26 dicembre 2007

al cinema per testa dura



Capita che vai al cinema per testa dura, perché hai deciso così e non senti ragione o Silvio, né quando dice che che oggi costa caro dato che è festivo, né che sarà pieno di gente perché di solito sotto natale tutti vanno al cinema. Ho scelto di vedere Irina Palm, chi vuoi che lo va a vedere (nella stessa sala danno anche La bussola d'oro e L'amore al tempo del colera...)? Invece arriviamo al cinema che c'è tanta di quella gente che rischiamo di non entrare e in sala ci sediamo in terza fila (per fortuna lo schermo non è così grande...)...
Ma non è di questo che vi voglio parlare.
Vedo il film, una commedia esile con due o tre belle idee di sceneggiatura e una grande interprete



Poi, solo dopo che il film è finito mi rendo conto che si tratta di Marianne Faithfull!!!

E tutto allora cambia completamente. Non so perché ma Marianne ha sempre avuto un posto particolare nel mio cuore, pur il suo repertorio non toccando molto le mie corde.
Ma ripensare al film con lei come interprete e più ne apprezzo sfumature e dettagli.
E più penso a come era e a come è diventata e più la vedo bella ieri come oggi.

Bella e brava, convincente nella donna remissiva e per niente dentro le cose di sesso che arriva a fare prestazioni sessuali manuali per aiutare il nipote (mentre suo figlio, scoperta la verità, da vero maschio di merda, pensa bene di darle della puttana...). Remissiva col figlio (che si sarebbe meritato un pugno sul naso) ma non con le amiche (la scena, in inglese, che apre il post è uno dei momenti clu del film quando Maggie/Irina finalmente rende noto alle amiche qual è il lavoro di cui tutte sono curiose).

9 commenti:

Paolo M. ha detto...

Ecco il Natal se ne va... ed io come molti altri colleghi al cinema ci siamo fatti in 7000 per farvi vedere un film... Le solite cazzate... di Natal... ma la tradizione romana è sempre la stessa. hai sbagliato giorno... ma a me il film era piaciuto dall'inizio, non da impazzire, ma un genere di film, tranquillo, semplice e rilassante, che da tempo non vedevo... con la musica necessaria, e sempre la stessa. simbolico. Perchè i maschilisti ce ne sono a BIZZEFFE!!!

Buon Fine anno!

Tamcra ha detto...

Caro Ale,
ecco qui le mia recensione su "Irina Palm":
Chi è Maggie? Una signora inglese di mezza età con un nipotino affetto da una rara malattia a decorso mortale. C’è solo una possibilità perché il piccolo si salvi: trasportarlo in Australia dove stanno sperimentando una nuova cura. Come trovare però i soldi per il viaggio ed il soggiorno? Scartata la possibilità di un prestito da una banca – poche garanzie- e di un lavoro – le agenzie cercano personale giovane e qualificato-, la romantica donna inglese intravvede una possibilità di impiego come “hostess” in un locale sexy a Soho (Londra). Solo che lì le hostess non distribuiscono esattamente tè e pasticcini, e per i “lavoretti a mano” non sono richiesti ferri e uncinetto come lei pensava…
L’antefatto “patetico” della trama viene sbrigato in dieci minuti. Quello che conta è la descrizione di Maggie, il suo disvelamento da donna di provincia non più giovane a persona consapevole del proprio destino: lei in un certo senso è stata costretta dalla società odierna a lavorare in un locale equivoco, ma a poco a poco quello che sembrava una condanna diventa quasi una rivincita contro il mondo esterno. Il tema “costrizione esterna- vendetta morale” è presente in molti film inglesi, da “Personal Services” di Terry Jones, (la vera storia di Cynthia Payne, che aprì un bordello per anziani negli anni ’60), al famoso “The Full Monty” di Peter Cattaneo (operai disoccupati nella Sheffield degli anni ’90 o buffi spogliarellisti per una notte?) passando per “L’erba di Grace” di Nigel Cole(come sbarcare il lunario da vedove cadute in disgrazia? Ma è chiaro, coltivando cannabis e rivendendola a Londra…). Qui Maggie non solo fa diventare celebre il locale in cui lavora – i “clienti” fanno la fila, con conseguente “gomito del seghista” per lei – ma addirittura si prende una colossale rivincita sulle sue conoscenti, che l’avevano sempre giudicata in fondo una donnetta da poco. “Io sono la miglior mano destra di Londra” afferma timida e orgogliosa all’ora del tè di fronte alle sue atterrite –e un po’ invidiose- “amiche”, in una delle scene più belle e spassose del film. Qui riecheggia un concetto caro a tutte le commedie inglesi: MAI arrendersi, costi quel che costi. E non si tratta della “ricerca della felicità” americana (l’ambiguo “se vuoi una cosa vai e prenditela”), ma qualcosa di più profondo: Maggie inizia il suo inconsueto lavoro unicamente per salvare il nipotino, e solo in un secondo tempo si accorge di essere diventata una donna “rispettabile”, non nel senso perbenista del termine, ma capace di chiedere e ottenere rispetto. Nella scena madre con il figlio, che dopo averla scoperta l’accusa di essere una prostituta e di non volere il denaro che lei ha guadagnato, Maggie è disperata ma allo stesso tempo si ribella, al punto che persino la nuora finisce per allearsi con lei. E qui si fa palese un altro dei temi del film: il rapporto fra uomini e donne in caso di crisi, già toccato in “Giorni e nuvole” di Soldini. Come il personaggio di Margherita Buy, anche Maggie non sta a guardare a differenza di suo figlio, quasi rassegnato a veder morire il suo bambino. Gli uomini fanno comunque una pessima figura: o fanno la fila davanti ad un muro con un buco in mezzo (questa è – per loro- la donna), oppure, come si viene a sapere alla fine, tradiscono la moglie per tutta la vita –è il caso del defunto marito di Maggie- con l’algida e snella vicina di casa. L’unica alleanza che si può stabilire fra uomo e donna sarà proprio quella fra Maggie e il proprietario del locale, non a caso uno straniero, quindi “libero” in un certo senso dalle pastoie del perbenismo locale. Niki è uno spietato uomo d’affari che però intuisce l’anima della donna che ha di fronte fin dal primo momento: si veda quando le prende le mani per controllare gli “strumenti” di lavoro, e noi intuiamo che c’è qualcosa in più del bieco interesse personale. Una scena degna dei film “sociali” di Stephen Frears. Alla fine Maggie non seguirà la famiglia in Australia –situazione che ricalca il finale di “Casablanca”- ma tornerà proprio da Niki. Il contatto stavolta avviene senza muri, né buchi.

