances ho reagito in maniera diversa.
Altra morte fulminea, cancro al pancreas diagnosticato a metà settembre morta il 22 ottobre (lo stesso giorno di mia madre... Fico, no?).

Frances ha affrontato la morte in una maniera incredibile.
Calma, serena, altruista (ha regalato 800 euro a una vicina di letto al reparto oncologia, una 40enne con un cancro al fegato, per andare a trovare la madre in Asia prima di morire. Anche lei non c'è più). Si considerava soddisfatta, nona aveva rimorsi, rimpianti, non provava rabbia, dispiacere forse, delusione, ma non rabbia.

Mi sorprese solo un suo atteggiamento durante la sua degenza in ospedale. Non leggeva, non sentiva musica, non vedeva film. Dormiva.
Questo mi sconvolse.
Al suo posto (quanto siamo egoisti ed egocentrici..) io non mi sarei certo disperato ma avrei continuato, finché il fisico me lo permetteva, a fare le cose che mi piacevano di più. Non con l'ansia di chi sa che oggi c'è e domani no ma col la calma con cui lo faccio ora che so che, presumibilmente, domani ci sarò ancora (o no?).
La trovai una forma di debolezza di Frances, che mi deluse e, anche, mi spaventò.
La trovai una debolezza e mi chiesi come avrei davvero reagito io (molto più mammoletta di lei) se lei che era così forte aveva dismesso la sua vita quotidiana a attendeva la morte dormendo!


Daviod Rieff arriva persino a scrivere:
Ci fosse davvero un dio benevolo o uno spirito del mondo incline a immischiarsi negli affari degli uomini, o almeno a salvarli dalle cose che più temono, mia madre non sarebbe morta in maniera lenta e dolorosa di SMD, ma all'improvviso, per un infarto fulminante - la fine che dovrebbe desiderare chiunque come mia madre (e come me) venga menomato dalla paura della morte. Talvolta mi sono addirittura immaginato la scena: un momento prima, mia madre parlava di qualcosa che aveva appena visto, o intendeva vedere, o aveva appena letto, o riletto, o che voleva rileggere, o di un viaggio imminente, e l'attimo dopo - o al massimo qualche istante dopo - non c'era più. Non avrebbe avuto il tempo di spaventarsi, né di essere oppressa dall'idea di non aver completato il lavoro a cui teneva di più o vissuto la vita che avrebbe desiderato vivere («Troppo spesso» scrive in uno dei suoi diari «mi lascio sopraffare dalle circostanze»). Non avrebbe avuto il tempo per compiangersi né di diventare fisicamente irriconoscibile persino a se stessa, esposta all'umiliazione postuma della «commemorazione» che le fece Annie Leibovitz con le sue foto carnevalesche della morte della celebrità.
Ovviamente, mia madre non ebbe una rapida liberazione al momento della morte più di quanto non avesse avuto buona salute in vita
.1


Se io potessi invece vorrei sapere di star morendo.
Sistemerei quelle due tre cose che posso sistemare e poi continuerei con la mia vita finché ci sono. Finché posso.
E dopo...
Pace!


Il vero dolore, la mia vera paura, è quella di essere solo in questa vita. Non solo perché non ho un amore, o per mancanza di amici. Piuttosto perché quel che sento io è così diverso da quel che sente la gente comune (e anche non comune Susan Sontag che piange perché sta per morire che delusione!) che le perone che considero mie pari sono talentante poche che quando una di loro, come F4eances, muore, ti senti davvero più solo.

E che i miei amici (amiche) oggi mi guardino con sufficienza perché leggo libri sula morte proprio adesso mi fanno sentire come mi sentii quando tutti mi dicevano di piangere, dopo la morte di mia madre, altrimenti sarei crollato.
Ma andate a 'fanculo. Non capite un cazzo. Siete così banali e prevedibili che mi togliete il volo dalle ali. Aria! Aria!

Certo è solo uno sfogo. Non mi permetterei mai.
Ma che voglia, a volte, in certi momenti...!


* Susan Sontag Contro l'interpretazione Mondadori, Milano 1998

1) David Rieff Senza Consolazione Mondadori, Milano 2009 p. 100

Nessun commento:

bello essere
quello che si è anche se si è
poco
pochissimo
niente


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