Alessandro P. ha detto...

Che dire? Meglio di molti colleghi celebri (e tromboni) o di quei giovinetti (Giovinastri?) dalla tastiera facile che imperversano (improvvisano?)su internet...

Credo solo che il film abbia un grosso limite rispetto a quelli che tu citi la semplificazione sociale da un lato (ti sei mai chiesta come fa Irina a guadagnare tutti quei soldi con le seghe quando oggi un rapporto completo con una prostituta costa poche sterline?) e il presentare il sesso mercificato come qualcosa di tutto sommato vivibile e accettabile (ignorando il fatto che Irina viene sfruttata in quanto lavoratrice e in quanto donna). Sono dei limiti (le semplificazioni del film) che spostano un po' il film dalla commedia sociale dove lo poni tu più verso la commedia tout-court.

MA questo non inficia di una virgola la lettura che tu fai del film, né la bravura con cui l'hai scritta.

Complimenti!

Anonimo ha detto...

Anche a me è piacxiuta molto la recensione di Tamcra. Si, le osservazioni di Ale calzano, ma la recensione è da manuale... ;-)
Herm

Alessandro P. ha detto...

Bentornato Herm! Che fine avevi fatto???

Tamcra ha detto...

Caro Ale,
anzitutto un grazie infinito a te e ad Herm per i bellissimi commenti. Vorrei replicare così:
si potrà pensare che il guadagno di Maggie è troppo sproporzionato per quello che faceva nel locale, oppure che il film in qualche modo avalli lo sfruttamento della donna in quanto “giusto” in una circostanza come questa ( invece magari di protestare pubblicamente per la mancanza di aiuti concreti dati alle famiglie dei bambini malati). In una situazione analoga, ma in un film americano, “John Q”, il protagonista Denzel Washington si barrica in un ospedale sequestrando un’intera equipe medica chirurgo compreso, per far operare il figlio altrimenti tagliato fuori dalle polizze assicurative. Il punto è che in questo genere di film il risvolto “sociale” interessa fino ad un certo punto; ha la stessa funzione che aveva, nelle opere antiche, l’ira funesta degli dèi nei confronti dei comuni mortali. “Full Monty” non è un film sugli ex operai delle acciaierie di Sheffield, “L’erba di Grace” non denuncia droga e spacciatori e “Billy Elliot” parte dagli scioperi dei minatori negli anni ’80 per descriverci però lo scontro danza classica-miniera dal punto di vista di un ragazzo. Se il pubblico si è entusiasmato a questi film è proprio per la loro non partecipazione ai problemi sociali. Il sentimento del tempo è cambiato; ognuno si sente schiacciato a terra da cose che sono più grandi di lui, e cosa c’è di meglio che vedere in una sala buia un altro tuo simile ugualmente schiacciato, ma che nel giro di circa due ore riesce a tirarsi su e a ritrovare se stesso attraverso non la collettività, ma affermando la sua identità per quanto sghemba possa essere? E’ da notare come questa nuova identificazione passi attraverso le convenzioni sessuali : Maggie non avrebbe mai e poi mai pensato a “lavorarsi” sconosciuti attraverso un buco nel muro, come i machi saldatori di Sheffield non si sarebbero mai sognati di sfilare in perizoma rosso davanti a delle donne urlanti. Questo però accade: attraverso lo scardinamento delle vecchie identità sessuali avviene quindi nei film una certa emancipazione dell’individuo. Tornando a Maggie, grazie al suo “lavoro” non solo si vendica sulla vicina bionda e perfettina rivelandole di sapere tutto dell’adulterio con il defunto marito, ma le rinfaccia anche certe sue preferenze particolari durante i rapporti…Non voglio dire con questo che il momento della presa di coscienza collettiva non sia utile in una sceneggiatura, solo che ora viene sentito meno dal pubblico, che ci piaccia o meno, rispetto ad altre epoche.

Alessandro P. ha detto...

Conosco bene la differenza tra un film drammatico, di denuncia sociale, e una commedia.
La mia osservazione critica sui lauti guadagni di Irina come masturbatrice nascevano non da una considerazione di plausibilità tout-court ma dalla scarsa plausibilità anche nell’orizzonte meno plausibile della commedia.
Tu poi parli di entusiasmo del pubblico a posteriori, cioè di chi ha visto quei film e gli son piaciuti.
Io invece parlo del pubblico a priori, quel pubblico ipotetico cioè cui l’autore del film (intendendo per autore lo sceneggiatore più che il regista, il regista più che il produttore) si rivolge.
Giudicare la fattura di un film, la bontà di quel che dice, dal successo del pubblico è un argomento difficile, spinoso e fuorviante (Anche Hitler e Mussolini avevano masse entusiastiche che li sostenevano…). Io mi riferisco all’immaginario collettivo messo in ballo dal film e dato per scontato al pubblico cui il film si rivolge, ed è in quell’ambito che mi permettevo di sollevare le mie piccole, ma non marginali, critiche. Il cui senso non era quello di intaccare la giustezza della tua critica, come già scrissi, ma, casomai, di mitigare un po’ gli entusiasmi su di un film medio, ben scritto, ma non certo intelligente nella scrittura, nella felicità di semplificare per la commedia complessi problema sociali, come gli altri da te citati e che Irina Palm mi sembra non possedere o solamente in parte.

Su una tua affermazione invece non sono per niente d’accordo, anzi di più.
Tu affermi:
Se il pubblico si è entusiasmato a questi film è proprio per la loro non partecipazione ai problemi sociali. Il sentimento del tempo è cambiato; ognuno si sente schiacciato a terra da cose che sono più grandi di lui, e cosa c’è di meglio che vedere in una sala buia un altro tuo simile ugualmente schiacciato, ma che nel giro di circa due ore riesce a tirarsi su e a ritrovare se stesso attraverso non la collettività, ma affermando la sua identità per quanto sghemba possa essere?

Stai scherzando vero?
A parte il fatto che questi problemi ci sono ANCHE perché la gente ha smesso di partecipare socialmente alla loro risoluzione, chiudendosi in un solipsistico e assurdo (irrazionale) individualismo, il film massaggio (la definizione è di Peter Greenaway) come lo auspichi tu è lo stesso che auspicava Scalfaro negli anni 50, quando chiedeva all'industria film che permettessero all’operaio, tornato stanco dal lavoro, di svagarsi, di non pensare ai propri problemi.
Tu dici che la funzione di questi film è quella di far immedesimare il pubblico con personaggi a lui simili i quali però riescono a risolvere facilmente i problemi che loro non riescono nemmeno ad affrontare? Fosse così qualcuno, non credi?, si sentirebbe preso per i fondelli (“Ma come io qui mi faccio un mazzo tanto e quella “spippetta” per 700 sterline la settimana?!?!) Magari bastasse fare seghe attraverso un muro per risolvere i problemi economici della gente, anche io mi metterei a farle e credo che lo consiglierei anche a mia madre se ne avessi ancora una.
Io credo che se questi film piacciono al pubblico (che, perdonami, tu sembri considerare più bue di quanto non sia), non è tanto per l’effetto catartico che hanno su di lui nel far vedere che almeno “uno di loro ce l’ha fatta” (una considerazione così disgustosamente borghese…) ma, al contrario, perché si trova il modo di ridere anche con dei problemi sui quali non c’è niente da ridere. Ridere con e non ridere di o su (anche se in sala ho avuto l’impressione che lo scopo catartico fosse invece proprio quello di ridere di Irina Palm dicendo "mamma mia avrò i debiti ma io almeno non mi riduco a fare le pippe…").

Ancora.
Tu parli di scardinamento di vecchie identità sessuali (intendi dire ruoli non identità quelle, come ben sai, sono un’altra cosa…) ma io invece vi vedo confermati , come in una barzelletta, i luoghi comuni sessuati: la giovane donna esperta di pippe, quella vecchia all’inizio ignara, il pappa così stramaledettamente romantico (in senso letterario)…
L’emancipazione di cui parli, che, pure, come avevi scritto meglio nel tuo primo intervento, c’è, non è quella sessuale, ma quella sociale. Se Irina\Maggie riesce a rispondere all’amica bionda non è perché ora che fa le pippe “è più donna” o “una nuova donna” o che so io, ma perché, ora che è passata dall’altra parte, diventando una donna che fino poco tempo prima lei stessa avrebbe considerato una poco di buono, si è resa conto dell’estrema ipocrisia della morale borghese e ora non si vergogna più di non farne parte (perché ogni donna tradita dal marito è marcata dalla morale borghese come una donna inetta che non è stata capace di tenersi il marito…) perché sa che, tanto, è solo tutta una facciata e che l’amica bionda è molto più una poco di buono della ragazza giovane (che non ne vuole sapere della amicizia di Maggie, visto che, dal suo punto di vista, Maggie le ha rubato il posto di lavoro…).

Ma è la chiusa quella ad avermi fatto sobbalzare dalla sedia.

Non voglio dire con questo che il momento della presa di coscienza collettiva non sia utile in una sceneggiatura, solo che ora viene sentito meno dal pubblico, che ci piaccia o meno, rispetto ad altre epoche.

Di cosa parli ?
Della presa di coscienza collettiva nel film (parli di “utile in una sceneggiatura”) o la presa di coscienza collettiva del pubblico (quello in sala?).
Presa di coscienza nel film ce n’è come avevi già notato tu. Che poi il film non richieda nel pubblico in sala una presa di coscienza (è questo, credo, che intendevi) io lo trovo politicamente discutibile e negativo. Ma che io mi debba rassegnare perché questo è quello che il pubblico vuole beh francamente non ci sto.
A parte il fatto che, da rivoluzionario, se il mondo "così com’è" non mi piace io voglio cambiarlo (tutti in insieme, non da solo…) sia se il mondo è "così com’è" per il risultato delle sperequazioni di pochi ai danni di molti (cioè per una ingiustizia) sia se, al contrario il mondo è "così com'è", spontaneamente, naturalmente.

Ma sei davvero convinta che questo è quello che il pubblico vuole?

Che è il pubblico a volere la tv immondizia?

I rapporti pubblico media sono complessi e non analizzabili in termini così semplificatori ma di una cosa sono sicuro che il pubblico è meno bue di come lo vedi tu.

Tamcra ha detto...

Caro Ale,
all'inizio della tua critica hai scritto:
"A parte il fatto che questi problemi ci sono ANCHE perché la gente ha smesso di partecipare socialmente alla loro risoluzione, chiudendosi in un solipsistico e assurdo (irrazionale) individualismo..."
però concludi alla fine:
"...di una cosa sono sicuro che il pubblico è meno bue di come lo vedi tu."
Non ci trovi una certa contraddizione? Il popolo che vede i film è bue o no? Forse io non mi sono spiegata bene; non intendevo dire che sia meglio lasciare le cose come stanno e consolare il supposto pubblico bue, ma volevo sottolineare proprio l'effetto catartico della pellicola sullo spettatore, che ride sì "di" ma anche "con" Irina Palm. Voglio dire che non c'è solo irrisione, o a meno così è sembrato a me, ma anche partecipazione, due molle senza le quali -lo sai meglio di me- ogni commedia non decolla. Per farti un altro esempio in ambito italiano, Fantozzi suscita un riso di superiorità (non sono mica come questo povero impiegatuccio,io,ah!);poi però scatta la partecipazione, ci sentiamo non dico fratelli ma almeno cugini del rag. Ugo e gentile sig,ra Pina.

Alessandro P. ha detto...

Io preferisco le commedie nelle quali si ride con e non di. Le trovo eticamente più giuste.
Nel caso di Fantozzi è vero che si ride di ma è anche vero che il film è talmente iperbolico che a ridere del ragionier Ugo non si ride di persone vere ma di una archetipo che, a ben vedere, è molto tragico e poco comico... D'altronde ogni commedia, se è vera, ha sempre molto di tragico nascosto tra le righe...

Io non trovo contraddizione nel dire che il pubblico è oggi socialmente meno impegnato di una volta. Lo dici anche tu, solo che a me sembra che tu lo constati e la cosa non ti fa effetto a me fa orrore. Ma è un orrore politico non penso per questo che il popolo sia bue, tutt'altro, penso sia irresponsabile, ipocrita, non impegnato, ma mai bue.
Lo fosse non lo si potrebbe poi accusare di tanto non credi?

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